Archivi categoria: Europa

Forgive and forget (UK, 2000)

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Forgive and Forget è un film inglese realizzato per la televisione, trasmesso sulla rete indipendente ITV il 3 gennaio 2000. Il film segna il debutto televisivo dello scrittore Mark Burt, che ha scritto un soggetto raccolto dal produttore Simon Passmore e dal regista Aisling Walsh.
Le critiche sulla qualità del film non sono unanimi, soprattutto per il fatto che potrebbe essere associato ad una certa visione dell’omosessualità, non ancora debellata, per la quale una storia d’amore omosessuale è destinata a fallire e porta fatalmente alla rovina, quasi a dover scontare una colpa di fronte alla società e un peccato di fronte alle divinità.
In realtà, secondo me, il film è assolutamente valido come rappresentazione di una autentica passione amorosa, grazie soprattutto all’interpretazione appassionata dell’attore protagonista, Steve John Shepherd, che interpreta il giovane David, ed è comunque divertente e piacevole.

Il film è interessante anche per la rappresentazione di un coming out all’interno della working class inglese, intrisa di machismo e omofobia. È una storia di tradimento, confusione e diniego ma alla fine si tratta solo di amore. È un triangolo amoroso con una svolta, dopo la quale ognuno dei tre personaggi principali emerge profondamente cambiato.

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Gods’s own country (UK, 2017)

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Gods’s own country è la prima regia cinematografica di un attore, Francis Lee, già visto in alcune serie tv (Heartbeat, Casuality, L’ispettore Barnaby). Il regista ha detto di aver girato il film nella casa dove ha passato l’infanzia e che la famiglia possedeva da anni, e di aver voluto rappresentare un amore gay all’interno di un ambiente rurale a forte caratterizzazione naturalistica da lui conosciuto molto bene.
Si tratta di un allevamento posto a Laycock, nella regione dello Yorkshire in Inghilterra, dove tra l’altro è in uso un dialetto piuttosto ostico per chi conosce solo l’inglese corrente. Il paesaggio arido e freddo del West Yorkshire è intriso di una luce fredda e tersa, dove i corpi degli uomini, piegati sulla terra, sembra siano chiamati solo a soffrire. Il protagonista Johnny non ha scelta: nonna e il padre contano su di lui per riparare le staccionate, accudire il gregge, far sopravvivere gli agnelli. Johnny non ha tempo da perdere, nemmeno per amare, almeno fino al giorno in cui alla fattoria arriva Georghe, un lavoratore stagionale rumeno della sua età. Pieno di valori positivi, il ragazzo rimette in piedi la fattoria e insegna a Johnny l’amore e la tenerezza.

Nel maggio 2018 è uscito in Italia con il titolo “La terra di Dio“, ho volutamente ritardato la pubblicazione dei sottotitoli per non danneggiare la sia pur modesta diffusione nei cinema.
Sono molte le similitudini che potrebbero ricordano la storia dei cowboys Jack e Ennis di Brokeback mountains, ma la maggiore sicurezza di Johnny e Georghe ci fa capire che molti anni sono passati dai tempi di quel film. L’omosessualità tragica dei due protagonisti non è stavolta al centro del racconto, che accompagna invece la crescita psicologica e sentimentale del suo protagonista Johnny.

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Due film sul calcio 2 – Mario (Svizzera, 2018)

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Regia: Marcel Gisler
Sceneggiatura: Marcel Gisler, Thomas Hess

Tredici anni dopo l’islandese Eleven men out (2005), viene dalla Svizzera questo film che affronta la questione ancora irrisolta della presenza di giocatori gay nelle squadre di calcio.
Ci sono voluti diversi anni al regista Marcel Gisler per convincersi della bontà dell’idea del co-sceneggiatore Thomas Hess, e per trovare i finanziamenti per una produzione di qualità.
L’Associazione svizzera di football, alla quale il regista si è rivolto per le location, ha accolto l’idea con entusiasmo ed ha indicato una lista di club potenzialmente favorevoli ed altri da evitare dato il loro managing fortemente conservatore.
La decisione di rivolgersi al Club Young Boys di Berna è stata quasi scontata, essendo il protagonista proprio di Berna, ed essendo il club stimato per essere aperto sull’eguaglianza dei diritti e delle sessualità. Basti dire che hanno un fan club gay e il loro inno è Boys Boys Boys di Lady GaGa.
Il Club Young Boys ha dato la massima disponibilità, mettendo a disposizione della troupe lo stadio, l’autobus, il logo e le magliette, dichiarando: “Abbiamo trovato il progetto e la sceneggiatura eccitanti. L’omosessualità è purtroppo ancora un argomento tabù nello sport – vogliamo affrontarlo in modo appropriato.”

Direi di più: il film islandese del 2005 mostra un movimento LGBT allo stato nascente, ancora pieno di speranza e ottimismo, mentre il film del 2018, nell’era della ventata reazionaria e omofoba che attraversa l’Europa, è molto più pessimista sulla possibilità di scardinare i meccanismi economici che governano implacabilmente il calcio.

 

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Due film sul calcio 1 – Eleven men out (Islanda, 2005)

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Titolo originale: Strákarnir okkar
(trad: I nostri ragazzi – come viene chiamata la squadra nazionale islandese).
Regia: Róbert Ingi Douglas

Lo scorso 4 ottobre 2018 al Florence Queer Festival di Firenze è stato proiettato in anteprima il documentario “Il calciatore invisibile”, scritto e diretto da Matteo Tortora, e realizzato con una raccolta fondi su internet, il cosiddetto crowdfunding ( https://www.produzionidalbasso.com/project/il-calciatore-invisibile/ ).
Il documentario è il primo in Italia a trattare apertamente la storia di una squadra amatoriale di calcio composta da giocatori omosessuali, il Revolution Team di Firenze. L’omosessualità nel calcio esiste ma non si vede. Come ha dichiarato di recente l’ex giocatore della Roma, Radja Nainggolan: “I calciatori gay non fanno outing, sarebbero finiti”.
Date le enormi difficoltà che ancora in tutto il mondo si frappongono a considerare normale la presenza di giocatori gay nel calcio, ho pensato che fosse interessante recuperare un vecchio film islandese del 2005 (Strákarnir okkar, più conosciuto come Eleven men out) a confronto con uno più recente dalla Svizzera (Mario, 2018), per mostrare come dal 2005 il tempo sia passato abbastanza inutilmente, resistendo ancora fortemente il tabù della relazione tra la realtà Lgbt e lo sport più amato nel mondo: il calcio.

Direi di più: il film islandese del 2005 mostra un movimento LGBT allo stato nascente, ancora pieno di speranza e ottimismo, mentre il film del 2018, nell’era della ventata reazionaria e omofoba che attraversa l’Europa, è molto più pessimista sulla possibilità di scardinare i meccanismi economici che governano implacabilmente il calcio.

 

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War Requiem di Derek Jarman (Inghilterra, 1989)

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In questo 2018 sono passati 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, quella che oggi si inizia a chiamare anche Prima Guerra Civile Europea. I 70 anni di pace continuativa garantiti dall’Unione Europea sembra comincino a venire a noia ai ricchi e benestanti popoli che ne fanno parte. Sotto la spinta delle rinascenti ideologie fasciste e naziste, il razzismo, l’omofobia e l’odio nei confronti dei diversi stanno prendendo campo, facendo balenare i sinistri fantasmi dei conflitti fra le nazioni, in prospettiva anche armati.
War Requiem (1989), uno dei film più toccanti del regista Derek Jarman, può oggi a maggior ragione essere visto come un monito a non ripetere gli orrori vissuti dal nostro continente nel secolo scorso. Accosta scene drammatiche originali e senza dialoghi con filmati d’archivio della prima guerra mondiale, avendo come unica colonna sonora l’omonimo capolavoro musicale di Benjamin Britten (1962), probabilmente la più grande opera corale del 20° secolo e insieme una appassionata richiesta di pace nel mondo.


Il film riunisce attori del calibro di Laurence Olivier (alla sua ultima performance) e Tilda Swinton.
Jarman per la colonna sonora ha impiegato la classica versione di War requiem del 1963 diretta dallo stesso Britten con la London Simphony Orchestra e tre fra i maggiori solisti del tempo: il baritono tedesco Dietrich Fischer-Dieskau, il soprano russo Galina Vishnevskaya e il tenore inglese Peter Pears (compagno di vita e ispiratore di di Britten).
Le immagini del film costruiscono una linea narrativa sulla vicenda di Wilfred Owen, il tenente omosessuale della fanteria inglese morto tragicamente a 27 anni nell’ultima settimana della prima guerra mondiale, di cui Britten ha usato i testi poetici per il Requiem. La regia di Jarman evidenzia sottilmente il sottotesto omoerotico della poesia di Owen, e sebbene la relazione di Owen con l’infermiera sia la più sviluppata – sembra essere sua sorella – le sue relazioni emotive chiave, sia nella vita che nella morte, sono con l’affabile giovane biondo (chiamato il Milite Ignoto nei titoli di coda) e il Soldato Tedesco che lui uccide, per poi incontrarlo di nuovo nell’aldilà. È questo il momento di più alta commozione, con la ripetuta e straziante invocazione:”Let us sleep now…”.

 

 

Il War Requiem di Benjamin Britten (2012)

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La cattedrale di Coventry, in inghilterra, costruita nel quattordicesimo secolo, fu distrutta il 14 novembre 1940 durante un bombardamento della Luftwaffe (aviazione tedesca). Quando la nuova struttura fu completata – costruita accanto alle rovine dell’antico edificio – in occasione della riconsacrazione, il 30 maggio 1962, venne commissionata un’opera al maggiore musicista che l’Inghilterra potesse vantare dai tempi di Henry Purcell. A Benjamin Britten venne data la completa libertà di scrivere qualunque musica volesse.

Britten, da appassionato pacifista, volle utilizzare tre fra i più famosi solisti delle maggiori nazioni europee coinvolte nella seconda guerra mondiale, come segno di ritrovata concordia e pacificazione fra i popoli. L’imponente scena orchestrale (oltre al grande coro, coro di bambini e orchestra) prevede l’uso del testo latino della Messa da Requiem, intervallato da semplici ma sconvolgenti esempi della poesia di guerra di Wilfred Owen.

Per chi volesse una versione recente del War requiem propongo una esecuzione del 2012 nella nuova Cattedrale di Coventry, in occasione del 50° anniversario della prima esecuzione diretta dallo stesso Britten nel 1962.
La monumentale opera è diretta da Andris Nelsons con la City of Birmingham Symphony Orchestra ed i CBSO Chorus e CBSO Youth Chorus, con i solisti Erin Wall (soprano), Mark Padmore (tenore) e Hanno-Müller Brachman (baritono).
Chi volesse approfondire le complesse tematiche legate all’opera musicale di Britten ed al film di Jarman, può utilmente consultare questa pagina web, dove si trovano anche i testi integrali messi in musica: Jim’s Reviews – Jarman’s War Requiem.

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Sasha (Germania, 2010)

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Una storia di coming out molto poco scontata per il giovane Sasha Petrovic, la cui famiglia originaria del Montenegro vive in Germania, a Colonia, con il ricordo ancora presente delle tremende guerre balcaniche degli anni ’90 del 1900.
Ovviamente il contrasto più grosso è fra la cultura tradizionale balcanica, con una omofobia ancora ben viva nei personaggi più anziani, e il richiamo dei costumi liberi in una grande città europea.
Il regista e sceneggiatore Dennis Todorovic svolge con grande abilità la trama dei conflitti familiari e sentimentali che si intrecciano per tutto il film..

Motore della vicenda è il tentativo di Sasha di passare un esame di pianoforte ed essere così ammesso ad una prestigiosa scuola di musica.

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Handsome devil (IRL, 2017)

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Presentato con successo al Toronto Film Festival, il terzo film dell’irlandese John Butler risulta assai coinvolgente anche per un vasto pubblico, anche per la bravura degli interpreti. La tematica, sviluppata in modo gradevole, tratta ancora una volta del difficile percorso che porta alla maturità (e al coming out) due promettenti adolescenti, aiutati da un illuminato professore ma boicottati da un omofobo allenatore.
Dopo averlo visto e apprezzato su Netflix, passato del tempo dalla prima uscita mi è piaciuto revisionare e ripubblicare i sottotitoli, oramai largamente disponibili sul web, per dare la possibilità di vederlo a chi per avventura non fosse abbonato a Netflix.

Colonna portante del film le musiche di The Housemartins, Big Star, The Undertones, The Smiths (il titolo del film viene da una loro canzone) e Prefab Sprout.

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Departure (Francia – Inghilterra, 2015)

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Departure è il primo lungometraggio del regista e attore britannico Andrew Steggall. Pur affrontando i noti temi della formazione dell’identità sessuale e del rapporto con i genitori nell’adolescenza, il regista riesce comunque ad offrire qualcosa di unico nell’affrontare la trasformazione subita da un giovane e da sua madre in un momento di cambiamenti cruciali. Nel ritrarre una profonda evoluzione dei personaggi, il film presenta una narrazione singolare, arricchita da uno scenario quasi mitico e dalle ottime interpretazioni dei protagonisti, risultando così profondamente stimolante e a tratti commuovente.


La trama coinvolgente è arricchita da una bellissima fotografia e da una aderente colonna sonora, piena di riferimenti al tema (da citare assolutamente la “Aria della luna” da “Rusalka” di Antonín Dvořák (qui la splendida esecuzione di Renée Fleming)

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1992 – Short film (Francia, 2016)

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Durata:  25 minuti.
Regia e sceneggiatura: Anthony Doncque

Protagonista il diciassettenne Martin nell’anno 1992, alla scoperta della sua sessualità in una romantica relazione con un adulto.
Le immagini del film si alternano a quelle girate dal regista stesso quando era ancora un adolescente, rivelando così una corrispondenza autobiografica tra lui e Martin.
1992 diventa così l’occasione per un viaggio a ritroso nel passato, alla riscoperta degli affetti.

Come dice il regista: “All’inizio c’erano molte ore di immagini video Super8 che avevo girato da adolescente. Grazie al primo lavoro estivo, ho comprato la prima cinepresa. Avevo 17 anni e ho cominciato a filmare la mia vita di tutti i giorni come fosse un diario personale; giravo tutto quello che mi succedeva intorno.”

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Théo et Hugo dans le même bateau (Francia, 2016)

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 Altro titolo:  “Paris 05:59: Théo & Hugo”

 

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Presentato nella sezione Panorama alla Berlinale 2016 e vincitore del Teddy Award (premio cinematografico internazionale per film con tematiche LGBT), Théo e Hugo dans le même bateau, dei registi Olivier Ducastel e Jacques Martineau (compagni di lavoro e di vita), traccia con precisione e trasporto un percorso materiale per le vie di Parigi, simbolo di un viaggio verso una progressiva trasmutazione dei sentimenti.
È un film poetico e viscerale che parte dal puro incontro sessuale (venti minuti iniziali di sesso ripresi con totale immersione e senza tabù), per proiettare il seguito in una dimensione reale e partecipata. Sono 93 minuti reali, dalle 4:27 alle 5:59 in una affascinante Parigi notturna, attraverso cui la passione dei primi istanti muta lentamente e dolorosamente in sentimento.
Il film è stato girato nel corso di 15 giorni, incluse 9 notti, a basso budget. In origine la sceneggiatura prevedeva lo svolgimento della vicenda su 28 giorni, in seguito modificato nella durata in tempo reale dei 93 minuti del film.

Il titolo fa riferimento al film di Jacques Rivette “Céline et Julie vont en bateau: Phantom Ladies Over Paris”(1974).
Il nome Théo di uno dei protagonisti e il titolo alternativo (Paris 5:59: Théo & Hugo) sono un omaggio al film di Agnès Varda “Cléo de 5 à 7” (1962).

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