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Stranizza d’amuri (Italia, 2023)

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 Presentazione e recensione di Sasà Sanguineti 

Titolo originale: Stranizza d’amuri

Anno: 2023

Nazione: Italia

Genere: Drammatico

Casa di produzione: Fenix Entertainment, Ibla Film

Distribuzione: BiM Distribuzione

Durata: 134′

Regia: Giuseppe Fiorello

Sceneggiatura: Andrea Cedrola, Giuseppe Fiorello

Fotografia: Ramiro Civita

Montaggio: Federica Forcesi

Musiche: Giovanni Caccamo, Leonardo Milani

Attori: Samuele Segreto, Gabriele Pizzurro, Simona Malato, Enrico Roccaforte, Simone Raffaele Cordiano, Antonio De Matteo, Anita Pomario, Fabrizia Sacchi, Roberto Salemi

Stranizza d’amuri – Trailer

Giuseppe Fiorello debutta alla regia con questa pellicola, tratta da un fatto di cronaca siciliana: l’omicidio di Giorgio Giammona e Antonio Galatola avvenuto a Giarre nel 1980. A seguito di quell’evento, grazie all’intervento dell’associazione Fuori! e di personaggi come Francesco Rutelli, Don Bisceglia e Nichi Vendola venne formato, a Palermo, il primo circolo Arcigay italiano.

L’adattamento della sceneggiatura prende spunto dal romanzo di Valerio La Martire, Stranizza. Il titolo del film, invece, è un palese omaggio a Franco Battiato: autore della canzone omonima e presente nella colonna sonora composta e curata da Giovanni Caccamo – cantante conosciuto anche per le sue partecipazioni sanremesi del 2015 e 2016 – e da Leonardo Milani.

Il film è uscito nelle sale il 23 marzo 2023. Alla fase promozionale non ha potuto partecipare Samuele Segreto, uno dei due giovani protagonisti, in quanto impegnato nella trasmissione Amici di Maria De Filippi, in qualità di concorrente. Alla produzione ha partecipato anche Rai Cinema, per cui è probabile che la pellicola verrà trasmessa presto sui teleschermi.

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Trama di Stranizza d’amuri

Sicilia, estate del 1982: durante i mondiali di calcio spagnoli, Gianni e Nino si conoscono – a causa di un incidente in motorino – e diventano amici. Gianni viene da una situazione familiare disagiata: ha una madre sottomessa al nuovo compagno ed è circondato da un ambiente che lo ha etichettato come puppu cu’ bullu – letteralmente: omosessuale patentato. Al contrario, Nino è un ragazzo attorniato dall’amore della sua famiglia. Queste diversità non inficiano sulla loro relazione, che cresce con il tempo fino a diventare amore. Una situazione non nuova per Gianni, che continua a pagarne le conseguenze, mentre sarà devastante per Nino, che verrà affrontato severamente dalla sua famiglia. Nonostante le molte difficoltà, i due giovani non riescono a stare lontani. Fino al tragico epilogo che, involontariamente, sancirà questa unione per sempre.

Recensione di Stranizza d’amuri

Giuseppe Fiorello si concede la sua prima regia e lo fa andando a narrare una storia a lui particolarmente vicina, legata alla sua terra natia e ai luoghi della sua infanzia – sulla costa orientale siciliana. Lo fa usando i propri ricordi dell’epoca e prendendo tre punti di riferimento: il romanzo di Valerio La Martire, i mondiali di calcio di Spagna ’82 e le canzoni di Franco Battiato.

Per quanto riguarda la storia, la scelta di raccontare l’amore fra due coetanei è sicuramente funzionale da un punto di vista non solo narrativo ma anche rappresentativo e commerciale: consente di coinvolgere gli amanti dei queer drama – a prescindere dall’appartenenza al mondo lgbtqi+ – che sono in aumento e causa involontaria di un uso disinvolto del queer baiting. Inoltre, questa modalità offre la possibilità di raccontare una storia rimanendo sempre in un conveniente closet, ponendo un velo a protezione – di cosa, lo possiamo solo supporre. La relazione fra Gianni e Nino viene messa in atto tramite l’espediente della conoscenza casuale mentre la crescita del sentimento fra i due è più legata a un coming of age romantico che passionale. Una passione che viene evidenziata, come gesto estremo, solo con due baci – asettici – su cui Fiorello usa una duplice visuale: quella celata, di spalle, a voler sottolineare come doveva essere nascosta anche la loro relazione, e quella poi indugiante, con primi piani che diventa una forma di voyerismo difficile da comprendere e che poco ha a che vedere con la voglia di rappresentare questo amore in maniera libera.

Tale presunta libertà è in realtà un camouflage narrativo in un film in cui l’autore non vuole – o non può – permettersi di andare oltre. A dispetto di chi ritiene che il regista abbia fatto una scelta interessante – adducendo come valore aggiunto il suo punto di vista eterosessuale rispetto ai pregiudizi sull’amore omosessuale – è da notare come invece ciò lo abbia portato verso l’omonormatività che oramai abbonda nel cinema italiano. Non solo: per evitare gli stereotipi classici sui gay, Fiorello arriva ad accentuare i cliché del maschio del sud Italia degli anni Ottanta: ad esempio, la mascolinità gretta – con tanto di pelo sulla schiena – marcata da atteggiamenti seduttivi nei confronti delle donne che sono stati ben rappresentati nel cinema di Wertmüller, Samperi, Festa Campanile e molti altri – solo che loro li usavano in una accezione quasi grottesca, mentre Fiorello a conferma di una realtà.

Volevo fare una storia intimista, ma raccontarla in una cornice universale… E così ho messo in scena una piccola storia tragica in un’Italia che vive una grande festa, la vittoria ai Mondiali di Calcio del 1982. Volevo sottolineare come nella distrazione collettiva si verifichi un epilogo così drammatico.

Giuseppe Fiorello

I mondiali di calcio sono un espediente di sceneggiatura che esula dal romanzo di La Martire e lo stesso regista ha fatto notare come ciò servisse a inserire un finale drammatico in un contesto in cui la gente è occupata con un passatempo sportivo. Invece di voler mettere in luce come la tragedia possa aver avuto luogo in una situazione di complicità e connivenza, si è preferito inserirlo in una cornice che desse dei momenti di leggerezza al film. Peccato che tale espediente sia disfunzionale: l’evento calcistico aveva una durata decisamente limitata nel tempo – dal 13 giugno all’11 luglio – mentre la narrazione crea la sensazione di un tempo decisamente più esteso, a giustificare l’evoluzione sentimentale fra i due ragazzi – a maggior ragione visto che il coinvolgimento non è dato da un’attrazione fisica. Il televisore diventa il centro del gruppo, amicale o familiare, e l’orgoglio nazionale sfocia in colorazioni di capelli piuttosto che in sbandieramenti. Tutto ciò porta a un senso di gruppo e di comunità già identificato nelle sagre di paese.

Un sottofondo simile è creato dalle canzoni del Maestro Franco Battiato, che non vengono utilizzate per amplificare la significazione delle scene, come vuole il modello classico hollywoodiano, bensì per creare nuovi spazi emotivi e a rimarcare una territorialità già ben connotata. Una modalità non necessaria ma che non disturba, se non altro per la bellezza dei testi. Il resto della colonna musicale, creata da Giovanni Caccamo e da Leonardo Milani, è studiata per seguire l’empatia interpretativa e ben si intreccia con la scelta di usare spesso una colonna sonora naturale, fatta dai rumori del luogo.

[…] L’autenticità e la cura delle riprese, la delicatezza delle interpretazioni ci hanno commosso profondamente consegnandoci fin dall’inizio la giusta chiave di lettura musicale. I colori della Sicilia e le vibrazioni viscerali dell’intreccio narrativo ci hanno portato a utilizzare strumenti mediterranei con contaminazioni elettroniche spaziando da sintetizzatori, strumenti a corda e sound design, con un linguaggio contemporaneo ma con radici profonde, capace di costruire un legame sonoro con ognuno dei personaggi del film.

Giovanni Caccamo

In tutta questa sovrastruttura, le interpretazioni dei protagonisti risaltano e non perché giocano sul facile coinvolgimento emotivo bensì perché ben calibrate. In questo, Giuseppe Fiorello è stato un’ottima guida ed è riuscito a riversare la sua magistrale esperienza da interprete a Samuele Segreto – concorrente dell’ultima edizione di Amici 2022-23 e interprete di Gianni – e a Gabriele Pizzurro – giovane attore romano interprete di Nino. I due giovani riescono ad accedere alle due diverse personalità senza facili eccessi: Segreto ha una profondità che è capace di mantenere anche nei silenzi, passando dai momenti di disperazione a quelli di gioia senza dare mai l’impressione di essere fuori luogo; Pizzurro dosa il suo sorriso e la sua ingenuità e riesce a mantenere questa innocenza calando solo nel momento del confronto con il genitore – dove usa un pathos drammatico forse non ancora nelle sue corde ma comunque apprezzabile.

Entrambi i personaggi, però, deficitano di un approfondimento che avrebbe dato il giusto spessore anche agli eventi: se Nino, nella sua ingenuità, soffre meno di questa mancanza, il personaggio di Gianni invece ne avrebbe solo che giovato e avrebbe anche reso più pregne alcune scene – come quella del rossetto messo al giovane all’interno di un bar. Gianni pare essere stato vittima, in passato, di un abuso più che di una scelta consensuale e che il marchio di puppu sia conseguente più a maldicenze che ad atteggiamenti equivocabili; questo dettaglio, così come il personaggio che esige le attenzioni di Gianni, rimangono non indagati. Tutto ciò a favore di una rappresentazione più conforme.

Gli altri protagonisti vengono oscurati dai loro personaggi, molto accentuati, ad eccezione di Antonio De Matteo, che interpreta il padre di Nino: riesce a misurare anche le reazioni più complesse senza cadere nell’eccesso. Un discorso a sé stante meritano Fabrizia Sacchi e Simona Malato, interpreti delle madri dei due giovani. Entrambe le donne vengono fagocitate dai loro ruoli, troppo connotati e, per questo, a volte forzati. La madre di Gianni – interpretata da Fabrizia Sacchi – è la rappresentazione della donna debole, succube del nuovo compagno: arriva a tradire il figlio con cui ha un rapporto d’amore genitoriale ma che, allo stesso tempo, non riesce a proteggere dagli altri e da sé stessa. La madre di Nino – interpretata da Simona Malato, il cui viso e i cui occhi ricordano una non più giovane Laura Antonelli – è colei che gestisce casa, il fulcro della famiglia e che, ciò nonostante, non riesce a parlare onestamente con il figlio. Le due donne sono così ben delineate che le due attrici non hanno potuto far altro che immergersi in maniera accademica, il che non è necessariamente un male – e neanche alla portata di tutti – ma, in un film, va a discapito dell’empatia. Che manca anche nella scena della telefonata fra le due, nonostante il facile espediente melodrammatico.

In conclusione

Il regista ha creato sicuramente un film apprezzabile, in cui ha dedicato le maggiori attenzioni ai giovani interpreti e mostrando leggerezza su altri aspetti – le location, usate per momenti e situazioni diverse; l’excursus temporale; l’incongruità di alcune scene come una inerente ai fuochi d’artificio. È apprezzabile il richiamo a San Sebastiano – anche se il santo viene festeggiato in gennaio; meno invece lo sono le macchiette – come il vigile urbano, rappresentazione usata e abusata più volte per una facile risata.

Fiorello cerca di fare passare, con tutti i limiti che si è imposto, il messaggio di apertura verso un amore che, ancora oggi, può trovare ostacoli. C’è chi associa Stranizza d’amuri a pellicole come Chiamami col tuo nome piuttosto che a Close: associazione che può avvenire solo se si tiene in considerazione una tematica queer – che nella pellicola belga, oltretutto, non è neanche così evidente mentre è palese che affronta un coming of age. Il film è più vicino, per tematica affrontata, ad Amaro amore di Francesco Henderson Pepe o, per modalità di rappresentazione, a Puoi baciare lo sposo di Alessandro Genovesi.

Per quanto lodevole questo sforzo, non si può non tener conto dell’estrema voglia di omonormalizzazione di un amore fra due ragazzi – e fra uomini, se si considera il quasi coming out che lo zio di Nino fa al nipote. Una caratteristica che il cinema italiano si porta avanti da molti anni e che lo vede indietro, sulla tematica queer, rispetto ad altre nazioni, europee e no. Del resto, questo è un prodotto studiato per un prossimo passaggio televisivo e, come tale, è stato opportunamente confezionato.

Note positive

  • Film apprezzabile
  • Bella colonna sonora
  • Volontà di affrontare certe tematiche

Note negative

  • Poco coraggioso
  • Pregno di omonormatività
  • Alcune distrazioni registiche

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La Santa Piccola (Italia, 2021)

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Come anticipato nei commenti da Claudio, il Blog Caprenne  presenta una novità. L’importanza di tenere in piedi un progetto come quello creato con Caprenne è fondamentale per permettere la visione di film a tematica QUEER, altrimenti quasi impossibile per molti di Voi. Operare un lavoro come quello iniziato da Claudio, a cui rivolgiamo i nostri complimenti, comporta un lavoro notevole. Tra ricerca e visione di film. La loro sottotitolazione e revisione. Fino ad arrivare alla parte finale e tangebile: la pubblicazione. Tutto questo è oneroso per una sola persona. Il rischio è di perdere questo prezioso patrimonio. E’ con grande piacere che Vi annunciamo “un rinforzo”, ovvero un piccolo gruppo, che aiuterà ed affiancherà Claudio nell’aggiornare e tenere in vita il suo bellissimo Blog. Lo faremo cercando di tenere fede alla sua linea, ma apportando anche qualche novità. Come quella di recensire film nuovi. Il gruppo è per ora composto da chi Vi sta scrivendo, Sauro, da Claude, Frank e Mauro. Ed ovviamente, Claudio! Per le recensioni invece avremo collaborazioni esterne dal Cineforum Esse Vu di Bologna. Cercheremo di non deluderVi e faremo del nostro meglio. Cominciamo con una novità:  la prima “recensione” operata dal nuovo gruppo. Il film è La Santa Piccola. Il film è disponibile sulla piattaforma  NetfliX. Di seguito le nostre “prime recensioni” 😊

La Santa Piccola. Napoli, Rione Sanità. La povertà. Il disagio. I pratagonisti sono Lino, riccioli biondi, fisico statuario da bronzo di Riace, interpretato da Francesco Pellegrino. Mario, interpretato da Vincenzo Antonucci. La piccola Annaluce, la Santa Piccola, interpretata da Sofia Guastaferro. Ed infine ma non ultima la mamma di Lino e Annaluce, Perla, interpretata da Pina di Gennaro. Perla è esaurita, persa nella sua casa, dove fuma e basta. Lino manda avanti come puà la baracca, con i suoi “lavoretti da quattro soldi”, come in una scena gli rinfaccia la sua mamma. Annaluce. detta Nanù, va a scuola. Un giorno avviene un miracolo. Nanù durante una processione fa risorgere una colomba. Il mito. La sua fama si espande. La casa diventa un pellegrinaggio. La fede non si può spiegare quando si vive la tragedia, la malattia, il dolore. Ci si aggrappa a tutto. Annaluce diventa la Santa Piccola. Le storie cominciano a scorrere parallele, tra il divenire della santità di Nanù, e i due amici “fraterni”, Lino e Mario. Ma Mario prende consapevolezza, giorno dopo giorno, che il sentimento che lo lega a Nino non è più soltanto l’amicizia fisica tra “napoletani”, fatta di abbracci, bacetti sui capelli, ma è diventato qualcosa di molto più grande. Lino si è innamorato del suo migliore amico Lino. Struggente la scena di sesso a tre, dove Lino e Mario fanno sesso, a pagamento, con una ricca signora della borghesia bene napoletana. Dove lino vive un sesso non diretto con il suo amato. Soltanto chi ha provato l’innamoramento non ricambiato per un’altra persona può profondamente provare empatia per Mario. Ma non sappiamo se  Lino effettivamente respinga o ricambi l’amore di Mario. Probabilmente no, ma non è scontato. Il finale è aperto.  (Sauro)

Credo che il bello del film sia l’equilibrio ed l’eterno dualismo tra sacro e profano. Da una parte la Fede, la Santità e spiritualità, dall’altra la sensualità e sessualità dei protagonisti maschili. Il film è piacevole perché è fatto di immagini/quadri che mettono in mostra più che dire. La critica alla religione quando diventa mercificazione della fede (con la mamma e il prete che “vendono” la piccola Santa). Ma anche la bella scena di sesso a 3; fatta non tanto per mostrare corpi nudi, ma per far capire attraverso gli sguardi dei 2 ragazzi il non detto ( il desiderio di Mario per l’amico e dall’altra perdita e sofferenza di Lino perché non più pilastro della famiglia). Credo che sia un film pieno di sensualità, mostra una Napoli povera, ma piena di quella malizia che conosco bene. I personaggi in un certo modo sono tutti prigionieri di qualcosa: di un rione dal quale vogliono fuggire, da una vita vuota, dal Culto, dal ruolo di cardine famigliare, dall’orientamento sessuale. Alla fine per chi si accetta per quello che è, e non per quello che altri si aspettano, sembra esserci una liberazione.  (Fabio)

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