Œdipus Rex di I. Stravinskij (Giappone, 1992)

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Saito Kinen Festival di Matsumoto 1992
regia Julie Taymor
scene George Tsypin
maschere Emy Wada

Œdipus Rex (Edipo re) è un’opera-oratorio in due atti con musica di Igor Stravinskij, composta tra il 1926 e il 1927. Il testo originale in francese di Jean Cocteau, ispirato all’omonima tragedia di Sofocle, per l’opera di Stravinskij venne tradotto da Jean Daniélou in un latino ciceroniano costellato di arcaismi: come si pensava in quel momento, le consonanti “C” e “G” dovevano essere pronunciate dure, “C” ad es. diventa “K”, “caecinit” diventa (kekinit”. L’uso di questa lingua venne giustificato dal compositore dalla necessità di dare al lavoro un tono arcaico e sottolineare la tragedia dell’impotenza umana di fronte al fato ineluttabile.
Gli abitanti di Tebe sono ricoperti di terra come le statue dell’esercito cinese di Xi’an e i personaggi principali hanno mani di terracotta e la testa sormontata da una maschera stilizzata che si rifà sia alla scultura cicladica sia all’antica scultura giapponese Haniwa. Le maschere senza occhi e bocca sottolineano l’impotenza dei personaggi di fronte alle forze del fato e danno loro una dimensione più grande del reale facendone in tal modo delle icone monumentali. Allo stesso tempo lasciano il viso scoperto ai cantanti, esigenza imprescindibile di cui alcuni registi non sembrano talora essere consapevoli.
Questa edizione in forma scenica è stata rappresentata nel settembre 1992 al Saito Kinen Festival di Matsumoto, in Giappone, e le riprese sono servite ben 10 anni dopo alla produzione di un DVD di qualità video e audio non eccellente, ma musicalmente e scenicamente di altissimo livello.


Nell’allestimento giapponese l’idea di fondo dei costumi e della scenografia è il deterioramento, la corruzione che intacca i sudditi di Edipo. Così la pioggia finale significherà la loro purificazione. I movimenti sono lenti e ieratici e si fa uso di marionette e pupazzi per sottolineare ancora di più l’impotenza umana.
In Œdipus Rex i personaggi non dialogano tra loro, ma piuttosto espongono la propria vicenda in maniera antirappresentativa, come raccontata da un estraneo. Nei due atti l’azione è ripartita nei consueti numeri chiusi dell’opera – arie, cori, anche un duetto – secondo un principio di stilizzazione che si rivela nella vocalità modellata ora su stili settecenteschi ora su prosodie arcaicizzanti, il tutto riconducibile al cosiddetto periodo neoclassico di Stravinskij.

Un narratore introduce e collega le varie scene con i suoi interventi parlati e nel prologo ci comunica che stiamo per ascoltare una versione in latino di Edipo Re. In questa versione il narratore è un’attrice giapponese in abiti tradizionali, e la sua furente recitazione aggiunge una ulteriore nota di estraneità alla rappresentazione.

I tebani sono afflitti dalla peste che gli dei hanno inviato loro perché la città ospita un assassino, l’uccisore del re Laio.

L’attuale re Edipo ha sposato Giocasta, la moglie del re Laio. Giocasta non vuole credere agli oracoli che avevano predetto che Laio sarebbe stato ucciso da suo figlio all’incrocio di tre strade, poiché lei pensa che suo figlio sia morto.

ArL’indovino Tiresia rivela però che Giocasta è la madre di Edipo, salvato da un pastore sulle montagne dove era stato abbandonato, e che lo stesso Edipo ha ucciso un vecchio a un trivio.
Edipo, re di Tebe, ha quindi ammazzato suo padre e sposato sua madre.

Sconvolta dalla tremenda rivelazione Giocasta si uccide mentre Edipo si acceca e si autocondanna all’esilio.

Edipo (il danzatore di butoh Min Tanaka) ormai cieco va sulla strada dell’esilio. Liberato dagli strati di terra che lo rendevano un pupazzo rigido, si allontana nudo sotto una pioggia che finalmente libera la città dalla pestilenza.

 

Cast

Saito Kinen Orchestra e Shinyukai Chorus diretti da Seiji Ozawa
Philip Langridge    Edipo
Min Tanaka    Edipo cieco
Jessye Norman    Giocasta
Bryn Terfel    Creonte
Harry Peeters    Tiresia

 

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  1. Apprezzo l’arte in generale e la musica in particolare . Come diceva il Filosofo : ” L’uomo nacque cantando e cantando narro’ le sue gesta…”. Ma , umilmente , in questo blog si cerca qualcosa di meno etereo ed a tema . Un cordiale saluto.

    • La tragedia è parte da sempre dello spirito umano, anche se l’attuale civiltà tende a metterla in disparte, a favore dell’edonismo consumista. Così come si può definire tragica l’esperienza di tanti uomini e donne come noi nei confronti di padri e madri, pur senza giungere agli estremi della tragedia greca. Non credo che siamo così distanti dalla tematica del blog!

      • Sono certo che hai bene interpretato il mio pensiero. Sempre grato del tuo impegno :a ben rileggerci. Luigi

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