Archivi categoria: Europa

War Requiem di Derek Jarman (Inghilterra, 1989)

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In questo 2018 sono passati 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, quella che oggi si inizia a chiamare anche Prima Guerra Civile Europea. I 70 anni di pace continuativa garantiti dall’Unione Europea sembra comincino a venire a noia ai ricchi e benestanti popoli che ne fanno parte. Sotto la spinta delle rinascenti ideologie fasciste e naziste, il razzismo, l’omofobia e l’odio nei confronti dei diversi stanno prendendo campo, facendo balenare i sinistri fantasmi dei conflitti fra le nazioni, in prospettiva anche armati.
War Requiem (1989), uno dei film più toccanti del regista Derek Jarman, può oggi a maggior ragione essere visto come un monito a non ripetere gli orrori vissuti dal nostro continente nel secolo scorso. Accosta scene drammatiche originali e senza dialoghi con filmati d’archivio della prima guerra mondiale, avendo come unica colonna sonora l’omonimo capolavoro musicale di Benjamin Britten (1962), probabilmente la più grande opera corale del 20° secolo e insieme una appassionata richiesta di pace nel mondo.


Il film riunisce attori del calibro di Laurence Olivier (alla sua ultima performance) e Tilda Swinton.
Jarman per la colonna sonora ha impiegato la classica versione di War requiem del 1963 diretta dallo stesso Britten con la London Simphony Orchestra e tre fra i maggiori solisti del tempo: il baritono tedesco Dietrich Fischer-Dieskau, il soprano russo Galina Vishnevskaya e il tenore inglese Peter Pears (compagno di vita e ispiratore di di Britten).
Le immagini del film costruiscono una linea narrativa sulla vicenda di Wilfred Owen, il tenente omosessuale della fanteria inglese morto tragicamente a 27 anni nell’ultima settimana della prima guerra mondiale, di cui Britten ha usato i testi poetici per il Requiem. La regia di Jarman evidenzia sottilmente il sottotesto omoerotico della poesia di Owen, e sebbene la relazione di Owen con l’infermiera sia la più sviluppata – sembra essere sua sorella – le sue relazioni emotive chiave, sia nella vita che nella morte, sono con l’affabile giovane biondo (chiamato il Milite Ignoto nei titoli di coda) e il Soldato Tedesco che lui uccide, per poi incontrarlo di nuovo nell’aldilà. È questo il momento di più alta commozione, con la ripetuta e straziante invocazione:”Let us sleep now…”.

 

 

Il War Requiem di Benjamin Britten (2012)

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La cattedrale di Coventry, in inghilterra, costruita nel quattordicesimo secolo, fu distrutta il 14 novembre 1940 durante un bombardamento della Luftwaffe (aviazione tedesca). Quando la nuova struttura fu completata – costruita accanto alle rovine dell’antico edificio – in occasione della riconsacrazione, il 30 maggio 1962, venne commissionata un’opera al maggiore musicista che l’Inghilterra potesse vantare dai tempi di Henry Purcell. A Benjamin Britten venne data la completa libertà di scrivere qualunque musica volesse.

Britten, da appassionato pacifista, volle utilizzare tre fra i più famosi solisti delle maggiori nazioni europee coinvolte nella seconda guerra mondiale, come segno di ritrovata concordia e pacificazione fra i popoli. L’imponente scena orchestrale (oltre al grande coro, coro di bambini e orchestra) prevede l’uso del testo latino della Messa da Requiem, intervallato da semplici ma sconvolgenti esempi della poesia di guerra di Wilfred Owen.

Per chi volesse una versione recente del War requiem propongo una esecuzione del 2012 nella nuova Cattedrale di Coventry, in occasione del 50° anniversario della prima esecuzione diretta dallo stesso Britten nel 1962.
La monumentale opera è diretta da Andris Nelsons con la City of Birmingham Symphony Orchestra ed i CBSO Chorus e CBSO Youth Chorus, con i solisti Erin Wall (soprano), Mark Padmore (tenore) e Hanno-Müller Brachman (baritono).
Chi volesse approfondire le complesse tematiche legate all’opera musicale di Britten ed al film di Jarman, può utilmente consultare questa pagina web, dove si trovano anche i testi integrali messi in musica: Jim’s Reviews – Jarman’s War Requiem.

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Sasha (Germania, 2010)

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Una storia di coming out molto poco scontata per il giovane Sasha Petrovic, la cui famiglia originaria del Montenegro vive in Germania, a Colonia, con il ricordo ancora presente delle tremende guerre balcaniche degli anni ’90 del 1900.
Ovviamente il contrasto più grosso è fra la cultura tradizionale balcanica, con una omofobia ancora ben viva nei personaggi più anziani, e il richiamo dei costumi liberi in una grande città europea.
Il regista e sceneggiatore Dennis Todorovic svolge con grande abilità la trama dei conflitti familiari e sentimentali che si intrecciano per tutto il film..

Motore della vicenda è il tentativo di Sasha di passare un esame di pianoforte ed essere così ammesso ad una prestigiosa scuola di musica.

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Handsome devil (IRL, 2017)

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Presentato con successo al Toronto Film Festival, il terzo film dell’irlandese John Butler risulta assai coinvolgente anche per un vasto pubblico, anche per la bravura degli interpreti. La tematica, sviluppata in modo gradevole, tratta ancora una volta del difficile percorso che porta alla maturità (e al coming out) due promettenti adolescenti, aiutati da un illuminato professore ma boicottati da un omofobo allenatore.
Dopo averlo visto e apprezzato su Netflix, passato del tempo dalla prima uscita mi è piaciuto revisionare e ripubblicare i sottotitoli, oramai largamente disponibili sul web, per dare la possibilità di vederlo a chi per avventura non fosse abbonato a Netflix.

Colonna portante del film le musiche di The Housemartins, Big Star, The Undertones, The Smiths (il titolo del film viene da una loro canzone) e Prefab Sprout.

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Departure (Francia – Inghilterra, 2015)

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Departure è il primo lungometraggio del regista e attore britannico Andrew Steggall. Pur affrontando i noti temi della formazione dell’identità sessuale e del rapporto con i genitori nell’adolescenza, il regista riesce comunque ad offrire qualcosa di unico nell’affrontare la trasformazione subita da un giovane e da sua madre in un momento di cambiamenti cruciali. Nel ritrarre una profonda evoluzione dei personaggi, il film presenta una narrazione singolare, arricchita da uno scenario quasi mitico e dalle ottime interpretazioni dei protagonisti, risultando così profondamente stimolante e a tratti commuovente.


La trama coinvolgente è arricchita da una bellissima fotografia e da una aderente colonna sonora, piena di riferimenti al tema (da citare assolutamente la “Aria della luna” da “Rusalka” di Antonín Dvořák (qui la splendida esecuzione di Renée Fleming)

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1992 – Short film (Francia, 2016)

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Durata:  25 minuti.
Regia e sceneggiatura: Anthony Doncque

Protagonista il diciassettenne Martin nell’anno 1992, alla scoperta della sua sessualità in una romantica relazione con un adulto.
Le immagini del film si alternano a quelle girate dal regista stesso quando era ancora un adolescente, rivelando così una corrispondenza autobiografica tra lui e Martin.
1992 diventa così l’occasione per un viaggio a ritroso nel passato, alla riscoperta degli affetti.

Come dice il regista: “All’inizio c’erano molte ore di immagini video Super8 che avevo girato da adolescente. Grazie al primo lavoro estivo, ho comprato la prima cinepresa. Avevo 17 anni e ho cominciato a filmare la mia vita di tutti i giorni come fosse un diario personale; giravo tutto quello che mi succedeva intorno.”

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Théo et Hugo dans le même bateau (Francia, 2016)

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 Altro titolo:  “Paris 05:59: Théo & Hugo”

 

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Presentato nella sezione Panorama alla Berlinale 2016 e vincitore del Teddy Award (premio cinematografico internazionale per film con tematiche LGBT), Théo e Hugo dans le même bateau, dei registi Olivier Ducastel e Jacques Martineau (compagni di lavoro e di vita), traccia con precisione e trasporto un percorso materiale per le vie di Parigi, simbolo di un viaggio verso una progressiva trasmutazione dei sentimenti.
È un film poetico e viscerale che parte dal puro incontro sessuale (venti minuti iniziali di sesso ripresi con totale immersione e senza tabù), per proiettare il seguito in una dimensione reale e partecipata. Sono 93 minuti reali, dalle 4:27 alle 5:59 in una affascinante Parigi notturna, attraverso cui la passione dei primi istanti muta lentamente e dolorosamente in sentimento.
Il film è stato girato nel corso di 15 giorni, incluse 9 notti, a basso budget. In origine la sceneggiatura prevedeva lo svolgimento della vicenda su 28 giorni, in seguito modificato nella durata in tempo reale dei 93 minuti del film.

Il titolo fa riferimento al film di Jacques Rivette “Céline et Julie vont en bateau: Phantom Ladies Over Paris”(1974).
Il nome Théo di uno dei protagonisti e il titolo alternativo (Paris 5:59: Théo & Hugo) sono un omaggio al film di Agnès Varda “Cléo de 5 à 7” (1962).

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Fronteras – A escondidas (Spagna, 2014)

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Bella e coinvolgente opera seconda del regista spagnolo Mikel Rueda ( che ha impiegato ben sette anni per la sua realizzazione), che affronta nello stesso tempo le tematiche parallele dell’immigrazione in Europa e della scoperta dell’amore omosessuale tra due adolescenti. La questione dell’immigrazione si può considerare parallela a quella dell’omosessualità, in quanto ne condivide il destino di problematica sociale ancora irrisolta.
Immigrazione e omosessualità possono solo essere accettate o rifiutate in toto, secondo gli schemi ideologici prevalenti nelle nostre società, non potendosi in ogni caso prevedere atteggiamenti ambigui o falsi, ma unicamente il superamento dell’emarginazione.


A escondidas è stato insignito del Premio Queer al trentesimo Torino Gay and Lesbian Film Festival 2015, assegnato al film che meglio rappresenta le tematiche dell’omosessualità e della ricerca del sé nell’adolescenza.
«Il film vincitore – si legge nella motivazione –, grazie alla struttura narrativa a puzzle e il montaggio a incastro, riesce a risolversi in un cerchio perfetto. Una delle motivazioni principali che ci ha portato alla scelta del film vincitore è stata la presenza di attori non professionisti ben diretti, che introducono freschezza, bellezza e giovinezza in un film che racconta d’amicizia e amore, indistinti, puri e profondi. Speriamo che il film vincitore del Premio Queer trovi una distribuzione italiana e che la dimensione universale di una storia carica di speranza possa così approdare anche nelle scuole».

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Closet monster (Canada, 2015)

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Closet Monster è un film del 2015 scritto e diretto da Stephen Dunn, giovane regista di 26 anni alla sua prima prova importante. I riferimenti all’altro enfant prodige del cinema canadese, Xavier Dolan (J’ai tué ma mère) sono inevitabili, ma Dunn sviluppa comunque un suo personale stile del quale speriamo di vedere ulteriori sviluppi.
Closet Monster approfondisce la difficoltà dell’adolescente a comprendere le proprie inclinazioni, fra desideri e paure, e con la presenza ingombrante del super-io paterno. Nel film il conflitto con il padre, prima ancora di un conflitto fra individuo e cultura della società, è un conflitto vissuto interiormente dal protagonista, e per questo anche più drammatico.
Per un approfondimento rimando all’eccellente scheda su Cinemagay.it (https://www.cinemagay.it/film/closet-monster/)

Il film ha vinto il premio come miglior film canadese al Toronto International Film Festival 2015. Il titolo del film, letteralmente Il mostro nell’armadio, fa riferimento ai vestiti nell’armadio della madre del protagonista, che lo ha abbandonato quando era piccolo.

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Baisers cachés (Francia, 2016)

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Baisers cachés è un film per la televisione realizzato dal regista Didier Bivel nel 2015 e diffuso la prima volta nell’agosto 2016 sulla RTS (Radio televisione Svizzera).
Premio della Critica al Festival des Créations Audiovisuelles di Luchon 2016.
Trattandosi di film TV risalta particolarmente l’intento pedagogico di denuncia di ogni forma di bullismo e omofobia, fuori e dentro la scuola.
Anche in presenza di significativi progressi nella conquista di alcuni diritti, come dice uno dei personaggi del film: “Poiché abbiamo una leggina sul matrimonio pensi che ora vada tutto bene?”.

Al di là di queste intenzioni, si tratta comunque di un film coinvolgente ed emozionante, la cui forza di coinvolgimento va al di là dei clichés del coming out adolescenziale, delle storie scolastiche, dell’odio irragionevole verso il diverso: fino a che le cose non cambieranno davvero, sarà necessario percorrerli ancora e ancora, senza averne mai abbastanza.

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O Ornitólogo (Portogallo, 2016)

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O ornitólogo è il quinto film del regista portoghese João Pedro Rodrigues, già presentato nel nostro blog con O Fantasma (2000), sua opera prima, e Odete (2005).
Il film ha avuto il premio per la miglior regia al Festival di Locarno 2016.
Senza altri discorsi, mi limito a citare un brano dalla bella recensione su Cinemagay.it, della quale raccomando l’illuminante lettura integrale.
“Potrebbe sembrare un’opera complessa, stravagante, difficile, invece, grazie ad una mirabile composizione registica, risulta emozionante, rinfrescante, raffinata, e potremmo dire anche facile. Dovrebbe raccontarci, del tutto aggiornata e con riferimenti autobiografici (soprattutto omosessuali), la storia di San Antonio da Padova, un santo nato alla fine del 12mo secolo a Lisbona da una nobile famiglia. Dopo aver studiato teologia iniziò una serie di viaggi come monaco francescano tra Europa e Africa, terminando la sua vita a Padova, la città che ancora lo venera e dove vengono girate le ultime scene del film.”
All’inizio Sant’Antonio si chiamava Fernando, come il protagonista del film: trovata la fede dopo un lungo percorso di dolore e scoperta divenne Sant’Antonio. Alla fine del film il personaggio di Antonio si presenta con il volto dello stesso regista João Pedro Rodrigues.

Il Sant’Antonio di Rodrigues è invece un ornitologo, Fernando (Paul Hamy), in viaggio da solo nel selvaggio nord-est del Portogallo, con la sua canoa, il binocolo e uno smart che usa per registrare le sue riflessioni. È così incantato ad ammirare un volo di cicogne nere che la canoa, entrata nelle rapide, si capovolge tramortendolo, e Fernando viene sospinto immobile e insanguinato sulla riva del fiume.

Hieronymus Bosch: Trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio (1501)
Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona.

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