Take me to the river (USA, 2015)

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Regia, sceneggiatura e produzione: Matt Sobel, alla sua prima produzione.
Canzone finale: Under Pressure – Queen & David Bowie

Presentato al Sundance Fim Festival 2015 e nominato al premio del pubblico come miglior film dal budget più contenuto. Tipico prodotto del maggior festival americano del cinema indipendente, creato e patrocinato dall’attore Robert Redford.
Il regista, sceneggiatore e produttore Matt Sobel racconta di essere partito da una esperienza personale quando, durante una riunione di famiglia nella fattoria dove poi ha girato il film, ha fatto un incubo nel quale era falsamente accusato di qualcosa di terribile durante una di quelle riunioni: “Ricordo di aver realizzato che tutto ciò che dicevo per difendermi avrebbe solo peggiorato la situazione, quindi dovevo stare zitto, anche se ribollivo per la sensazione di ingiustizia. Il mio primo obiettivo nel creare questo film è stato quello di catturare quella sensazione viscerale.” Il film si nutre fra l’altro dello scontro fra la cultura progressista della California, dalla quale proviene il protagonista, e gli ostracismi omofobi del Midwest rurale, fonte del potere politico dell’ultimo (speriamo) sciagurato presidente USA.

Sobel dichiara che gli è sempre piaciuto pensare alla storia come a una storia di inversione di età dove, invece di acquistare fiducia, il personaggio principale finisce per essere meno sicuro di molte cose rispetto all’inizio. Ryder, il protagonista gay adolescente, è fin dall’inizio sicuro della sua sessualità, a lui non serve il classico “coming out”, e lungi dallo scoprire la sua identità sessuale e il suo posto nella società, fa una sorta di cammino inverso, prendendo le mosse dal potere di altre soggettività per mettere in discussione le sue certezze.

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One last order – short film (Corea, 2019)

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Trasmesso in anteprima il giorno 30 marzo 2019 sul canale Youtube
Regia: Gustavo Kawashita, Thais Lima
Produzione: Hanyang University, Sud Corea

Un breve film intriso del caratteristico sentimentalismo asiatico, luci soffuse e romantiche, ambientazione a tarda notte con musica soft in sottofondo, una trama dolce e protagonisti carini. Prodotto dalla Università Hanyang (l’antico nome di Seoul), è stato realizzato con mezzi tecnici ridotti, ma il risultato sembra abbastanza buono, anche per merito della buona recitazione degli attori.


(Se non altro ne vale la pena per quanto è carino il protagonista!)

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Pihalla (Finlandia, 2017)

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Pihalla (titolo internazionale: Screwed), una storia nella strana estate del nord, per dimenticare le attuali vampe dell’estate mediterranea, una storia d’amore estiva senza eccessi sentimentali ma piena di pensieri ed emozioni.
Un film delicato e divertente che affronta in modo originale una delle tematiche più visitate dal cinema gay: il coming out, prima con se stessi poi con la famiglia ed il resto del mondo.
Il titolo originale del film, Pihalla, significa letteralmente “cortile“, e in senso metaforico indica l’esser fuori da sé stessi, dunque una traduzione approssimata dalla astrusa lingua finlandese potrebbe essere “confuso“, anche se non rende esattamente l'”esser fuori” di praticamente tutti i personaggi: dal protagonista Miku, che si fissa ad ascoltare la natura immaginando la musica che la potrebbero accompagnare, al padre narcolessico, il fratello drogato, la madre interessata unicamente a sé stessa ed al suo lavoro e il co-protagonista Elias, che vive in un mondo immaginario per sfuggire alla realt di una madre fuori di testa. E l’elenco non finisce qui, disegnando un panorama di disfunzionalità individuali e sociali con le quali si scontra l’insicurezza adolescenziale di Miku, la difficoltà di non sapere ancora come confrontarsi col mondo che lo circonda.

Questa storia di crescita ha un carattere tipicamente nordico, con un eccentrico senso dell’umorismo e una celebrazione spudorata sia del sesso, ma anche di quanto viene prima e dopo. Ottima la sceneggiatura (e la regia) che sapientemente alleggerisce i momenti più drammatici con uno spirito leggero e quasi divertito che rende il tutto sempre molto accattivante.

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The First Time – Bedingungslose Liebe (Germania, 2011)

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La prima volta – Amore incondizionato
Regia: Timmy Ehegötz
Sceneggiatura: Timmy Ehegötz
Musica: Marc Bradley
Montaggio: Timmy Ehegötz

Ho tenuto nel cassetto la traduzione di questo film per diverso tempo, dubbioso sulla sua effettiva qualità cinematografica, fino a quando, dalle scarse informazioni circolanti, sono riuscito a capire che non si tratta di qualcosa da confrontare con le maggiori produzioni cinematografiche, ma di un progetto con semplici ambizioni, pensato da un giovane e rivolto agli altri giovani. Timmy Ehegötz (il regista che recita anche la parte del protagonista Billy), mentre era studente liceale ha avuto l’idea di fare un film sul come far fronte alla nascita travolgente del primo grande amore. Con l’aiuto dei compagni di classe come attori dilettanti, degli amici, della Rete giovanile Lambda , del liceo Anna Freud e di altre persone, Timmy Ehegötz è stato in grado alla fine di mettere in atto il suo progetto. Il risultato è un film in grado di mettere in luce come nessun altro i sentimenti dei giovani, le loro difficoltà di avere una relazione in giovane età e soprattutto di come affrontare le inevitabili battute d’arresto. Il film pensato da Timmy vuole incoraggiare i ragazzi della sua età a non rinunciare alla speranza della felicità, anche dopo la delusione per la fine del primo grande e sofferto amore. In positivo il film mette in luce l’importanza dell’amicizia come grande rimedio nelle situazioni di crisi.

Naturalmente la critica paludata ha detto tutto il male possibile del film quando nel 2011 è stato presentato a Berlino, ma tenendo presente quanto detto sulla sua ideazione e realizzazione, si può solo apprezzare la spontaneità nella recitazione dei ragazzi e la profonda verità della storia.

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You I love (Russia, 2004)

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You I Love [Я люблю тебя – Ya lyublyu tebya]
Regia e sceneggiatura: Ol’ga Stolpovskaia, Dmitrii Troitskii

Ya lyublyu tebya (Ti amo) è un film che avevo visto molti anni fa, con l’aiuto di parziali e malfatti sottotitoli inglesi, e mi aveva già allora colpito per la singolarità della storia: non appena di recente mi è capitato di rinvenire una copia video accettabile e dei sottotitoli utilizzabili, ho ripreso il lavoro di adattamento all’italiano a suo tempo appena iniziato e poi abbandonato. È un film diseguale e a tratti poco compiuto, ma è la straziante testimonianza di qualcosa che poteva essere e invece non lo sarà chissà per quanto, e chissà a quale prezzo.
In Occidente il film è stato commercializzato come il primo film omosessuale della Russia, mentre in Russia è stato ovviamente definito un film scandaloso sull’amore. Comunque per il momento il film rimane quasi un unicum, prodotto nel periodo della post-perestroika con Putin già al potere, ma ancora con qualche margine di residua libertà e tutela dei diritti. Nessun film del genere era stato prodotto in precedenza in Russia, e nemmeno lo sarà in seguito, anzi, lo stabilirsi progressivo della dittatura personale di Putin, con il sostegno decisivo della Chiesa Cristiana Ortodossa di Russia, ha portato all’odierna situazione di omofobia ufficiale, con emanazione di leggi restrittive (Legge russa sulla propaganda gay – 2013) e persecuzione violenta contro la minoranza LGBT (Russia, uccisa attivista per diritti gay – ANSA, luglio 2019).

Il film è strutturato come un miscuglio di contrasti e temi che non sembrano formare un insieme artistico coerente. L’artificialità della vita contemporanea nella capitale russa è giustapposta a uno stile di vita presumibilmente più naturale incarnato da Uloomji, che sembra avere un legame spirituale con il regno animale ma non sa cosa sia un bancomat.
Ma comunque il film sembra percorso da un autentico sentimento russo, il modo in cui i russi si comportano l’uno verso l’altro, in cui trattano le persone e trasmettono il loro calore è qualcosa che può essere intuito anche da chi non è mai stato lì, e probabilmente mai ci andrà.

Nota: Uloomji, uno dei protagonisti, proviene dalla regione mongola del Kalmyk Oirat, la cui lingua viene usata da alcuni personaggi nel film.

 

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Zwei Gesichter – Short film (Germania, 2014)

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Regia: Christian Schäfer
Sceneggiatura: Glenn Büsing, Christian Schäfer
Durata: 24 minuti

“Zwei Gesichter” (Due Facce) è il primo film a tematica gay prodotto dal più grande ente sportivo nazionale al mondo, il Deutscher Fußball-Bund, un evento che rappresenta in qualche modo una pietra miliare per il cinema tedesco e per tutta la cultura calcistica.
Il progetto del film è nato dalla iniziativa degli studenti di cinema della Macromedia Glenn Büsing e di Christian Schäfer, che hanno supervisionato il progetto per la regia, sceneggiatura, casting e pubbliche relazioni.

Il film ha trovato subito rispondenza nel Football Pride Week organizzato dai Verdi a Berlino nel 2016 (Pagina facebook).
Gruppi di tifosi, rappresentanti di associazioni sportive e altre associazioni da tutto il mondo hanno parlato a Berlino per quattro giorni di omofobia e sessismo nello sport. Incredibile la presenza dei rappresentanti di una federazione sportiva LGBT russa, quando tutte le altre organizzazioni LGBT in Russia sono ufficialmente sciolte! Evidentemente dovevano mostrare una falsa facciata di tolleranza in vista dei mondiali di Russia 2018.

Alla settimana era presente anche, rara avis, il calciatore Roman Neustädter. Apostrofato dai suoi followers su Instagram con l’epiteto di  ‘homo’, Roman Neustädter ha risposto in modo succinto : “È il 2016. Se sei razzista o omofobo, vattene dal mio Instagram”.

Per altre considerazioni su calcio e omofobia rimando alle pagine di questo blog con film di tematica attinente: Eleven men out (2005) e Mario (2018).

 

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Kiss of the Rabbit God (Taiwan-USA, 2019)

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Sceneggiatura e regia: Andrew Thomas Huang
Durata: 15 minuti
Presentato al Tribeca Film Festival’s N.O.W. di New York, aprile 2019.

 

Kiss of the Rabbit God (Il bacio del Dio Coniglio) è la storia altamente stilizzata del risveglio sessuale di un gay sino-americano combinata con la mitologia cinese. Matt si innamora di un dio della dinastia Qing del 18 ° secolo che lo visita di notte e lo conduce in un viaggio di risveglio sessuale alla scoperta di sé.
Il regista Huang racconta, durante un viaggio a Città del Messico, di aver visto una mostra su Xōchipilli, il dio azteco dei fiori e patrono dell’amore gay. La storia di Xōchipilli lo ha ispirato ad approfondire l’eredità culturale cinese, nella quale ha rinvenuto la storia della dinastia Qing di Tu’er Shen, 兔兒 神, noto come Dio Coniglio. Nella storia, riportata dal poeta del XVIII secolo Yuan Mei, Hu Tianbao, un soldato della provincia del Fujian, si innamora del suo ufficiale comandante e professa il suo affetto per lui.
Come punizione, l’ufficiale comandante condanna a morte Hu Tianbao. Ma gli dei degli inferi, nella loro infinita saggezza, perdonano Hu per il suo “crimine di passione” e lo trasformano nel Dio Coniglio, il salvatore degli uomini che amano gli uomini.
Oggi, Tu’er Shen è ancora adorato in un tempio a lui dedicato nella città di Taipei, Taiwan, dove si svolgono cerimonie religiose per coppie gay.

Nel film di Huang, Rabbit God funge da liberatore di Matt, sfidandolo ad abbracciare la sua sessualità. Permette così a Matt di impegnarsi nell’intimità fisica che fino a quel momento si è vergognato troppo di esprimere. Per il regista stesso, Kiss of the Rabbit God ha offerto l’opportunità di conciliare una educazione religiosa con la sua sessualità.

“Sono gli uomini a dare forma a Dio”, dice Huang. “Noi pensiamo a Dio come a un legislatore sopra di noi, ma è il nostro pensiero di uomini a formare l’immagine degli dei.
Se Tu’er Shen è un vero dio, allora io, come gay, asiatico e cinese ho il diritto di reinventare questo dio come il dio dell’amore queer.”

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Primos – Cugini (Brasile, 2019)

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Regia: Mauro Carvalho e Thiago Cazado
Sceneggiatura: Thiago Cazado
Fotografia: Mauro Carvalho

Dolce, romantico e leggero“, è la definizione più azzeccata per Primos – Cugini, film brasiliano uscito quest’anno. Soprattutto una comicità leggera pervade tutto il film, nessun dramma intenso, nessuna trama complicata, solo dolci e amorose rappresentazioni di un amore gay fra due giovani, a cui fanno da ironico contraltare i valori cristiani e le usanze di un cattolicesimo ancora tradizionalista e chiuso.
Il film è dolce e commuovente soprattutto per merito degli attori, Lucas e Mario hanno una chimica talmente intensa da farli sembrare due fidanzati anche nella vita.
“Volevamo fare una storia divertente sull’argomento, il conflitto dell’omosessualità all’interno della famiglia e della religione. Crediamo che il pubblico si divertirà. È un film facile da capire”, ha detto Thiago Cazado, co-regista e attore nel film nel ruolo di Mario.

Amici da lunga data, Mauro Carvalho e Thiago Cazado lavorano insieme nel cinema fin dal 2013, Mauro Carvalho come fotografo e Thiago Cazado come attore e sceneggiatore. Il loro primo lungometraggio, Sobre nos – About Us (2016), è stato subito disputato dai distributori internazionali, ed è ora distribuito in tutto il mondo da Outplay Films (Francia) e TLA Releasing (USA).

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Œdipus Rex di I. Stravinskij (Giappone, 1992)

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Saito Kinen Festival di Matsumoto 1992
regia Julie Taymor
scene George Tsypin
maschere Emy Wada

Œdipus Rex (Edipo re) è un’opera-oratorio in due atti con musica di Igor Stravinskij, composta tra il 1926 e il 1927. Il testo originale in francese di Jean Cocteau, ispirato all’omonima tragedia di Sofocle, per l’opera di Stravinskij venne tradotto da Jean Daniélou in un latino ciceroniano costellato di arcaismi: come si pensava in quel momento, le consonanti “C” e “G” dovevano essere pronunciate dure, “C” ad es. diventa “K”, “caecinit” diventa (kekinit”. L’uso di questa lingua venne giustificato dal compositore dalla necessità di dare al lavoro un tono arcaico e sottolineare la tragedia dell’impotenza umana di fronte al fato ineluttabile.
Gli abitanti di Tebe sono ricoperti di terra come le statue dell’esercito cinese di Xi’an e i personaggi principali hanno mani di terracotta e la testa sormontata da una maschera stilizzata che si rifà sia alla scultura cicladica sia all’antica scultura giapponese Haniwa. Le maschere senza occhi e bocca sottolineano l’impotenza dei personaggi di fronte alle forze del fato e danno loro una dimensione più grande del reale facendone in tal modo delle icone monumentali. Allo stesso tempo lasciano il viso scoperto ai cantanti, esigenza imprescindibile di cui alcuni registi non sembrano talora essere consapevoli.
Questa edizione in forma scenica è stata rappresentata nel settembre 1992 al Saito Kinen Festival di Matsumoto, in Giappone, e le riprese sono servite ben 10 anni dopo alla produzione di un DVD di qualità video e audio non eccellente, ma musicalmente e scenicamente di altissimo livello.


Nell’allestimento giapponese l’idea di fondo dei costumi e della scenografia è il deterioramento, la corruzione che intacca i sudditi di Edipo. Così la pioggia finale significherà la loro purificazione. I movimenti sono lenti e ieratici e si fa uso di marionette e pupazzi per sottolineare ancora di più l’impotenza umana.
In Œdipus Rex i personaggi non dialogano tra loro, ma piuttosto espongono la propria vicenda in maniera antirappresentativa, come raccontata da un estraneo. Nei due atti l’azione è ripartita nei consueti numeri chiusi dell’opera – arie, cori, anche un duetto – secondo un principio di stilizzazione che si rivela nella vocalità modellata ora su stili settecenteschi ora su prosodie arcaicizzanti, il tutto riconducibile al cosiddetto periodo neoclassico di Stravinskij.

Un narratore introduce e collega le varie scene con i suoi interventi parlati e nel prologo ci comunica che stiamo per ascoltare una versione in latino di Edipo Re. In questa versione il narratore è un’attrice giapponese in abiti tradizionali, e la sua furente recitazione aggiunge una ulteriore nota di estraneità alla rappresentazione.

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Wo willst du hin, Habibi? (Germania, 2015)

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Inizio subito ringraziando per l’aiuto alla traduzione l’amico Marco Calcinelli, che dalla Romagna (non dalla Svizzera!) dove risiede ha fatto una importante revisione dall’audio originale in tedesco, misto a turco, lingue che mi sono ambedue ugualmente ignote. Ci impegniamo come sempre senza pretese di professionalità, ma cercando di dare la migliore interpretazione nei limiti delle nostre capacità.
Il film è essenzialmente drammatico, sia pure temperato da forti toni di commedia, con la regia di Tor Iben che lo rende molto bello e coinvolgente. Contribuisce al risultato l’ambientazione in una città come Berlino, aperta, progressista e multiculturale (perché mi viene da piangere pensando all’Italia di oggi?)
Ciò non significa che sia un paradiso: il protagonista Ibo, diminutivo di Ibrahim, figlio di immigrati turchi e omosessuale, deve affrontare molte difficoltà e battersi per la sua felicità, ma lo fa non da emarginato ma da cittadino berlinese che vuole continuare a vivere in Germania.

Il film di Tor Iben si smarca dagli stereotipi identitari che gravano sugli immigrati e sui gay e dalla dicotomia vittima-colpevole: “Ho vissuto a Kreuzberg, Berlino, per molti anni – spiega il regista – e ho incontrato molti immigrati, e la maggior parte di loro non corrisponde affatto a quegli stereotipi”.

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