Eismayer (Austria-Germania 2022 )

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Questa settimana Vi proponiamo un film che a noi è piaciuto moltissimo: Eismayer. Qui di seguito il commento e la recensione di Renato. Buona visione! Dino Sauro Stupazzoni.

La pellicola austro-tedesca è stata presentata in anteprima alla 37^ Settimana Internazionale della Critica di Venezia, risultando vincitrice del Gran Premio IWONDERFULL. Ha anche partecipato al Lover Film Festival 2023 di Torino. La sceneggiatura è ispirata a una storia vera: i protagonisti dei fatti erano presenti alla proiezione veneziana in alta uniforme. I veri Eismayer e Falak sono ancora oggi nell’esercito austriaco e si sono uniti civilmente nel 2014.

La prima volta che ho sentito le storie selvagge sul Sergente Maggiore Charles Eismayer è stato nel 2001, quando ero una recluta delle Forze Armate austriache […]. Quindici anni dopo, mentre studiavo cinema, ho fatto delle ricerche sulla sua vita e ho trovato una storia d’amore dietro quell’immagine dura che mi ha toccato profondamente.

David Wagner

                             Sopra la locandina del film Eismayer

Titolo originale: Eismayer
Anno: 2022
Nazione: Austria, Germania
Genere: Drammati co, Storico, Senti mentale
Casa di produzione: Golden Girls Filmprodukti on, Loco Films, Film Fonds
Wien
Distribuzione italiana: Minerva Pictures
Durata: 87’
Regia: David Wagner
Sceneggiatura: David Wagner
Fotografi a: Serafi n Spitzer
Montaggio: Stephan Bechinger
Musiche: Lylit
Attori:

Gerhard Liebmann è Vizeleutnant Charles Eismayer,

Luka Dimic è Mario Falak

Julia Koschitz è Christina Eismayer

Trama di Eismayer

Eismayer, sergente maggiore dell’esercito austriaco, è un

istruttore temuto, tanto dai suoi soldati quanto dai suoi colleghi, i quali cercano di ridimensionarlo. I suoi modi rudi e la sua famiglia apparentemente perfetta non fanno sospettare della sua omosessualità. Con l’arrivo della recluta Falak, gay dichiarato, il sottuffi ciale inizia a mettere in discussione sé stesso e la vita che ha condotto fino a quel momento.

Recensione di Eismayer Di Renato

Molti autori, ultimamente, contrassegnano il loro debutto nel mondo della fiction di lunga durata a delle storie queer. Le ragioni possono essere molteplici: da una esigenza di rappresentazione di un mondo che continua a vivere delle forti contraddizioni – pensiamo alle leggi russe, polacche o, peggio ancora, di Nigeria, Iran e Arabia Saudita che sono paesi in cui è, per legge, punita l’omosessualità – a quella di un queer baiting sempre più insistente e che sta prendendo una fetta di mercato sempre più ampia.

David Wagner, classe 1982, decide di scrivere una sceneggiatura partendo dalla storia di un sottuffi ciale che ha incrociato durante il suo periodo di leva: un uomo decisamente diffi cile da ignorare per i suoi modi rudi e conosciuto nelle caserme del paese come il più temibile degli addestratori. All’epoca – era il 2001 quando Wagner era di leva – la temibile nomea di Eismayer aleggiava fra i giovani soldati. Il sergente maggiore era closeted, nessuno avrebbe mai dubitato della sua eterosessualità fino all’arrivo di Mario Falak, suo allievo e, in seguito, suo amante.

Per questa storia, l’autore scomoda argomenti già usati – e abusati – ma la colpa è attenuata dalla volontà di riprodurre un evento reale. La caserma, il rapporto superiore-subordinato, anche l’accettazione dei commilitoni del compagno gay risultano noti: finanche in un film italiano degli anni Ottanta come Soldati – 365 all’alba (1987) venivano affrontati questi temi. Certo: mancava il rapporto d’amore, la sessualità più diretta, ma tutto il resto era presente, come anche lo stereotipo del soldato sovrappeso che porta alla mente il personaggio di Palla di Lardo – Gomer Pyle nella versione originale – del film di Kubrick Full Metal Jacket (1987).

La costruzione della storia d’amore ha un contorno che non porta nulla di nuovo e che non  fa riaffi orare emozioni particolari: siamo in una riedizione poco originale di ciò che, alla maggior parte degli amanti del cinema, è già risaputo o che, per gli altri, risulta poco coinvolgente.

La durezza del personaggio di Eismayer – interpretato da Gerhard

Liebmann, noto in patria soprattutto per le sue partecipazioni a serial tv – non è così disturbante quanto lo si vorrebbe far apparire e lo diventa ancor meno quando incomincia a palesare le sue fragilità. Anche il carattere di Mario Falak – impersonato da Luka Dimic – non suscita emozioni particolarmente appassionanti: le sue controreazioni a chi lo etichettava frocio piuttosto che il suo atteggiamento di difesa nei confronti del duro istruttore non lasciano nessuno spazio a un qualcosa di nuovo, finendo in una messa in scena già fagocitata. In questo contenitore, non poteva mancare l’antieroe omofobo, sessista e razzista figurato dal personaggio di Striegl – portato sullo schermo da Anton Noori – che nulla aggiunge e che va ad ampliare il bacino del già visto.

I froci non possono stare nell’esercito, è come mettere i

pedofili in un asilo.

Striegl

Per quanto riguarda l’aspetto più emotivo, quello inerente all’omosessualità del protagonista – fulcro del lavoro di Wagner – troviamo due aspetti , diversi ma che confluiscono in un unico risultato: la poca effi cacia. Il coming out di Eismayer alla moglie viene reso fine a sé stesso, abbandonato e non approfondito. Inoltre, la rivelazione dei sentimenti del sottuffi ciale al suo sottoposto finisce per non appassionare, in una accettazione passiva più che partecipativa. Una relazione, anch’essa, intrisa di déjà vu e stereotipi: dal machismo del sergente maggiore che lo porta ad essere il dominante della coppia alle scene d’amore che ricordano i richiami bucolici e paesaggistici di Guadagnino. Neanche la scena con il figlio di Eismayer riesce a risollevare le sorti di un racconto già risaputo.

In tutto ciò, il lavoro degli attori non ha fatto altro che adeguarsi alle esigenze registiche: in un film dove tutto è così banalmente normale, Liebmann e Dimic rimangono incastrati in quel limbo di racconto fatto più come narrazione di un evento che come coinvolgimento emotivo. Se per l’interprete di Falak il lavoro è volutamente monocorde – nonostante Wagner abbia voluto donargli qualche momento di ironia che lo distoglie dal ruolo di vitti ma immolata, non più di moda – Liebmann ha la possibilità di esplorare quanto meno la percezione interiore di quel cambio diffi cile da accettare, per il suo personaggio, ma che deve comunque essere reso senza alcun eccesso. Il momento in cui è più fatti vo è nel mostrare Eismayer, il suo comportamento dentro e fuori dalla caserma.

Volevamo rendere visibile il nucleo e il lato interiore del protagonista, e dovevamo trovare la giusta prospetti va per farlo. Poi, l’importante era catturare una scena nel modo

più semplice e mirato possibile.

David Wagner

In conclusione

Wagner riesce nell’impresa di rendere la sua storia banale. Cerca di metterci delle pezze emotive, come il discorso padre-figlio piuttosto che il lieto fine, che possono sicuramente soddisfare uno spettatore più disponibile a una accoglienza indulgente. Sicuramente, ha il pregio di descrivere una realtà (quasi) attuale di una nazione che non si dimostra palesemente aperta alla comunità lgbtqi+.

Note positive

  • Storia documentaristica

Note negative

  • Nessuna identità registica
  • Pregno di stereotipi
  • Sceneggiatura non esaltante

Questa pellicola ha dei sotto titoli hard coded – sovra impressi, viene rilasciata in un unico file in formato .mp4, e può essere visualizzato su qualsiasi lettore.  Per ogni chiarimento, dubbio, suggerimenti, proposte, se volete partecipare al progetto ed aiutarci, potete scrivere a : caprenne23@outlook.com  Ed infine Vi ricordiamo la nostra pagina Facebook, https://www.facebook.com/people/Sottotitoli-italiani-per-film-e-serie-gay/100063589207670/

           

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Elephant – Slon (Polonia 2022 )

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Provate per un momento ad immaginare di trovarvi in Polonia, uno dei paesi più omofobi che ci siano in Europa,nel sud della Polonia,nelle montagne ai confini con la Slovacchia. Ecco, Elephant (Slon in polacco) è ambientato in quella remota zona, in un villaggio rurale, e ritrae una piccola comunità e alcuni personaggi che la abitano, descrive relazioni, conflitti, ipocrisie, complicità. Il film è ispirato alle esperienze vissute da Kamil Krawczycki, il regista, nella sua città natale, tra le montagne della Polonia meridionale, e ci racconta una crescita, una presa di coscienza, una rivalsa. “Volevo ritrarre un personaggio vulnerabile e forte allo stesso tempo. So che molte persone queer in Polonia possono immedesimarsi in questo personaggio. Raccontando questa storia, ho voluto rendere loro omaggio e dare un po’ di speranza, di cui la Polonia ha bisogno in questo momento”.

                                                                              Sopra la locandina del film

I protagonisti del film sono Bartek e Dawid, e la bellissima natura che li circonda. Sotto un certo aspetto ci può ricordare, alla lontana ovviamente e facendo le debite comparazioni, Brokeback Mountain. Jan Hrynkiewicz interpreta il giovane Bartek, che gestisce un piccolo allevamento di cavalli in montagna, da cui però fatica a trarre sostentamento, e arrotonda lavorando la sera in un pub. Bartek si prende doverosamente cura della madre possessiva, depressa e ingrata (Ewa Skibinska), abbandonato dalla sorella Daria (Wiktoria Filus) espatriata in Norvegia per amore di un uomo che non vedremo. Pawel Tomaszewski invece è Dawid, un musicista. La vita scorre tranquilla in questo ambiente isolato e apparentemente fuori dal tempo. Ma un evento traumatico riporta al paesello Dawid. Bartek ben presto rimane affascinato dalla sua persona, da questo musicista, sicuro di se, che viene da un mondo a lui lontano, e se ne innamora. Bartek non esprime la sua persona, il suo essere omosessuale. Dawid invece è già risolto, non ha problemi, tutti sanno di lui in paese. E’ proprio questo il motivo che lo spinse ad andarsene. La loro frequentazione, da semplici cavalcate in mezzo alla natura, diventa sempre più stretta, e viene presto notata. Una sera Dawid porta Bartek in un locale lgbtq in città, dove rimangono fino all’alba e dove Bartek vede e prende contatto per la prima volta con un mondo che non conosceva di persona. L’ostilità verso di loro inizia a circolare, e ad esprimersi con una violenza, che da verbale diventa fisica. Bisogna saper reagire, trovare aiuto in chi ti vuole bene e non giudica le tue scelte di vita. Elephant è un film semplice,diretto. Tema dominante è il pregiudizio e l’omofobia, ma anche l’amore, quello con la A maiuscola. Bartek verrà messo alle strette. Si troverà a dover scegliere tra l’amore e la libertà, da un lato, e i suoi obblighi familiari, la sua fattoria in cui tanto credeva, la sua adorata montagna, dall’altro. Danuta (Ewa Kolasinska), la simpatica vicina di mezza età di Bartek, sembra sapere tutto di lui e di Dawid, come apparentemente tutti gli altri abitanti del villaggio. Lo chiama elefante, con una metafora che Bartek sembra non comprendere, per esprimere una “diversità” riferita all’ambiente in cui Bartek si ritrova, gli dice di darsi da fare e gli regala un modellino di elefante da portare via. Una sorta di portafortuna, evidentemente. Preminente è la figura “femminile”, in questo film : la mamma di Bartek, la sorella di Bartek, la simpatica vicina di casa, Danuta (Ewa Kolasinska). La figura maschile ci viene presentata come assente, nelle figure del marito della sorella, del padre di Bartek, fuggito, oppure di un fallito, come il padre di Dawid. Recensito da Dino Sauro Stupazzoni.

Il Cast di Slon – Elephant 

Jan Hrynkiewicz è Bartek

Pawel Tomaszewski è Dawid

Ewa Skibinska è la mamma di Bartek

Ewa Kolasinska è Danuta

Wiktoria Filus è Daria sorella di Bartek

Regia : Kamil Krawczycki                   

Questa pellicola ha dei sotto titoli hard coded – sovra impressi, viene rilasciata in un unico file in formato .mp4, e può essere visualizzato su qualsiasi lettore.  Per ogni chiarimento, dubbio, suggerimenti, proposte, se volete partecipare al progetto ed aiutarci, potete scrivere a : caprenne23@outlook.com   Ed infine Vi ricordiamo la nostra pagina Facebook, https://www.facebook.com/people/Sottotitoli-italiani-per-film-e-serie-gay/100063589207670/

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Lonesome (Australia 2022 )

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                                                       L’Odissea sessuale di un cowboy gay d’Australia.

Primo film in Concorso nella sezione lungometraggi della trentasettesima edizione del Lovers Film Festival con Lonesome di Craig Boreham, qui anche sceneggiatore di un’autentica Odissea sessuale e sentimentale nel cuore dell’Australia.

la locandina del film

                                                                              Sopra la locandina del film

Protagonista è Casey, interpretato dall’inquietante e fascinoso Josh Lavery, cowboy solitario e taciturno, ragazzo di campagna in fuga da uno scandalo e dai propri omofobi genitori che sogna di vedere l’oceano prima di morire. Parte così con uno zainetto sulla spalla e un cappellaccio alla Spaghetti Western verso un’irriconoscibile Sydney, nel senso che non si riconosce niente che faccia capire di essere a Sydney, seminando incontri sessuali con perfetti sconosciuti lungo il proprio cammino. Ogni occasione è buona per far sesso, per sgraffignare denaro, cibo o bevande, per svuotarsi e appagare una fame sessuale che parrebbe non conoscere mai la parola fine. Arrivato in città incontra Tib, grazie a Grindr. Un menage-a-trois con un altro sconosciuto che si trasforma presto in altro, perché Tib e Casey, anime perdute segnate dalla violenza paterna, dalla mancanza materna e dalla solitudine sentimentale, sono affini. Entrambi troveranno qualcosa che stavano inconsciamente cercando, ma che nessuno dei due saprà come gestire, perché mai fino a quel momento avevano toccato con mano l’amore, o un qualcosa che non fosse solo e soltanto attrazione fisica e animale. Lonesome esplora la sessualità casuale, l’affetto, sarebbe meglio dire “la mancanza di affettuosità”, la solitudine e l’isolamento in un mondo che non è mai stato così connesso, grazie al web, agli smartphone perennemente collegati l’uno all’altro, ad app che ci permettono di conoscere chiunque in qualsiasi momento. Il film di Craig Boreham è un titolo queer vecchio stampo, che non ha timore di mostrare nudità ad ampio raggio e scene di sesso gay. Non solo esplicite, ma anche piuttosto dure, non adatte ad un pubblico delicato. Il bellissimo Josh Lavery è un giovane segnato dalla solitudine e dal dolore affettivo, convinto che solo attraverso il sesso e l’umiliazione personale possa espiare i propri peccati e placare i suoi sensi di colpa. Il suo Casey, così silenzioso e bisognoso d’affetto, cede così ad un perverso viaggio nell’Inferno della Carne che lo vede prima soffrire e all’infine illudersi, che qualcosa di diverso sia in realtà possibile. L’incontro con Tib, a sua volta ossessionato dal sesso mordi e fuggi, è da questo punto di vista un luogo da cui poter potenzialmente ripartire, ma non senza aver prima raschiato il cosiddetto “fondo del barile”. Una relazione tumultuosa, e apparentemente ingestibile, quella tra i due ragazzi, coraggiosi nell’affidarsi all’audacia del regista e sceneggiatore, affiancato dall’amico e collaboratore Dean Francis alla fotografia. Il film ha delle tonalità di colore molto calcate, un alto livello di saturazione, a tratti quasi fastidioso. Il cowboy pennellato da Craig Boreham omaggia chiaramente un cult anni ’60 di Andy Warhol, Lonesome Cowboys, catapultato in una società perennemente connessa e puntualmente isolata, in cui a far paura è la l’eccezionalità di un sentimento a lungo sempre più creduto illusorio. La bellezza di Lavery, così rude, grezzo nei modi e al tempo stesso dolce nello sguardo, illumina un’opera che arde nella fotografia e nella tensione sessuale che travolge i protagonisti, intrepidamente estremizzati nelle loro esplicite debolezze, nelle ricercate perversioni, nei lati di un carattere quasi ripulsivo, prima di cedere gli ormeggi e venirsi finalmente incontro. Ringrazio per l’aiuto con i sotto titoli Margherita. Buona visione. Dino Sauro Stupazzoni.

Questa pellicola ha dei sotto titoli già incorporati di default, viene rilasciata in un unico file in formato .MKV. Si consiglia la sua visualizzazione con il player universale VLC. Per ogni chiarimento, dubbio, suggerimenti, proposte, se volete partecipare al progetto ed aiutarci, potete scrivere a : caprenne23@outlook.com  Ed infine Vi ricordiamo la nostra pagina Facebook, https://www.facebook.com/people/Sottotitoli-italiani-per-film-e-serie-gay/100063589207670/

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Sauvage (Francia 2018)

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Camille Vidal-Naquet è qui al suo debutto nel mondo dei lungometraggi. Un esordio sotto i riflettori del Festival del Cinema di Cannes, dove la pellicola ha partecipato, nel 2018, nella sezione Settimana internazionale della critica, aggiudicandosi il Premio Louis Roederer per la Rivelazione assegnato al protagonista Félix Maritaud. Il lavoro ha lasciato sicuramente il segno, anche per le scene di sesso che contiene – alcune palesemente esplicite. Quello stesso anno, sempre a Cannes e nella sezione Un Certain Regard, venne presentata la pellicola belga-olandese Girl di Lukas Dhont – autore del più recente Close – che aveva come protagonista la storia di una danzatrice classica in transizione MtF. ( By Renato).

Sopra la locandina del film

Trama di Sauvage

Léo è un ragazzo di 22 anni che si prostituisce e vive di espedienti: non ha amici, non ha una famiglia da cui tornare, si dedica al sesso e alla droga. Léo è un animale selvatico, basta a sé stesso e anche quando è alla ricerca di attenzioni, più o meno affettive, lo fa come un gatto: rimanendo fedele alla sua natura e a sé stesso.

Recensione di Sauvage a cura di Renato.

Questo film è una sorpresa – piacevole – sotto diversi punti di vista. La maggior parte delle persone si fermerebbe al racconto, che va sicuramente a toccare delle corde emotive non indifferenti: la difficoltà di un ragazzo di strada nell’affrontare la sua quotidianità, fatta di emarginazione e sregolatezza. Il fatto che sia un giovane che si prostituisce va indubbiamente a toccare quelle radici che molti di noi hanno nell’animo: quelle del salvatore. A volte ci si può indignare per le scelte fatte dal protagonista, non comprenderne il significato, non accettare come lui renda la sua stessa vita un inferno; ma tutto ciò fa gioco alla pellicola, con buona consapevolezza autorale, e cerca di smuovere la leva del redentore che porta lo spettatore a tifare per Claude, interpretato da Philippe Ohrel che gli amanti del cinema a tematica queer ricorderanno in Gamberetti per tutti (2019), che è colui che introduce Léo sulla via del riscatto.

Una narrazione che Camille Vidal-Naquet, regista e sceneggiatore dell’opera, ha decisamente ben imbastito, su tutti i fronti. Il racconto potrebbe ineluttabilmente portare a cercare di conoscere la situazione di Léo antecedente a quella che ci viene raccontata. I più esigenti potrebbero avere la necessità di comprendere come il protagonista sia arrivato a quella vita dissoluta, quali sono stati i legami – familiari e non – che lo hanno spinto in quella direzione. In realtà, non si sente il bisogno di indagare oltre quello che già ci viene proposto perché non è necessario: Vidal-Naquet riesce a catturare la nostra attenzione sul presente sia a livello drammaturgico che filmico, con le sue inquadrature spesso sporche, in movimento, a seguire la frenesia del giovane che, fra una notte passata con gli amici a drogarsi e l’altra addormentato per strada, non riesce a trovare pace. Nemmeno la liaison con Ahd, collega che ama non etichettarsi frocio ma che adora anche flirtare con i compagni di (dis)avventura, riesce a fargli trovare pace.

Perché dovrei cambiare? Léo

Frenesia che viene, momentaneamente, attenuata con il coinvolgimento di Claude ma che poi si ripresenta, a rafforzare un finale sicuramente d’effetto, anche se forse un po’ furbo. Anche negli attimi in cui il giovane è allo stremo – sia per strada, mentre raccatta cibo dall’immondizia o beve acqua da una pozzanghera, piuttosto che nei suoi incontri di sesso – il regista trova la via di rendere efficace la storia, anche se utilizza delle modalità che indignano parte del pubblico: il sesso esplicito di un paio di scene è voluto appositamente perché chi sta guardando sia immerso totalmente in una realtà che non conosciamo e discostiamo e che, probabilmente, non è conforme all’idea che abbiamo.

Se Vidal-Naquet è stato così efficace, parte del merito va dato anche al protagonista: Felix Maritaud, interprete di Léo, era già apparso nel film 120 battiti al minuto (2017) come coprotagonista. Non ha alle spalle una formazione attoriale accademica ma spicca decisamente per il suo sapere gestire le emozioni dei personaggi che interpreta. In questo caso, lo ritroviamo a presentarci un antieroe con un’anima: i suoi sguardi nel vuoto, i suoi sorrisi impercettibili, la sua freddezza in situazioni estreme – come l’incontro con la coppia che lo sodomizzerà con un plug abnorme – avvicinano il personaggio a chi lo sta spiando – spettatore incluso – rendendo il suo anticonformismo qualche cosa di non accettabile ma comunque umano. Le sue esperienze nel porno e il suo essere dichiaratamente gay può averlo aiutato in questo percorso, ma poco importa e non va a minare la sua interpretazione.

Léo si comporta come un cane randagio: beve l’acqua della strada, dorme volentieri per strada, mangia spazzatura senza disgusto. Per noi, se fossimo davvero persi in una grande città, e non avevamo un dollaro per comprare l’acqua, sarebbe molto difficile per noi immaginare di andare alla grondaia per un sorso d’acqua. Camille Vidal-Naquet

In conclusione

L’opera è sicuramente d’impatto ed effetto. È ben riconoscibile una cifra stilistica del neofita – nei lungometraggi –. Vidal-Naquet ed è volutamente e duramente reale. Se proprio vogliamo approfondire, qualche piccola pecca c’è in questa violenta raffigurazione: manca quello che D. A. Miller – critico e studioso cinematografico noto per le sue idee controcorrente su film come Chiamami col tuo nome (2017) – definirebbe sangue e merda, ovvero quella parte inevitabile che esiste di sporco, anche in senso letterale. Il personaggio di Léo, animale selvatico, si ritrova fin troppo pulito rispetto alla situazione che vive, finanche dopo gli incontri sessuali, alcuni dei quali finiscono per ferirlo. Non è una deficienza rilevante, la narrazione scorre comunque in maniera lineare. Ed è fuori di dubbio che una pellicola come questa è talmente lontana dalle forzature omonormative presenti in Italia che, anche solo per questa ragione, merita di essere visto. Senza pregiudizi.

Questa pellicola ha dei sotto titoli già incorporati di default, viene rilasciata in un unico file in formato .MKV. Si consiglia la sua visualizzazione con il player universale VLC. Per ogni chiarimento, dubbio, suggerimenti, proposte, se volete partecipare al progetto ed aiutarci, potete scrivere a : caprenne23@outlook.com Ed infine Vi ricordiamo la nostra pagina Facebook, https://www.facebook.com/people/Sottotitoli-italiani-per-film-e-serie-gay/100063589207670/

Titolo originale: Sauvage

Anno: 2018

Paese di produzione: Francia

Genere: drammatico

Produzione : Les Films de la Croisade, La Voie Lactée

Durata:1 h 39 min 

Regia: Camille Vidal-Naquet

Sceneggiatore: Camille Vidal-Naquet

Montaggio: Elif Uluengin

Fotografia: Jacques Girault

Musica: Romain Trouillet

Attori: Félix Maritaud nei panni di Léo,  Eric Bernard nei panni di Ahd, Nicolas Dibla nei panni di Mihal, Philippe Ohrel nei panni di Claude.

Una scena del film con Felix Maritaud nei panni di Léo

Léo (Felix Maritaud) in una scena del film

Un primo piano di Felix Maritaud

Léo (Felix Maritaud) e Ahd (Eric Bernard)

Il Trailer

Pellicola:   MEGA link

Man in orange short (U.K. 2017)

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Oggi rilasciamo la pellicola di questo che è un film per la TV diviso in due parti, ma che noi abbiamo unito, della televisione britannica. È stato prodotto da Kudos Film and Television ed è stato trasmesso per la prima volta il 31 luglio 2017 su BBC One. Il film drammatico racconta tre storie d’amore di due generazioni di una famiglia, negli anni ’40 e nel 2017. Vanessa Redgrave, Julian Morris e Oliver Jackson-Cohen recitano nei ruoli principali, diretti da Michael Samuels. La sceneggiatura e l’idea provengono da Patrick Gale, la cui storia familiare è il nucleo autobiografico della trama. Diretta da Michael Samuels (Any Human Heart), prodotta da Lisa Osborne (Little Dorrit) e realizzata da Kudos per BBC One, una miniserie in due parti (praticamente un film di due ore), completamente gay, che confronta due storie d’amore a 60 anni di distanza una dall’altra, legate dalla famiglia e da un dipinto che contiene un segreto. Le due storie d’amore gay vogliono illustrare le sfide ed i grandi cambiamenti intercorsi dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.

Man in an Orange Shirt (trd. l’uomo dalla camicia arancione) il titolo originale, presenta due storie separate ma intrecciate: la prima racconta gli ostacoli che la società occidentale sta mettendo nella relazione amorosa tra i due veterani della seconda guerra mondiale Michael e Thomas nell’immediato dal fronte. La seconda parte descrive le prove e le tribolazioni delle collaborazioni del XXI secolo, usando l’esempio del nipote di Michael. Le storie sono collegate da Flora, moglie in lutto di Michael e nonna di Adam, il cui amore non corrisposto per Michael e l’educazione conservatrice si traducono in un elemento odioso per Adam.

Sopra la locandina del film

Il racconto si basa in parte sulla storia familiare dell’autore inglese Patrick Gale, che ha celebrato il suo debutto nella sceneggiatura con quest’opera. Ha scritto la storia in un periodo di sei anni. Come Flora Berryman la madre di Gale aveva trovato una pila di lettere d’amore da un “amico” maschio sulla scrivania del marito poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ha anche distrutto le lettere per paura che potesse essere arrestato e poi, per disgusto e ignoranza, aveva imparato a equiparare l’omosessualità alla pedofilia. La location delle riprese è stata, tra gli altri, la London Charterhouse, dove sono stati girati anche Downton Abbey, Agatha Christie’s Poirot, Tulip Fever, Miss Austen Regrets e dal 2017 Taboo. Il dramma è stato trasmesso come il fiore all’occhiello della BBC Gay Britannia season, una serie di programmi nel 2017 per celebrare il 50º anniversario dell’abbrogazione della legge che criminalizzava l’omosessualità nel paese. Il 13 agosto 2017, TVNZ ha trasmesso entrambe le parti come un unico film. La rete statunitense PBS ha trasmesso le due parti nel giugno 2018 come parte della loro serie antologica Masterpiece.

Questa pellicola ha dei sotto titoli già incorporati di default, viene rilasciata in un unico file in formato .MP4 visualizzabile con qualunque player e su qualsiasi supporto. Per ogni chiarimento, dubbio, suggerimenti, proposte, se volete partecipare al progetto ed aiutarci, potete scrivere a : caprenne23@outlook.com Ed infine Vi ricordiamo la nostra pagina Facebook, https://www.facebook.com/people/Sottotitoli-italiani-per-film-e-serie-gay/100063589207670/

Il cast del film

Julian Morris è Adam Berryman

Vanessa Redgrave è Flora Berryman

Oliver Jackson-Cohen è Michael Berryman

James McArdle è Thomas March

Joanna Vanderham è Flora Talbot

David Gyasi è Steve

Regia Michael Samuels

Michael, Flora e Thomas, nel giorno del matrimonio

Thomas e Michael nel cottage

Un primo piano di Julian Morris

Un primo piano di Steve e Adam

Un primo piano di Julian Morris (Adam) con Vanessa Redgrave (Flora Berryman)

I quattro protagonisti. Da sinistra a destra: David Gyasi (Steve); Julian Morris (Adam Berryman); James McArdle (Thomas March); Oliver Jackson-Cohen (Michael Berryman)

Il Trailer

Pellicola:   MEGA link

Ultimi 4 lieder – di Richard Strauss (1948)

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soprano: Anja Harteros
orchestra: Frankfurt Radio Symphony
direttore: Andrés Orozco-Estrada
durata: 29 minuti    registrazione:  2018

Richard Strauss morì nel 1949 a 85 anni e questi lieder rappresentano in qualche modo il suo congedo dalla musica e dalla vita. Si potrebbero forse considerare come l’ultimo gesto della grande musica romantica, la cui stagione si chiude gloriosamente mentre già la musica atonale dominava tra i compositori di allora.
Come gli altri Lieder di Strauss, anche questi, il cui contenuto esprime una profonda meditazione sulla vita e sulla morte, sentita ormai prossima, sono dedicati alla moglie Pauline Strauss-De Ahna e sembrano composti per la sua voce, nonostante il soprano non potesse più interpretarli a causa dell’età avanzata. Alla fedele compagna di una vita, che morì il 13 maggio 1950, meno di un anno dopo la morte del marito, sembrano dedicati i versi iniziali di Im Abendrot che recitano:
Tra affanni e gioie
siamo andati mano nella mano;
dei vagabondaggi assieme ci riposiamo
ora in luogo tranquillo.

Il ciclo è costruito su 4 testi di poeti tedeschi cari a Strauss, i primi tre di Hermann Hesse, l’ultimo di Joseph Freiherr von Eichendorff.
1. Frühling («Primavera»)
2. September («Settembre»)
3. Beim Schlafengehen («Andando a dormire»)
4. Im Abendrot («Al tramonto»), il primo ad essere composto, nel 1946.

Nei quattro Lieder una musica evocativa descrive un vero e proprio viaggio interiore che dal miracolo di una primavera ritrovata in Frühling conduce, attraverso la malinconia di September e la contemplazione di un cielo stellato di Beim Schlafengehen, all’ultimo brano Im Abendrot, nel quale la fine di un viaggio inteso come metafora della morte sembra annunciare la prossima fine dei due coniugi, legati indissolubilmente nella vita come nella morte. In quest’ultimo brano, in cui emerge l’immagine di due amanti ormai stanchi di vagare e già proiettati nella visione di una pace profonda, Strauss citò un tema del suo poema sinfonico, “Morte e trasfigurazione”, del quale Im Abendrot condivide l’attesa serena della morte.

Qui i testi completi con la traduzione ( https://www.flaminioonline.it/Guide/Strauss/Strauss-Vierletzte-testi.html )
Per una critica più approfondita un commento di Sergio Sablich ( https://www.sergiosablich.org/richard-strauss-vier-letzte-lieder-quattro-ultimi-lieder/ )

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I am Syd Stone (Canada – 2020)

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Oggi, come regalo di Pasqua, Vi presentiamo il film canadese I am Syd Stone. Nato come costola da una serie TV, basato su sei episodi, è diventato poi un corto, fino ad approdare al lungometraggio che Vi proponiamo. In pratica è lo “spin off” di I am Syd Stone del 2014.
I personaggi sono essenzialmente due.
Syd. Un gay represso, afflitto da una potente omofobia interiorizzata.  Assolutamente non visibile e closet.
Matt. Un gay che vive, sembra, abbastanza serenamente la sua omosessualità.
I due però si incontrano, ma i tempi, le loro esperienze vissute, sono troppe diverse, ancora. Ma l’incontro sarà significativo, soprattutto servirà ad uno dei due, Syd, ad intraprendere un importante e decisivo percorso per poter trovare se stesso.

A nome di tutti i componenti del gruppo, vi facciamo i nostri auguri di una Buona Pasqua, Pace e Serenità.

Sopra la locandina del film

Questa pellicola ha dei sotto titoli già incorporati di default, viene rilasciata in un unico file in formato .MP4 visualizzabile con qualunque player e su qualsiasi supporto. Per ogni chiarimento, dubbio, suggerimenti, proposte, se volete partecipare al progetto ed aiutarci, potete scrivere a : enrico8@virgilio.it Ed infine Vi ricordiamo la nostra pagina Facebook, https://www.facebook.com/people/Sottotitoli-italiani-per-film-e-serie-gay/100063589207670/

Il cast del film

Travis Nelson è Syd Stone

Benjamin Charles Watson è Matt

Daiva Johnston è Rachel

Francine Deschepper è Geri

Regia di Denis Theriault

Syd, sulla sinistra, e Matt, in una scena del film

Un primo piano di Syd, interpretato da Trevis Nelson

I due protagonisti del film in una scena nella piscina dell’albergo

Recensione di Dino Sauro Stupazzoni.

Attenzione: contiene spoileraggio!

I am Syd Stone trd. Io sono Syd Stone.
Ma chi è Syd Stone?
E’ un attore, che ha interpretato un film che lo ha reso famoso. Poi però entra un po’ in crisi, ed è ridotto a recitare per  dei filmetti. La sua agente, Geri, gli gira da leggere ed eventualmente da accettare, una nuova promettente sceneggiatura per un film,  che però  Syd rifiuta sdegnosamente. Geri a quel punto gli ribatte, chiedendo a Syd se si rende conto di chi l’abbia scritta, quella sceneggiatura. Un personaggio che scrive film da Oscar. Potrebbe essere la sua grande occasione. E che quella sceneggiatura, il personaggio, l’ha scritta proprio pensando a lui. Syd conferma il suo rifiuto ed è irremovibile, addirittura scaraventa lo smartphone. Che cosa conterrà mai quella sceneggiatura? Qualcosa che urta Syd, e molto, ma cosa? Forse un film a tematica LGBTQI? Qualcosa che tocca le corde di Syd, andando a urtare dei nervi scoperti? Sul set di uno di questi filmetti che sta interpretando, alloggia in un bel albergo di lusso, ed una sera, al bar dell’albergo, conosce Matt, un ragazzo di colore. Amore a prima vista? Chissà…. Matt non sa chi sia Syd, non lo riconosce come l’attore di un film famoso, e questa cosa attizza moltissimo Syd. E’ attratto da questa situazione in cui non viene riconosciuto per il suo passato, e da questo sconosciuto. I due finiscono per approcciarsi ai bordi della piscina, fino ad arrivare ad un bacio appassionato, quando, all’improvviso, irrompono delle persone nella piscina. Questa cosa irrita e infastidisce Syd  che dà di matto. Abbandona velocissimamente Matt staccandosi precipitosamente da lui come fosse un lebbroso, aggresdisce una fan che era entrata per chiedergli un autografo addirittura buttandole il cellulare nella piscina reagendo veramente in malo modo ed andandosene lasciando Matt letteralmente di sasso. Matt a questo punto, si defila. I due non hanno un contatto tra di loro. Ma questo incontro risveglia qualcosa in Syd. Dei sentimenti, degli istinti sopiti, qualcosa che si capisce, era stato forzosamente sepolto. Una sera Syd incontra Matt nel corridoio dello stesso piano dove si trova la sua camera. Lo invita ad entrare. I due fanno sesso. Al mattino Syd invita cortesemente Matt a lasciare la stanza. Se ne va prima lui. Sotto nella hall incontra Rachel, la sua compagna. Syd è molto sorpreso dalla improvvisa e non annunciata apparizione di Rachel, e di questa cosa, si accorge pure la ragazza. L’accoglienza di Syd è, infatti alquanto fredda, per una persona che viene dalla parte opposta del paese, con sette ore di aereo, per fargli una sorpresa. Ed in effetti l’effetto sorpresa è riuscito in pieno. Forse anche troppo! Rachel vorrebbe salire in camera di Syd per dormire, e Matt cerca di convincerla, in tutti modi e con tutti gli stratagemmi possibili, ad andare con lui sul set, in quanto in camera sua c’è ancora Matt! Sarebbe un pasticcio! Dopo qualche scena, vediamo Rachel che si sta per recare nella camera di Syd. Davanti alla porta c’è Matt. Rachel dice a Matt “ci deve essere un errore, deve aver sbagliato stanza”. La scena cambia. Syd e Rachel sono in camera. Programmano la serata. Quando Rachel, a freddo, chiede a Syd: “chi è Matt”. Syd è colto in fallo. Tergiversa. Fa quello che sa fare meglio: recitare. Ma Rachel lo incalza. Gli dice che Matt era fuori dalla porta della sua camera e lo cercava. Syd, a quella notizia, come impazzito, esce nudo, soltanto con un asciugamano in vita, a cercare Matt. Lo incrocia che sta salendo sull’ascensore. Syd fa soltanto in tempo a sentire Matt che gli dice : “lei è più bella dal vivo che in TV”. I due poi si beccheranno nuovamente nella hall dell’albergo, esattamente con il primo incontro. Un breve incontro, dove entrambi riescono a spiegare velocemente, l’un l’altro, le loro difficoltà adolescenziali, e come entrambi siano stati pesantemente ostacolati dalle loro famiglie per il loro orientamento sessuale. Entrambi si rendono conto di essere su livelli diversi, inoltre Matt è palesemente contrariato dal fatto che Syd non gli avesse fatto il minimo cenno al fatto che lui fosse insieme ad una donna. Proprio per questa durezza di Matt, il giudizio che a prima vista alcuni potrebbero dare di lui,  è che si tratti di una cosiddetta “primadonna”, “ma quanto se la tira quello là”. Che a prima vista ci sta. Ma forse è un po’ affrettato come giudizio. Se analizzato con più attenzione,  con il vissuto del mondo gay, in realtà possiamo dire che quella di Matt è una situazione attraverso la quale sono passati in tanti, gay o etero non importa. Quella situazione di “terzo incomodo”, nella quale percepiamo che “lui” non lascerà tanto facilmente “lei”. Quindi la storia finisce per diventare una avventura, e per coloro che sono romantici, o per coloro che cercano una relazione, è meglio chiudere il prima possibile. Matt interpreta la parte del gay disilluso, che non cerca una storia da una botta e via. Non siamo di fronte a quella che nel settore si definisce una zocc**** quando poi si frequenta senza troppi problemi persone che sono già in coppia senza preoccuparsene. Ed è quella della fine, la soluzione scelta infatti, da Matt. Nel loro breve incontro, Matt dice a Syd che sta per tornare a casa. Che tutto sarebbe finito lì. E Syd non ha ancora le forze, la capacità di reagire, subisce l’evento senza opporre una alternativa. Matt sparirà dalla vita di Syd. Ma quell’incontro cambia la vita di Syd. Rompe come un muro, una barriera. Rachel, forse un po’ frettolosamente, ma la sceneggiatura impone così, abbandona Syd. Che entra in crisi. Fintanto che Syd non legge la partitura che gli aveva mandato Geri, la sua agente, che aveva così sdegnosamente rifiutato. Cambio di scena, e Syd si ritrova di nuovo in auge, si parla di lui addirittura in lizza per un Oscar. Nel nuovo film interpreta un personaggio fluido, queer. Syd deve rilasciare delle interviste di rito, visto il successo ricevuto. Durante una di queste, Syd si ritrova a raccontare la sua storia, brevemente ed in sintesi, in una intervista, ad una giornalista. Quest’ultima è famosa per essere considerata molto provocatoria nei confronti di coloro che vengono ospitati nel suo studio. La sua agente, Geri, mette in guardia Syd. Di stare molto attento. Di non cedere alle sue provocazioni, e di portare la intervista dove desidera lui.  Ma ad un certo punto, incalzato e pressato dalla giornalista sulla sua reale sessualità, Syd dapprima abbozza ad un tentativo di ribattuta, poi cede, ha una crisi. E chiede addirittura lo stop.  L’intervista viene sospesa. Geri parla con Syd. Ma questi, dopo un po’ che stanno chiacchierando, decide di andare avanti con la intervista. E così Syd spiega, con calma, che da piccolo si sentiva “diverso”. Da piccoli ci viene detto “che la diversità fa parte della nostra natura, che è positiva”. Ma poi se quella “diversità” non rimane incanalata nei percorsi previsti dalla società in cui viviamo, nei ranghi etero normativi, cominciano i problemi. Quella diversità non viene più accettata. Il padre di Syd non la accettò, la sua diversità, ed a 14 anni lo mandò in un campo di “riconversione”. Per farlo cambiare e tornare alla etero normatività. Ma certi istinti non si possono cambiare. Quella esperienza finì per rinchiudere in un involucro quasi impenetrabile la vera natura di Syd, ed allontanarlo dalla figura paterna per sempre. Syd finisce per fare un clamoroso quanto liberatorio coming out nel prosieguo della intervista, rendendolo un uomo finalmente liberato dai suoi scheletri nell’armadio. Il film termina con un bellissimo ragazzo barista che fa un latte macchiato a Syd, lo riconosce, lo avvicina al tavolo, per fargli delle avances, e gli fa i complimenti per la sua intervista, dicendogli che il suo è stato veramente un formidabile coming out. Pochi istanti dopo Syd chiama il ragazzo, e gli fa i complimenti per il suo latte macchiato. Ora per Syd, si dischiude un nuovo mondo.

Il trailer del film I am Syd Stone

Pellicola:   MEGA link

Tom of Finland (Finlandia, Svezia, Danimarca, Germania, U.S.A. – 2017)

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Sopra la locandina del film

Oggi Vi proponiamo un film da voi molto atteso: il coinvolgente biopic di Dome Karukoski, Tom of Finland, una coproduzione tra Finlandia, Svezia, Danimarca, Germania, Stati Uniti e Regno Unito. Il racconto di come l’arte guarisce e libera, Tom of Finland fonde efficacemente la storia personale di Touko Laaksonen con la storia del movimento LGBT in Finlandia e Stati Uniti. Il protagonista del film, Touko Laaksonen, qui interpretato da Pekka Strang, era originario della Finlandia, paese dove l’omosessualità è stata decriminalizzata nel 1971 e declassificata come malattia nel 1981. Il film, scelto come rappresentante per la Finlandia agli Oscar 2018, narra la vita di Touko Laaksonen, artista baltico che divenne celebre per i suoi disegni a tematica leather bear gay. Laaksonen, che divenne un’icona del mondo omosessuale, fu già protagonista del documentario Daddy and the Muscle Academy (1991). Il film ha aperto la 32ª edizione del Lovers Film Festival di Torino. Intro di Dino Sauro Stupazzoni.

Trama di Tom of Finland

La pellicola racconta la vita di Touko Laaksonen, sia personale che artistica: il suo congedo, avvenuto alla fine della Seconda Guerra Mondiale; il closet in cui si trincera; l’inizio della sua storia d’amore; la sua tenacia verso la promozione della sua arte. Il protagonista, grazie ai suoi fumetti omoerotici, arriverà alla fama internazionale. tanto da divenire una icona gay in un periodo storico particolare – in quello che sfocerà negli anni della comparsa dell’AIDS.

Recensione di Tom of Finland di Sasà Sanguineti

Il film di Dome Karukoski ha tutte le prerogative per essere una pellicola di consumo: belle immagini, storia scorrevole, niente che possa infastidire lo spettatore moderno, magari svogliato e poco incline ad essere preso in un meccanismo che lo porti a elaborare ciò che sta guardando. Del resto, diverse pellicole nascono con il presupposto di essere un prodotto commerciale il che, sia ben chiaro, non è un male, soprattutto se ciò viene palesato. Però, visto l’argomento trattato, da questa opera ci si aspetterebbe un impegno diverso e una profondità che, in realtà, manca.
Karukoski è un giovane regista finlandese che ha respirato arte e cultura fin dall’infanzia – suo padre era un attore e un poeta mentre la madre lavorava nel giornalismo. Si distinse già con il suo primo lungometraggio Tyttö sinä olet tähti, vincitore di diversi premi; in seguito si dedicherà anche a video musicali e spot pubblicitari. Con Tom of Finland ha iniziato a dedicarsi a storie biografiche e, probabilmente, forte delle sue esperienze passate, ha lavorato molto sulla qualità dell’immagine.
Il film inizia, senza indugi, proponendo delle sequenze che sottolineano la presenza della tematica lgbtqi+: i nudi – mai frontali – del gruppo di soldati in sauna; gli sguardi del protagonista; gli adescamenti nel bosco. Non esplicita mai, in maniera diretta, l’omosessualità dell’artista: Tom, interpretato dall’attore finlandese Pekka Strang, è closeted e non ha intenzione di uscire da quel suo status, sfogando nel disegno i suoi pensieri e le sue pulsioni. Anche nella rappresentazione dei suoi contatti omoerotici, le immagini e i contenuti vengono proposti in modo che non disturbino, con l’uso di un filtro narrativo necessario per rendere l’argomento accettabile. Questa modalità è presente in tutto il film: mentre Tom vive la sua storia d’amore piuttosto che nel rapporto che ha con la sorella – più rivale che confidente.
Le scene dedicate all’amore trasgressivo sono sempre buie, caratterizzate da promiscuità e da rapporti che non vanno mai a indagare oltre ciò che può avvenire sotto le coperte (e non solo). Situazioni che sono vecchie modalità di rappresentazione che possiamo ricondurre già agli anni Ottanta: in tal senso, Cruising di William Friedkin può essere considerato il precursore.

Tom of Finland honors its subject with an empathetic, even-handed, and above all entertaining look at the pioneering art he produced from private turmoil.
(critica da Rotten Tomatoes)
Tom of Finland onora il suo soggetto con uno sguardo empatico, imparziale e soprattutto divertente sull’arte pionieristica che ha prodotto a partire da turbolenze private.
(critica da Rotten Tomatoes)

Oggettivamente, il lavoro di Karukoski non è un brutto film: gli attori sono guidati verso una interpretazione quasi distaccata, volta a rimarcare la situazione più che l’introspezione. Anche la musica viene usata con parsimonia ma in maniera efficace. Il montaggio è lineare, agevolando così la fluidità del racconto, e la fotografia è accurata, andando a creare– più con i giochi di ombre che di luci – delle suggestioni oramai conosciute. Anche qualche trovata registica è degna di nota, come il coniglio bianco che ogni tanto appare – che può rappresentare sia la porta su un mondo fantastico alla Lewis Carroll sia simboleggiare la frenesia sessuale – o il sogno erotico di Tom, impersonato dal personaggio fumettistico di Kake. Le lacune della sceneggiatura vengono ben celate da una narrazione scorrevole: il triangolo amoroso fra Tom, sua sorella e il futuro compagno di vita dell’artista – a cui avrebbero affittato una stanza, non si sa in base a quale esigenza – piuttosto che il ritrovarsi di Tom e Alijoki, compagno di scorribande notturne nei parchi divenuto, in seguito, diplomatico – l’incontro avviene in un’altra nazione e in carcere, luogo dove Tom era stato portato a seguito di un appuntamento amoroso finito male. Mentre il resto del cast è imbrigliato, fra scelte registiche e sceneggiatura, Taisto Oksanen (Alijoki) riesce a dare uno spessore che è apprezzabile, nella sua doppia veste di closeted e di persona costretta ad affrontare il suo outing. Gli altri: Pekka Strang (Tom) e Lauri Tilkanen (Veli, amante di Tom) sono contenuti nella loro rappresentazione omonormativa; Jessica Grabowsky (Kaija, sorella di Tom) nella sua forzata figura antagonista e moralizzatrice, diventa una macchietta poco credibile. L’argomento trattato e l’inizio del film lasciano supporre una volontà consapevole all’uso del queer baiting = adescamento dei gay; pensiero confermato con il proseguo della visione del film. Il percorso intimo di Laaksonen non viene scandagliato, se non brevemente, a vantaggio di un racconto più facile da accettare: persino la provocazione estrema dell’artista di usare le divise naziste per alcuni suoi personaggi non è indagata ma, del resto, sono molti i momenti incompiuti – il viaggio negli Stati Uniti o l’avvento dell’AIDS sono degli esempi. La conclusione, con il classico lieto fine, rende ancor più evanescente tutto il percorso dell’illustratore finnico.

In conclusione

Non meraviglia che la pellicola finlandese non sia stata selezionata fra le finaliste nella categoria Miglior film in lingua straniera al 90° Premio Oscar: nonostante sia un prodotto ben confezionato, le aspettative vengono disilluse. Ciò nonostante, rimane un discreto lavoro di cassetta: il clima domestico è più che sufficiente per godersi questa pellicola.

Note positive
Belle immagini e buona fotografia
Racconto fruibile di una biografia complessa
Note negative
Uso del queer baiting
Attori troppo limitati
Storia non approfondita

Questa pellicola ha dei sotto titoli già incorporati di default, viene rilasciata in un unico file, in formato .mkv. Si consiglia la visualizzazione sul player multimediale VLC. Per ogni chiarimento, dubbio, suggerimenti, proposte, se volete partecipare al progetto ed aiutarci, potete scrivere a : enrico8@virgilio.it Ed infine Vi ricordiamo la nostra pagina Facebook, https://www.facebook.com/people/Sottotitoli-italiani-per-film-e-serie-gay/100063589207670/

Il cast di Tom Of Finland

Pekka Strang è Touko Laaksonen (Tom of Finland)
Seumas Sargent è Doug
Jessica Grabowsky è Kaija Laaksonen (La sorella di Touko Laaksonen)
Lauri Tilkanen è Veli
Jakob Oftebro è Jack
Werner Daehn è Muller

Regia di Dome Karukoski

Un primo piano di Pekka Strang (che interpreta Touko Laaksonen = Tom of Finland)

Una sequenza del film quanto Touko Laaksonen presta il servizio militare

Un intenso primo piano di Pekka Strang (Touko Laaksonen) e Lauri Tilkanen (Veli)

Un particolare “triangolo amoroso”, Pekka Strang (Touko Laaksonen), Lauri Tilkanen (Veli) e Jessica Grabowsky (Kaija Laaksonen)

Una sequenza del film

Il trailer del film Tom of Finland

Pellicola:   MEGA link

Il Signore delle Formiche (Italia – 2022)

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Recensione di Dino Sauro Stupazzoni

Sopra la locandina del film

Uno spaccato della storia italiana. 

Oggi pubblichiamo la recensione un film che era in concorso alla 79ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’anno scorso.

La lentezza. Il film è lento, forse perché vuole riprodurre la lentezza di quel periodo storico, rispetto alla frenesia del mondo di oggi, del 2023. O forse per meglio rappresentare le personalità dei protagonisti.

I personaggi. Luigi Lo Cascio è Aldo Braibanti. Il Braibanti è un personaggio egocentrico pieno di se, dispotico,  il classico intellettualoide di sinistra. Ex dirigente del PCI, il grande partito operaio, ex partigiano, omosessuale dichiarato, in un mondo dove la parola non viene spesso nemmeno pronunciata. Leonardo Maltese è Ettore Tagliaferri : una rivelazione. Bravissimo. Convincente. Commovente. E’ la vera vittima di questa che è una storia vera, in realtà Giovanni Sanfratello. Rapito dalla famiglia, viene rinchiuso in manicomio e ripetutamente sottoposto ad elettrochoc, fino a renderlo mezzo invalido. Ad empatizzare con lui, con Ettore, c’è da stare male. Elio Germano, interpreta il giornalista Ennio Scribani, è il personaggio che mi è piaciuto di più. In realtà è una finzione storica, inserita appositamente dal regista. Giornalista de l’Unità, disincantato, viene incaricato dal direttore di seguire il caso Braibanti. Dapprima titubante, ne farà via via una questione personale, fino a diventerà amico di Aldo. Simbolo di un paese che sta per cambiare, il suo, a quei tempi, era un pensiero di avanguardia, in palese contrasto con il direttore del suo giornale, L’Unità, così come era l’allora PCI. Il caso Pasolini insegna. Inspiegabile un cameo di Emma Bonino, dei tempi attuali, inserito in una scena ambientata ai tempi delle proteste studentesche contro il processo per plagio intentato con il Braibanti.

La famiglia borghese degli anni ’60. Padre invalido e su una sedia a rotelle, completamente assente. Famiglia borghese di livello, a giudicare dalle immagini che ci fornisce il regista, di una casa abbastanza lussuosa, abiti eleganti. Ma fredda. La madre assolutamente odiosa ed algida, in preda ad una furia religiosa e bigotta, non tollera che il figlio Ettore frequenti una persona come il Braibanti. Una persona immorale, afflitto da un vizio che la signora Sanfratello non riesce nemmeno a pronunciare, “o m o  s e s s u a l e”.  Al processo la madre e il fratello sembrano due maschere dell’orrore, una rappresentazione terrena del male dal gran che sono imbruttiti. Altro personaggio squallido il fratello di Ettore, Riccardo Tagliaferri. Respinto e osteggiato dal Braibanti, sembra volersi così vendicare aiutando la madre a rapire il fratello ed a farlo ricoverare in manicomio. Il giornalista Ennio Scribani rimarrà deluso dall’esito del processo, in quanto  egli stesso omosessuale, lo si intende da parecchie scene, anche se non esplicitamente, e sperava fortemente in una assoluzione del Braibanti, attraverso cui vedeva la possibilità di un mondo migliore dove vivere liberi. La condanna invece vanifica tutti i suoi sforzi, fino a farlo precipitare in una profonda depressione. Il film è uno spaccato dell’Italia fine anni ’60. Per ogni chiarimento, dubbio, suggerimenti, proposte, se volete partecipare al progetto ed aiutarci, potete scrivere a : enrico8@virgilio.it Ed infine Vi ricordiamo la nostra pagina Facebook, https://www.facebook.com/people/Sottotitoli-italiani-per-film-e-serie-gay/100063589207670/

Il cast de il Signore delle Formiche

Luigi Lo Cascio è Aldo Braibanti

Elio Germano è Ennio Scribani

Sara Serraiocco è Graziella

Leonardo Maltese è Ettore Tagliaferri

Davide Vecchi è Riccardo Tagliaferri

Regia di Gianni Amelio

Luigi Lo Cascio e Leonardo Maltese in una intensa scena del film

Elio Germano e Luigi Lo Cascio

Una scena del film

Luigi Lo Cascio è Aldo Braibanti in una fase del processo

Elio Germano è il giornalista dell’Unità Ennio Scribani

Il trailer del film Il Signore delle formiche

Trudno byt bogom – Difficile essere un dio (Russia, 2013)

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Nella ricorrenza del primo anniversario della criminale aggressione russa alla nazione Ucraina vorrei proporre un film russo destinato a segnare la storia del cinema per l’altissima qualità narrativa ed estetica.
Il film in questione è Trudno byt bogom (Difficile essere un dio) del 2013, diretto dal regista Aleksey German, presentato in anteprima mondiale al Festival di Roma 2013. Un film dalle molteplici stratificazioni che non si può davvero ridurre ad una sola interpretazione, ma che mi interessa in questo momento per la capacità di guardare ad un ipotetico futuro della Russia rappresentadolo come un osceno passato medievale, verso il quale sembra l’attuale dittatore Putin la voglia incamminare.
German, con la sua sensibilità di artista, sembra aver anticipato ciò che oggi è sempre più palese: la progressiva trasformazione della Russia in un regime dittatoriale, dove una oligachia direttamente criminale è sostenuta da un dittatore che ha dichiarato guerra ai valori occidentali, e che con l’attuale guerra di invasione dell’Ucraina sta conducendo chiaramente il suo popolo verso un destino di progressiva miseria materiale e ad una cancrena morale della società.
Umberto Eco ha scritto nel 2013 la motivazione per l’attribuzione del Premio alla carriera del Festival di Roma ad Aleksej Jurevič German e al suo film. Una citazione per tutte:
Trudno byt bogom conclude la ricerca del regista sul tempo e la memoria, collegando l’assurdità del passato e del presente con quella del medioevo prossimo venturo. Il medioevo futuro sarà segnato dalla distruzione della cultura, dalla legalizzazione della xenofobia, dalla guerra civile permanente: sconvolgimenti di enorme brutalità, la cui provenienza va rintracciata anche (ma non solo) in quel laboratorio di incubi che è stata l’URSS staliniana.” E, aggiungerei io, in quel regime di autoritarismo post-fascista che sempre più chiaramente il criminale di guerra Putin sta creando in Russia.

Trudno byt bogom è definito un film di “fantascienza”, in quanto la sua azione si svolge su Arkanar, un pianeta immaginario simile alla Terra i cui abitanti possono ricordare i terrestri prima di avanzare nel Rinascimento. In questo futuro/passato di un mondo dall’ecosistema identico a quello terrestre, ma in uno stadio della società umana paragonabile all’epoca medievale, gli intellettuali e gli artisti vengono perseguitati e uccisi, mentre il potere domina nel caos. Il personaggio principale è uno storico, facente parte di un gruppo di persone inviate dal pianeta Terra per un’operazione di ispezione sotto copertura dello sviluppo della società medievale di Arkanar. Nasconde le origini terrestri acquisendo un’identità aliena: Don Rumata, figlio illegittimo di Goran, un dio pagano locale nato dalla bocca del dio.
Inutile aggiungere altro, il film parla da sé con la forza delle strabilianti immagini, l’enorme quantità di particolari che attraversano la scena e l’estrema, a volte scioccante, libertà espressiva. Basti ricordare che German aveva iniziato a sviluppare una sceneggiatura alla fine degli anni ’60, per arrivare a completare l’opera nel 2013, appena prima della sua morte.

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