Rökkur – Rift (Islanda, 2017)

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Direzione e sceneggiatura di Erlingur Thoroddsen.
Rökkur è il nome del luogo e della casa dove i protagonisti si trovano e dove si svolge la vicenda del film. In islandese rökkur significa “crepuscolo” (come dire twilight), ben lontano dal titolo inglese “Rift” (fenditura, crepaccio) con il quale circola comunemente. Rift comunque fa riferimento al campo di lava vulcanica prossimo alla casa, pieno di insidiose fenditure, ma anche alla frattura avvenuta nella relazione fra i due protagonisti, Gunnar ed Einar: mentre Gunnar dopo la rottura sembra aver recuperato con facilità iniziando una nuova storia d’amore, Einar invece si sente perso e alcuni mesi dopo decide di trasferirsi in un cottage isolato di proprietà dei genitori, per cercare di superare il dolore.
I due protagonisti, autentici attori di teatro, reggono il film quasi da soli e in modo molto convincente, interpretando una coppia tormentata dagli spettri del passato e del presente, persi in un mistero avvolto da ombre maligne, rivelazioni dolorose e dubbi senza risposta. A questo contribuisce fortemente il paesaggio islandese, spettrale e ricco di scenari quasi alieni. Una visione ipnotica e misterica che sembra trasportare in un’altra dimensione, ancestrale e selvaggia, dove niente è quello che sembra e tutto può essere il contrario di tutto.

La storia non risolve mai l’ambiguità di fondo: potrebbe essere un’allegoria psicologica tutta interiore, basata su demoni del passato che i protagonisti non hanno ancora elaborato e che ancora li perseguitano, ma potrebbe anche essere un terribile fatto di cronaca nera, di omofobia. In ogni caso è un coinvolgente thriller psicologico con venature orrorifiche, dall’atmosfera ambigua e sfuggente.

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Does the flower blossom? (Giappone, 2018)

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Hana wa Saku ka (花は咲くか, titolo internazionale Does the Flower Bloom?) è un film giapponese del 2018 basata sull’omonimo manga Does the Flower Blossom? della mangaka Shoko Idaka.
Il manga a tematica yaoi è uscito a puntate tra il 2006 e il 2015 e successivamente raccolto in 5 volumi. In Italia è stato tradotto e distribuito dalla FlashBook Edizioni, presso la quale possono essere acquistati i 5 volumetti.
Ambientato in una grande casa di Tokyo in stile antico circondata da un grande giardino, il film narra con delicatezza l’incontro fortuito di due persone molto diverse ma ugualmente chiuse nei loro problemi esistenziali, un giovane pittore e l’impiegato trentottenne di un’agenzia di pubblicità: l’incontro si trasforma lentamente in una frequentazione assidua tanto che, una volta superati gli scogli iniziali, ci saranno le premesse per un rapporto profondo, che potrebbe aiutare entrambi a liberarsi dai propri fantasmi.


Does the flower blossom? è uno dei miei manga preferiti di sempre, e sono stato molto felice quando ho saputo della sua trasposizione cinematografica, anche se i 90 minuti di cinema non possono dare conto di tutta la complessità e le sfumature della trama originale. Per questa ragione non ho potuto fare a meno di procurarmi una copia del film e poi di tradurre i sottotitoli inglesi che ho trovato impressi sul medesimo video. Ho usato quindi un file di sottotitoli in formato .ass per coprire al meglio le scritte in inglese che non potevano essere eliminate.

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Arahan (Corea, 2004)

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Arahan (아라한 장풍 대작전 – Arahan, la battaglia del vento lungo), film coreano del 2004 ispirato al manga giapponese Arhan (1991), è il terzo lungometraggio diretto da Ryoo Seung-wan, regista che ha prodotto film di grande fama quali No Blood No Tears (2002), The Unjust (2010) e The Berlin File (2013). Interprete principale è l’altrettanto famoso e stimato come attore Ryoo Seung-bum, fratello del regista. Il film ha avuto un notevole successo commerciale, vendendo oltre 2 milioni di biglietti a livello nazionale, ma non altrettanto di critica al pari dei precedenti film di Ryoo Seung-wan: forse i critici sono rimasti delusi nel trovare un film apertamente commerciale, che si situa entro i limiti del cinema d’azione asiatico, senza gli sprazzi di violenza cupa e realistica e il temperamento artistico delle sue opere precedenti.
Il film può essere considerato un ibrido di stampo coreano, o una sorta di parodia, tra i film spettacolari di kung-fu allora in voga e l’adattamento moderno di un manga di supereroi, un omaggio al genere tradizionale del kung-fu di Hong Kong, specialmente dei film di Jackie Chan.


In pratica è un film di arti marziali condite da un tocco demenziale: la formula di sicuro successo che ha fatto la fortuna di titoli quali Shaolin Soccer, qui soprattutto per merito del protagonista, il goffo antieroe Sang-hwan.

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Goodbye Dragon Inn (Taiwan, 2003)

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Tsai Ming-liang, malese naturalizzato taiwanese, è uno dei più importanti registi asiatici, apprezzato soprattutto nell’ambito dei festival cinematografici per le caratteristiche del suo linguaggio: uno stile molto personale e radicale, in un lento susseguirsi di inquadrature statiche ed indulgenti e in un’ottica molto distante dalle produzioni cosiddette “mainstream“.
I suoi film alludono quasi sempre a tematiche omosessuali, sia pure sviluppate in maniera non esplicita, usando da sempre in ogni sua opera lo stesso affascinante attore, Lee King-sheng, che si dice abbia una relazione di convivenza con il regista.
Goodbye Dragon Inn (titolo originale: bu san = indugiare, attardarsi) restituisce l’idea che il film vuol trasmettere: il respiro prima del balzo, il saluto prima del congedo, da un certo tipo di cinema, da un certo tipo di vita. Chi vuole vedere questo film deve disporsi a tempi dilatati, a inquadrature immobili e senza dialoghi, dove la prima battuta arriva solo dopo 45 minuti. E pure per chi si lascia prendere è come andare fuori dal tempo, in un momento cristallizzato e irripetibile, quello della fine di un’epoca.

La sala cinematografica che sta per chiudere definitivamente è separata dalla città da una pioggia incessante, (l’acqua è un elemento sempre presente nella cinematografia del regista), costituendo un microcosmo autonomo che è anche un archivio della memoria filmica. In essa i vecchi attori interpreti del film che viene proiettato si aggirano persi nella ripetizione di sé stessi, nella propria auto-contemplazione, nella nostalgia per un qualcosa di concluso ed irripetibile.
Goodbye Dragon Inn è stato presentato nel 2003 alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

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TREVOR – short film (USA, 1994)

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Nel 1994 il canale TV via cavo HBO Channel mise in onda il cortometraggio Trevor, la storia ambientata negli anni ’80 di un ragazzino di 13 anni e del suo amore per un compagno di classe. Il film, diretto da Peggy Rajski, affronta con mano leggera la tematica estremamente seria del suicidio dei ragazzi LGBT, tuttora tragicamente irrisolta. Ne è venuta fuori una storia di grande forza emotiva, che ha portato Trevor a vincere numerosi premi, fra cui un Oscar per il miglior cortometraggio d’azione dal vivo.
Quando Trevor andò in onda sul piccolo schermo, i realizzatori capirono che alcuni giovani spettatori si sarebbero potuti ritrovare in quel personaggio, ad affrontare le stesse crisi, le stesse problematiche, e tutto ciò non poteva che esser loro di supporto. Peggy Rajski scoprì allora che non c’era un posto dove giovani come Trevor si rivolgessero quando affrontano sfide simili alla sua. Reclutò rapidamente esperti di salute mentale e capì come costruire l’infrastruttura necessaria per una linea di crisi nazionale 24 ore su 24, mentre lo sceneggiatore James Lecesne si assicurò i fondi per avviarlo.


La Fondazione Trevor Project (http://www.thetrevorproject.org) è tuttora la principale organizzazione che offre servizi di intervento di emergenza e di prevenzione del suicidio agli adolescenti e giovani LGBT negli USA. Da allora, centinaia di migliaia di giovani in crisi hanno usufruito delle varie risorse del Trevor Project: Trevor Lifeline, TrevorChat, TrevorSpace e Trevor Education Workshops.

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Tension sexual – Volatile (Argentina, 2012)

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Regia: Marco Berger e Marcelo Mónaco
Sceneggiatura: Marco Berger e Marcelo Mónaco

Sei episodi, sei esperienze, sei diverse forme di tensione erotica e sessuale diretti da due nomi di punta del cinema gay argentino, sei esperienze scintillanti di uomini in vari stadi di nudità e molte forme di legame maschile erotico.
I due registi sono Marcelo Mónaco, che ha diretto film esplicitamente porno (Porno de autor, Cum-eating Rancheros) e il più commercialmente orientato Marco Berger, i cui film, come ad esempio Ausente (2011), hanno molto più a che fare con la tensione e la lussuria che con il rilascio sessuale.
Di Marco Berger su questo blog si trovano già Ausente (2011) e Hawaii (2013), che resta secondo me il suo film più riuscito. Comunque questo Volatile ha il merito di tentare strade diverse dal solito nel genere, con una recitazione ai limiti del semplicistico e con l’uso di attori dalla fisicità normale, lontano dai soliti superdotati.
Filo conduttore delle sei storie di Sexual Tension – Volatile è naturalmente il sesso, che spesso però resta un desiderio irrealizzato, un piacere che non supera il confine del voyerismo. E voyeristica è anche la macchina da presa nell’accarezzare i corpi dei protagonisti, nell’indagare senza però violarli il mistero e i tabù della natura maschile più intima, esempio riuscito di erotismo elegante, più mentale che fisico, ben lontano dal porno.

Mentre Berger ha affermato in passato di essere spesso consapevole di fare film gay per un pubblico etero, Tension Sexual: Volatile è molto chiaramente indirizzato a un pubblico gay, poiché la tensione non è realmente tra i personaggi, ma piuttosto dalla parte del pubblico- spettatore, che si chiede se ci sarà una scintilla tra due personaggi, anche quando tale svolta degli eventi sembra narrativamente poco plausibile.

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The poet and the boy (Corea, 2017)

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The Poet and the Boy, prima opera del regista Kim Yang-hee, è ancora una volta un film sulla non-accettazione sociale dell’omosessualità in Corea, dove l’omosessuale è stigmatizzato come “pervertito” e l’impulso omoerotico è ancora sentito come inaccettabile. Nonostante il tema della bellezza e della poesia prevalga in tutto il film, il peso delle convenzioni sociali è il motore spesso nascosto che determina lo svolgimento delle azioni e il loro sbocco finale.
Il protagonista di The poet and the boy vive di poesia, nel senso più alto e spirituale: ogni cosa è illuminata, per lui, dalla luce della bellezza e dell’arte poetica, e sono i suoi versi ad accompagnare tutta la narrazione del film. Attraverso la bellezza del giovane Se-youn (ogni riferimento al Tadzio di “Morte a Venezia” è legittimo), il poeta tocca il lato oscuro del mondo e può finalmente affermare che “il mondo si è trasformato in poesia”.

Protagonista assoluto è il grande attore e regista Yang Ik-june, che ha diretto film come Breathless [2008] oltre alle numerose interpretazioni caratterizzate dal suo impegno umano e sociale: No regret (2006), Set me free (2014), A quiet dream (2016).
Attraverso le poesie del poeta Taek-gi e l’evoluzione dell’ambiguo rapporto tra l’uomo e il ragazzo, l’interpretazione di Yang Ik-june riesce a suggerire qualcosa del mondo interiore del poeta, i cui occhi si aprono di nuovo per mezzo della bellezza angelica del ragazzo.

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The blue hour (Thailandia, 2015)

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Titolo originale: อนธการ – Onthakan (Burocrazia)
Regia: Anucha Boonyawatana
Sceneggiatura: Anucha Boonyawatana, Waasuthep Ketpetch

The Blue Hour (อนธการ, Onthakan) è un film thailandese del 2015 diretto da Anucha Boonyawatana, al suo esordio da regista. Si tratta di una versione estesa dell’episodio finale della serie televisiva “Phuean hian.. rongrian lon” (ThirTEEN Terrors), serie antologica di tredici episodi autoconclusivi incentrati su temi dell’orrore, ognuno con personaggi e trame diverse. L’ultimo episodio, “The Blue Hour“, è una versione ridotta dell’omonimo film, andato in onda pochi giorni prima dell’uscita vera e propria del film.
Il titolo del film fa riferimento alla cosiddetta “ora blu“, un particolare momento della giornata in cui la luce morente non ha ancora ceduto il passo all’oscurità, oppure l’alba nascente non ha ancora vinto sulla notte. È un istante magico in cui il paesaggio sembra sospeso in una dimensione irreale, e tutto si tinge di blu.

The blue hour è una storia d’amore soprannaturale fra un ragazzo solitario vittima di bullismo, Tam, e il suo coetaneo Phum, incontrato in una fatiscente piscina stregata. La storia si apre in un luogo e in un momento che evocano il colore cruciale. Nella luce bluastra del crepuscolo i due ragazzi si ritrovano vicino alla piscina, apparentemente avendo organizzato l’appuntamento su internet.

Phum rivela che la terra della sua famiglia è stata rubata e i nuovi amanti immaginano una vita perfetta insieme sulla terra contesa. Infestato da una presenza spettrale, Tam lotta per rimanere in contatto con la realtà.
Selezione ufficiale al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2015 nella sezione Panorama.

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Marvin où la belle éducation (Francia, 2017)

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Marvin ou la Belle Éducation è un film drammatico francese realizzato da Anne Fontaine, e ispirato al romanzo autobiografico di successo Il caso Eddy Bellegueule, pubblicato in Francia nel 2014.
Autore del romanzo, e coautore della sceneggiatura del film, è Édouard Louis, scrittore ventunenne alla sua prima pubblicazione, nato come Eddy Bellegueule nella Francia del Nord da una famiglia della classe operaia: suo padre disoccupato e la madre che non ha mai lavorato. La povertà, il razzismo, l’alcolismo con cui si è confrontato nella sua infanzia e la sua classe sociale sono il punto di partenza della sua opera letteraria. Nel 2013 ha ottenuto di poter cambiare nome e diventare Édouard Louis.

Il film aderisce solo in parte alle vicende del romanzo, da cui trae spunto per vicende che rispecchiano solo l’infanzia e la prima giovinezza di Eddy Bellegueule-Édouard Louis.
Nel film il protagonista si chiama Marvin Bijoux, e vi si narra la sua infanzia in un villaggio rurale nei Vosgi, segnata dalla povertà materiale e culturale e dai maltrattamenti legati alla sua omosessualità. In seguito, trasferitosi a Parigi e cambiato il nome in Martin Clément, si sforza di costruirsi un destino grazie al teatro.


Determinante per il destino del giovane Martin Clément è l’incontro con la grande attrice Isabelle Huppert, che nel film interpreta un personaggio con il suo stesso nome, con la quale crea uno spettacolo attraverso il quale troverà il coraggio di narrare la sua storia.

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Toast (Inghilterra, 2010)

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Film tratto dalle memorie autobiografiche di Nigel Slater, cuoco e divulgatore di cucina in TV, il quale appare in un cameo alla fine del film fronteggiando il sé stesso adolescente, oltre ad averne curato la sceneggiatura. Nigel Slater è uno dei più popolari ed amati critici gastronomici e cuochi del Regno Unito, sempre presente nelle classifiche dei bestseller e in televisione. Quella per il cibo è per lui una vera e propria passione, più che un semplice lavoro, un amore sbocciato in tenera età e sempre coltivato con dedizione continua.
La tematica principale del film non è l’omosessualità, anche se scorre sotto traccia per tutta la storia, ma la cucina e la passione di Nigel per il cucinare, inteso anche come strada per arrivare al cuore delle persone.

Insieme alla cucina il giardinaggio è l’altra passione che si rivela nel film, attraverso la precoce storia d’amore con un avvenente giardiniere. Tutto questo si coniuga nelle sue più famose serie TV per la BBC, nel quale le ricette vengono realizzate all’aperto, in un orto-giardino che fornisce direttamente gli ingredienti per i piatti.

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