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The long day closes (Inghilterra, 1992)

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Il lungo giorno finisce (The Long Day Closes, 1992) è un film del regista inglese Terence Davies, seguito ideale del suo primo lungometraggio, Voci lontane… sempre presenti (Distant Voices, Still Lives, 1988), che ho già messo a disposizione su questo blog.
Mentre Voci lontane… racconta l’infanzia del protagonista nella città Liverpool fra gli anni ’40 e ’50, Il lungo giorno finisce racconta, sempre con accenti ampiamente autobiografici, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza del giovane Bud. È un anno della sua vita,vtra il 1955 e il 1956, nel quale affronta le tempeste emotive e le scoperte tipiche dell’adolescenza: l’amore per la madre e per il cinema, il bullismo dei compagni di scuola e la crudeltà degli insegnanti, la religione, i primi segnali della propria omosessualità, tutto narrato con il tipico stile di Davies, che induce lo spettatore a seguirlo nelle frequeti digressioni temporali e oniriche, insieme alle numerose parentesi musicali.

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La canzone che da il titolo al film, inserita per intero nella parte finale, è la più famosa fra quelle pubblicate da Sir Arthur Sullivan nel 1868, prima dell’inizio della celebre collaborazione con W. S. Gilbert.
The Long Day Closes utilizza una versione a cappella della canzone eseguita da Pro Cantione Antiqua (https://www.youtube.com/watch?v=ikdHR9xhq3A).
Altra canzone guida è Stardust (Polvere di stelle) cantata da Nat King Cole nell’omonimo film hollywoodiano.

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Distant voices, still lives (Inghilterra, 1988)

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Distant voices, still lives è un film britannico del 1988 diretto e scritto da Terence Davies . Evoca la vita di una famiglia della classe operaia a Liverpool durante gli anni ’40 e inizio anni ’50, ma è anche una semi-autobiografia del regista. Terence Davies è notoriamente omosessuale ma ha espresso costantemente disagio per la sua sessualità (“Ho sempre avuto la più grande difficoltà ad accettare di essere gay”, ha così dichiarato), essendo cresciuto durante un’era particolarmente oppressiva nella storia britannica. Negli anni ’50 il governo stava ancora reprimendo gli uomini sospettati di omosessualità (si pensi al caso di Alan Turing), e alcuni personaggi famosi come il politico Lord Montagu e l’attore John Gielgud finirono arrestati, confermando nelle famiglie proletarie quali quella di Davies il concetto della omosessualità come corruzione e depravazione. È per questo che il personaggio del film che rappresenta il regista (Tony, interpretato da Dean Williams), tiene lontano da sé ogni sospetto di omosessualità mascherandosi in un curriculum di normalità. A Davies, passato il periodo quasi felice dell’infanzia, la vita sembra che abbia riservato solo giorni di dolore: “La mia adolescenza ed i miei vent’anni sono stati tra i più disgraziati della mia vita, la vera disperazione. La disperazione è peggio di qualsiasi dolore.”

Davies era il più giovane di dieci figli, durante il cosiddetto baby boom, nato in una famiglia cattolica della classe operaia nella Liverpool del dopoguerra. Suo padre è morto quando aveva solo sei anni e mezzo, ma i ricordi di lui come un uomo potente, prepotente e violento sono vividi e, insieme all’amore e al sostegno della madre, formano l’elemento portante di Distant voices, still lives.
Il film è composto da due film separati, girati a due anni di distanza, ma con lo stesso cast e la stessa troupe. La prima sezione, “Voci lontane”, racconta i primi anni di vita di una famiglia cattolica della classe operaia che vive sotto un padre prepotente. La seconda sezione, “Ancora presenti”, vede i bambini cresciuti emergere nella Gran Bretagna degli anni ’50, a pochi anni dal rock and roll e dai Beatles , ma in qualche ancora lontani nel ricordo.
Il meccanismo della memoria viene attivato da Davies attraverso l’uso del canto a cappella: cantano tutti, canzoni leggere, popolari o sacre, fino al song sui titoli di chiusura “O Waly, Waly” di Benjamin Britten, al pianoforte con il tenore Peter Pears, meravigliosa chiusa per un film indimenticabile.
Per chi è interessato si trova qui  l’elenco completo della canzoni.

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Strikers and defenders (Inghilterra, 2020)

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Il film è disponibile a questo link: https://vimeo.com/ondemand/strikersanddefenders           

 

NQV Media, acronimo di New Queer Visions, è una compagnia inglese specializzata nel proporre raccolte di cortometraggi di tematica gay, incentrate ognuna su un determinato argomento. Nel caso di Strikers and Defenders, il filo conduttore dei film corti è il campo di calcio. I quattro cortometraggi esplorano il raggiungimento della maggiore età, il desiderio e la mascolinità aggressiva. Ogni racconto approfondisce esperienze che possono iniziare negli spogliatoi, ma espandersi oltre le sue porte. Sono storie su menti e corpi in mutamento, su anni formativi e prime esperienze, sull’essere apparentemente all’esterno e guardarsi dentro, sentirsi diversi e superare la normalità.

Partendo dalla tematica sportiva ogni cortometraggio affronta in maniera diversa temi sociali più ampi quali l’amicizia, l’abuso, la confusione e la perdita di fiducia, mettendo allo stesso tempo in evidenza la difficoltà nella formazione di una identità dei giovani ragazzi e la pressione dei pari.

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Priest (Inghilterra, 1994)

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Priest è un film del 1994 della regista Antonia Bird. Penso che molti via via lo abbiano visto, ma da un po’ di tempo si rintraccia sul web solo la versione che venne a suo tempo tagliata di ben 7 minuti per farla uscire sul mercato USA, e questa è rimasta. Per fortuna la versione originale è stata ripubblicata dal fantastico sito Cinema of the world  (che consiglio tutti di visitare), e credo di fare un buon servizio mettendola a disposizione con una traduzione rivista (da OpenSubtitles.com) e completata dai dialoghi tagliati e dalle canzoni.
Ho trovato questo film incredibilmente commovente, specialmente negli ultimi 10 minuti. Descrive la lotta di un uomo allo stesso tempo cattolico, gay e prete, che attraversa una immane sofferenza e sopravvivendo alle difficoltà torna aiutare gli altri.
Le enormi polemiche alla sua uscita non hanno permesso di far emergere le grandi qualità artistiche del film, che è rimasto un misconosciuto capolavoro del cinema. La Chiesa Cattolica soprattutto ha portato una guerra spietata contro la sua diffusione, in Irlanda, USA e altrove. In USA la “Catholic League for Religious and Civil Rights” è stata così indignata dall’argomento del film e dalla sua uscita nel fine settimana di Pasqua che ha invitato tutti i membri a boicottare qualsiasi cosa legata alla Disney.
Fra i protagonisti da notare la presenza di Robert Carlyle, già allora attore preferito dal regista Ken Loach, che lo userà in seguito in molti suoi film.

(Nota: un affezionato utente del blog ha scritto queste considerazioni, che sono felice di condividere con voi.)
Un quarto di secolo è passato dall’uscita del film, ma lo scontro tra le due modalità di essere chiesa (più sociale o più clericale) non è scomparso, anche se oggi – al di là di estremi comunque presenti – le posizioni sembrano più sfumate. Particolarmente interessante è la presentazione della tematica del Secolarismo (visione della vita che prescinde da ogni riferimento al Divino) e del suo risvolto di agnosticismo (disinteresse globale e a-problematico a un riferimento/discorso religioso).
Circa la discussione teologica sull’omosessualità nella Chiesa cattolica purtroppo, da allora, temi e approcci non sembrano particolarmente evoluti. Da un punto di vista pastorale oggi le cose sono cambiate E una serie di realtà indicano il cambiamento: gruppi di omosessuali credenti, gruppi credenti per genitori, famigliari e amici di persone omosessuali, l’atteggiamento di buona parte dei preti è più conciliante, secondo la frase di Papa Francesco “Chi sono io per giudicare…”.
Ma il blocco persiste tuttora a livello teologico, vale ancora il documento con firma Ratzinger nel 1986, sotto Giovanni Paolo II. In quel documento, ancora in vigore, c’è la definizione dell’omosessualità come ontologicamente disordinata già a livello di tendenza. Di conseguenza a livello morale, di comportamento non si dà alcuna possibilità che gli atti omosessuali abbiano un valore, nemmeno in una coppia monogama e fedele. Una corrente teologica minoritaria ha iniziato da tempo percorsi per un superamento di tale documento, proponendo una nuova visione dell’omosessualità, ma siamo ancora lontani da una sua accoglienza a livello teologico.

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My beautiful laundrette (Inghilterra, (1985)

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My Beautiful Laundrette, film del 1985 con la sceneggiatura del famoso scrittore Hanif Kureishi e la regia di Stephen Frears, ritrae un giovane asiatico di origine pakistana che gestisce una lavanderia (ing.: laundrette) con un ex compagno di scuola inglese, e la relazione romantica tra i due. Uno dei primi film di successo internazionale che rappresenta senza pregiudizi una relazione omosessuale, per di più fra appertenenti a culture ed etnie diverse.
A suo tempo (chi ne ha l’età) penso che tutti lo abbiamo visto in una eccellente versione doppiata in italiano, sia pure ogni tanto a scapito del senso letterale dei dialoghi.
Volendo riproporre il film a chi non lo può aver visto, ho pensato di seguire la mia propensione agli audio originali con sottotitoli, avendo per di più verificato che una sottotitolazione in italiano sembra non essere reperibile dalle fonti web.

Il film a suo tempo ha segnato un radicale allontanamento dalle precedenti rappresentazioni di asiatici immigrati nella cultura britannica. Fra gli anni ’70 e ’80, quando Hanif Kureishi ha iniziato la sua attività letteraria, gli asiatici britannici erano raramente presenti nei teatri, sullo schermo o sulle pagine della narrativa letteraria. Erano culturalmente invisibili e ampiamente considerati come una minoranza passiva e mansueta.

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SWAN LAKE – Il lago dei cigni (Inghilterra, 1995)

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Balletto in un prologo e quattro atti
coreografia: Matthew Bourne
musica: Petr Ill’ic Cajkovskij

Per Natale, al posto dell’abusato Schiaccianoci, un balletto più consono all’indirizzo di questo blog, il Lago dei cigni nella celebre versione 1995 del coreografo e danzatore Matthew Bourne, un balletto che ancora oggi dopo 24 anni mantiene il primato di spettacolo di danza di maggior successo al mondo.
Anche chi non ama o non conosce la danza classica non può non essere coinvolto emotivamente da questa pièce, che oltre alla danza ha le caratteristiche di uno spettacolo teatrale, in cui i danzatori sono anche gli attori protagonisti del dramma narrato.
La radicale rivisitazione del Lago dei cigni di Bourne è famosa soprattutto per la sostituzione del corpo di ballo femminile con un corpo di ballo interamente maschile, nonché per aver sostituito la figura femminile della fragile Odette con quella di un Cigno sensuale, forte e misterioso, da cui la lettura omosessuale dell’amore tra il Principe e il Cigno.
Il registro predominante del balletto rimane comunque quello poetico e drammatico. Al suo centro c’è la figura del Cigno che rappresenta il mezzo attraverso il quale Bourne, prima ancora che narrare una storia trasgressiva, intende rendere le sensazioni che questi animali suscitano in lui: un ideale di bellezza, ma anche di aggressività e di forza, che ha suggerito a Bourne l’immagine della muscolatura maschile piuttosto che quella di aggraziate ballerine vestite di romantici tutù: ed ecco dunque che il corpo di ballo del Lago, si trasforma in un gruppo di creature selvagge, sensuali e capaci di improvvisa e inarrestabile violenza.


Bourne sostiene che questa storia già si celasse nella partitura di Tchaikovsky del Lago dei Cigni, la cui melodia rimanda naturalmente ad una potente e drammatica storia d’amore. Per Bourne quella di un giovane uomo che, non trovando affetto e comprensione in chi gli sta accanto, arriva a rincorrerlo in un ideale sfuggente, irraggiungibile, ma che gli dà il conforto e la forza necessari per sopravvivere. La morte dell’ideale coincide necessariamente con la morte del giovane.
Inevitabile anche il riferimento alla storia personale di Cajkovskij, sulla cui omosessualità permangono oramai pochi dubbi, e sul fatto che il compositore abbia adombrato nella tragicità della musica il dramma della sua vita intima.

 

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Toast (Inghilterra, 2010)

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Film tratto dalle memorie autobiografiche di Nigel Slater, cuoco e divulgatore di cucina in TV, il quale appare in un cameo alla fine del film fronteggiando il sé stesso adolescente, oltre ad averne curato la sceneggiatura. Nigel Slater è uno dei più popolari ed amati critici gastronomici e cuochi del Regno Unito, sempre presente nelle classifiche dei bestseller e in televisione. Quella per il cibo è per lui una vera e propria passione, più che un semplice lavoro, un amore sbocciato in tenera età e sempre coltivato con dedizione continua.
La tematica principale del film non è l’omosessualità, anche se scorre sotto traccia per tutta la storia, ma la cucina e la passione di Nigel per il cucinare, inteso anche come strada per arrivare al cuore delle persone.

Insieme alla cucina il giardinaggio è l’altra passione che si rivela nel film, attraverso la precoce storia d’amore con un avvenente giardiniere. Tutto questo si coniuga nelle sue più famose serie TV per la BBC, nel quale le ricette vengono realizzate all’aperto, in un orto-giardino che fornisce direttamente gli ingredienti per i piatti.

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Forgive and forget (Inghilterra, 2000)

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Forgive and Forget è un film inglese realizzato per la televisione, trasmesso sulla rete indipendente ITV il 3 gennaio 2000. Il film segna il debutto televisivo dello scrittore Mark Burt, che ha scritto un soggetto raccolto dal produttore Simon Passmore e dal regista Aisling Walsh.
Le critiche sulla qualità del film non sono unanimi, soprattutto per il fatto che potrebbe essere associato ad una certa visione dell’omosessualità, non ancora debellata, per la quale una storia d’amore omosessuale è destinata a fallire e porta fatalmente alla rovina, quasi a dover scontare una colpa di fronte alla società e un peccato di fronte alle divinità.
In realtà, secondo me, il film è assolutamente valido come rappresentazione di una autentica passione amorosa, grazie soprattutto all’interpretazione appassionata dell’attore protagonista, Steve John Shepherd, che interpreta il giovane David, ed è comunque divertente e piacevole.

Il film è interessante anche per la rappresentazione di un coming out all’interno della working class inglese, intrisa di machismo e omofobia. È una storia di tradimento, confusione e diniego ma alla fine si tratta solo di amore. È un triangolo amoroso con una svolta, dopo la quale ognuno dei tre personaggi principali emerge profondamente cambiato.

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Gods’s own country (Inghilterra, 2017)

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Gods’s own country è la prima regia cinematografica di un attore, Francis Lee, già visto in alcune serie tv (Heartbeat, Casuality, L’ispettore Barnaby). Il regista ha detto di aver girato il film nella casa dove ha passato l’infanzia e che la famiglia possedeva da anni, e di aver voluto rappresentare un amore gay all’interno di un ambiente rurale a forte caratterizzazione naturalistica da lui conosciuto molto bene.
Si tratta di un allevamento posto a Laycock, nella regione dello Yorkshire in Inghilterra, dove tra l’altro è in uso un dialetto piuttosto ostico per chi conosce solo l’inglese corrente. Il paesaggio arido e freddo del West Yorkshire è intriso di una luce fredda e tersa, dove i corpi degli uomini, piegati sulla terra, sembra siano chiamati solo a soffrire. Il protagonista Johnny non ha scelta: nonna e il padre contano su di lui per riparare le staccionate, accudire il gregge, far sopravvivere gli agnelli. Johnny non ha tempo da perdere, nemmeno per amare, almeno fino al giorno in cui alla fattoria arriva Georghe, un lavoratore stagionale rumeno della sua età. Pieno di valori positivi, il ragazzo rimette in piedi la fattoria e insegna a Johnny l’amore e la tenerezza.

Nel maggio 2018 è uscito in Italia con il titolo “La terra di Dio“, ho volutamente ritardato la pubblicazione dei sottotitoli per non danneggiare la sia pur modesta diffusione nei cinema.
Sono molte le similitudini che potrebbero ricordano la storia dei cowboys Jack e Ennis di Brokeback mountains, ma la maggiore sicurezza di Johnny e Georghe ci fa capire che molti anni sono passati dai tempi di quel film. L’omosessualità tragica dei due protagonisti non è stavolta al centro del racconto, che accompagna invece la crescita psicologica e sentimentale del suo protagonista Johnny.

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War Requiem di Derek Jarman (Inghilterra, 1989)

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In questo 2018 sono passati 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, quella che oggi si inizia a chiamare anche Prima Guerra Civile Europea. I 70 anni di pace continuativa garantiti dall’Unione Europea sembra comincino a venire a noia ai ricchi e benestanti popoli che ne fanno parte. Sotto la spinta delle rinascenti ideologie fasciste e naziste, il razzismo, l’omofobia e l’odio nei confronti dei diversi stanno prendendo campo, facendo balenare i sinistri fantasmi dei conflitti fra le nazioni, in prospettiva anche armati.
War Requiem (1989), uno dei film più toccanti del regista Derek Jarman, può oggi a maggior ragione essere visto come un monito a non ripetere gli orrori vissuti dal nostro continente nel secolo scorso. Accosta scene drammatiche originali e senza dialoghi con filmati d’archivio della prima guerra mondiale, avendo come unica colonna sonora l’omonimo capolavoro musicale di Benjamin Britten (1962), probabilmente la più grande opera corale del 20° secolo e insieme una appassionata richiesta di pace nel mondo.


Il film riunisce attori del calibro di Laurence Olivier (alla sua ultima performance) e Tilda Swinton.
Jarman per la colonna sonora ha impiegato la classica versione di War requiem del 1963 diretta dallo stesso Britten con la London Simphony Orchestra e tre fra i maggiori solisti del tempo: il baritono tedesco Dietrich Fischer-Dieskau, il soprano russo Galina Vishnevskaya e il tenore inglese Peter Pears (compagno di vita e ispiratore di di Britten).
Le immagini del film costruiscono una linea narrativa sulla vicenda di Wilfred Owen, il tenente omosessuale della fanteria inglese morto tragicamente a 27 anni nell’ultima settimana della prima guerra mondiale, di cui Britten ha usato i testi poetici per il Requiem. La regia di Jarman evidenzia sottilmente il sottotesto omoerotico della poesia di Owen, e sebbene la relazione di Owen con l’infermiera sia la più sviluppata – sembra essere sua sorella – le sue relazioni emotive chiave, sia nella vita che nella morte, sono con l’affabile giovane biondo (chiamato il Milite Ignoto nei titoli di coda) e il Soldato Tedesco che lui uccide, per poi incontrarlo di nuovo nell’aldilà. È questo il momento di più alta commozione, con la ripetuta e straziante invocazione:”Let us sleep now…”.

 

 

Il War Requiem di Benjamin Britten (2012)

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La cattedrale di Coventry, in inghilterra, costruita nel quattordicesimo secolo, fu distrutta il 14 novembre 1940 durante un bombardamento della Luftwaffe (aviazione tedesca). Quando la nuova struttura fu completata – costruita accanto alle rovine dell’antico edificio – in occasione della riconsacrazione, il 30 maggio 1962, venne commissionata un’opera al maggiore musicista che l’Inghilterra potesse vantare dai tempi di Henry Purcell. A Benjamin Britten venne data la completa libertà di scrivere qualunque musica volesse.

Britten, da appassionato pacifista, volle utilizzare tre fra i più famosi solisti delle maggiori nazioni europee coinvolte nella seconda guerra mondiale, come segno di ritrovata concordia e pacificazione fra i popoli. L’imponente scena orchestrale (oltre al grande coro, coro di bambini e orchestra) prevede l’uso del testo latino della Messa da Requiem, intervallato da semplici ma sconvolgenti esempi della poesia di guerra di Wilfred Owen.

Per chi volesse una versione recente del War requiem propongo una esecuzione del 2012 nella nuova Cattedrale di Coventry, in occasione del 50° anniversario della prima esecuzione diretta dallo stesso Britten nel 1962.
La monumentale opera è diretta da Andris Nelsons con la City of Birmingham Symphony Orchestra ed i CBSO Chorus e CBSO Youth Chorus, con i solisti Erin Wall (soprano), Mark Padmore (tenore) e Hanno-Müller Brachman (baritono).
Chi volesse approfondire le complesse tematiche legate all’opera musicale di Britten ed al film di Jarman, può utilmente consultare questa pagina web, dove si trovano anche i testi integrali messi in musica: Jim’s Reviews – Jarman’s War Requiem.

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