Oggi aggiungiamo una ulteriore chicca nella sezione – bacheca dei film <<Vintage – Cult>> : The sum of us (traduzione: tutto ciò che siamo), con nientepopodimeno protagonista un giovane Russel Crowe ! Accanto a lui un bravissimo Jack Thompson. Il film vinse 6 premi. Film incredibilmente pro-gay, con un padre assolutamente ideale (Jack Thompson) che accetta l’omosessualità del figlio fino a comperargli riviste porno-gay. Scopriamo poi che la nonna era lesbica e che ha avuto una relazione con un’altra donna durata parecchi anni. La storia, raccontata con una sequenza di flashback, è altamente gradevole nonostante contenga anche momenti di grande malinconia. Da notare la prima (formidabile) interpretazione come protagonista di Russel Crowe. Imperdibile. Buona visione.
La pellicola viene rilasciata in un formato .AVI, con i sotto titoli in italiano hardcoded (sovra impressi). Si consiglia la visualizzazione con il lettore universale VLC onde evitare problemi.
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La locandina del film The sum of us
Il Cast e la scheda di The sum of us
Jack Thompson è Harry Mitchell Russell Crowe è Jeff Mitchell John Polson è Greg Deborah Kennedy è Joyce Johnson Regia di Geoff Burton e Kevin Dowling Sceneggiatura di David Stevens Data di uscita: 28 luglio 1994 in Australia Paese di origine: Australia Lingua: inglese Durata: 1 ora e 40 minuti
Per la nuova sezione Film d’altri tempi – Cult, oggi un’altra vera chicca: Amici, Complici, Amanti. Titolo originale: Torch Song Trilogy. Un film che non può mancare nella nostra cineteca, anche se non ha vinto molto, ma ha rappresentato tanto per la comunità. Ritratto dell’omosessuale ebreo Alan, alla ricerca di una famiglia e sempre incompreso e ostacolato dalla madre, che a New York lavora in teatro come drag queen, in tre momenti della sua vita, contrassegnati dalle tre canzoni cui allude il titolo originale. Prima la relazione con l’insegnante bisessuale Ed (B. Kerwin) poi la convivenza felice col giovane Alan (M. Broderick) e infine la scoperta della sua omosessualità da parte di sua madre (A. Bancroft) mentre convive con Ed e il figlio adottivo David. Harvey Fierstein ha scritto e interpretato la commedia omonima (vincitrice di due Tony Award nel 1983) e curato, nonché interpretato, la trasposizione cinematografica. Non dramma o scandalo ma stimolo intelligente verso un problema sociale e di solitudine. Film cult in cima alle preferenze degli spettatori gay. “Difficoltà quotidiane nella vita di un gay newyorkese, fra lavoro (travestito professionista in un locale), amori (prima un insegnante bisessuale che decide di sposarsi, poi un giovane marchettaro che viene ucciso da una banda di teppisti) e rapporti familiari (una terribile matriarca ebrea che sembra uscita dalla penna di Woody Allen, un figlio adottivo incerto sulla propria identità). L’ideale anello di congiunzione tra Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970) e Philadelphia (1993): perfetto equilibrio di comico e tragico (salvo qualche eccesso caricaturale relativo ai personaggi di contorno nella prima parte) e grande serietà di fondo, un protagonista che parla in macchina allo spettatore sfoderando battute degne di Oscar Wilde, un giocoso cinismo che serve a mascherare la disperazione, un sincero anelito alla normalità, infine la dedica a chi sta lottando contro l’AIDS. Ottimamente scritto e interpretato, con una matrice teatrale che si fa sentire nei dialoghi in interni ma non esclude scene più ariose (la casa di campagna in ristrutturazione, le strade del quartiere malfamato).” (Jonas, FilmTv.it)
La pellicola viene rilasciata in un formato .AVI doppiata in italiano.
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La locandina del film Amici Complici Amanti
Il Cast e la scheda di Amici Complici Amanti
Anne Bancroft è Ma Matthew Broderick è Alan Harvey Fierstein è Arnold Brian Kerwin è Ed Regia di Paul Bogart Sceneggiatura di Harvey Fierstein Data di uscita del film: 14 dicembre 1988 (U.S.A.) Paese di origine: U.S.A. Lingua: Inglese, Ebraico, Francese, Lingua dei segni americana, Spagnolo Durata: 2 ore
Della serie nulla di nuovo sotto il sole, molti anni prima di All of us strangers, era uscito un film che toccava già certe tematiche affrontate dal più blasonato film di Andrew Haigh. Il film che vi propongo oggi è Contracorriente. Anche lui, nel suo piccolo, si difende bene: 13 vittorie e 13 candidature. Questo primo lungometraggio del regista Javier Fuentes-León è una insolita storia di fantasmi ambientata sulle spiagge peruviane, con alcune similitudini alla vicenda di Brokeback Mountain, e con delle affinità con All of us strangers. E’ la storia di Miguel, un pescatore che nasconde la sua omosessualità dietro il paravento di un matrimonio felice con una moglie che lo ama e che sta aspettando un figlio. Segretamente Miguel porta avanti una intensa storia d’amore con Santiago, un artista bohémien, che non pubblicizza la sua omosessualità ma nemmeno la vuole nascondere del tutto. La storia, ambientata in un piccolo villaggio di pescatori, prende una piega fantastica dopo la morte per annegamento di Santiago quando questi ritorna come fantasma per chiedere a Miguel di cercare il suo corpo e di seppellirlo secondo le tradizioni locali in modo che la sua anima possa riposare in pace. Miguel si trova ora davanti ad un dilemma: dovrà ammettere pubblicamente di avere avuto una storia d’amore con Santiago, rovinando così il suo matrimonio e la sua vita, ma esaudendo le richieste del suo amato, oppure deve continuare la sua vita come se nulla fosse successo portandosi dentro il peso e la responsabilità della dannazione eterna del suo amante rimasto insepolto. Deve essere molto difficile continuare a vivere con un tale peso sulla coscienza, tentando di dimenticare la persona che avete tanto amato, solo per salvarvi la faccia.
La pellicola viene rilasciata in un formato .MP4 vecchia maniera, con i sotto titoli rilasciati separatamente
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La locandina del film Contracorriente
Il Cast e la scheda di Contracorriente
Cristian Mercado è Miguel Tatiana Astengo è Mariela Manolo Cardona è Santiago Regia di Javier Fuentes-León Sceneggiatura di Javier Fuentes-León Data di uscita del film: 16 aprile 2010 in Colombia Paese di origine: Perù Lingua: spagnolo Durata: 1 ora e 37 minuti
Una coppia gay egiziana torna dagli Stati Uniti in Egitto a causa di un’emergenza familiare. Per rimanere al sicuro in un ambiente fortemente omofobico, i due fingono di essere semplici amici, ma il ritorno in Egitto mette già Mo in uno stato di ansia e inquietudine. Qualcuno conosce il segreto di Mo e gli lascia un oggetto legato alla stregoneria davanti alla porta, come una sorta di minaccia e vergogna. Mo, che finge di essere un ateo moderno, libero dalle superstizioni della sua religione e cultura, cade nel terrore dopo aver calpestato il manufatto. Le sue paure d’infanzia e i profondi timori religiosi riaffiorano, rivelando al suo fidanzato una vergogna che Mo non ha mai superato, mostrando come Mo consideri ancora la loro relazione peccaminosa. Questa esperienza spaventosa costringerà Mo ad affrontare ciò che ha sempre temuto, ma alla fine combatterà e troverà la sua libertà. Una sorta di “Suspiria” in salsa gay egizia. Storie di omofobia e stregoneria avvinghiate su se stesse, dove non si capisce dove comincia l’una e dove finisce l’altra. Sullo sfondo: – il problema dell’oscurantismo che ancora avvolge l’Egitto, come tanti altri paesi di quella zone, purtroppo. – Il caso, reale, di una attivista per i diritti LGBTQI, Sara Hegazi. https://www.ilpost.it/2020/06/17/sarah-hegazi/ – Due madri. Una si affida alla stregoneria per far “guarire” il figlio dall’omosessualità. L’altra si affida alla preghiera per proteggere il figlio. Ed un po’ tutto il corollario di usi e costumi di un paese islamico come l’Egitto. Un po’ horror, un po’ drammatico, un po’ commedia, il regista ci accompagna verso la liberazione di questi tabù, raccontando due modi diversi di affrontare argomenti che in Egitto sono ancora appunto dei tabù e che sono condannati, l’omosessualità e la stregoneria. Tenendo presente che “non tutto è quello che sembra”. E che nessuna stregoneria ha mai avuto il potere di fare nulla in realtà, salvo quello che le viene dato da noi. “ci maledicono da sempre, ma siamo comunque sempre andati avanti con le nostre vite”, dice alla fine Mo a Hisham.
La pellicola viene rilasciata in un formato .MP4 con i sotto titoli sovra impressi (i cosiddetti hardcoded), ed è visualizzabile direttamente in streaming o su qualunque tipo di lettore.
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La locandina del film The Judgement
Il Cast e la scheda di The Judgement
Junes Zahdi è Mo Freddy Shahin è Hisham Regia: Marwan Mokbel Sceneggiatura: Marwan Mokbel Data di uscita del film: 22 settembre 2023 U.S.A. Paese di origine: Egitto – Libano – U.S.A. Lingua: inglese – arabo Durata: 1 ora e 51 minuti
Oggi rilasciamo un altro film da non perdere, inerente la nuova sezione “Film d’altri tempi – cult”. Spetters, di Paul Verhoeven.
Passato alla storia, suo malgrado, come il film che “impedì” a Paul Verhoeven di dirigere <>, Spetters è uno scandaglio doloroso e nervoso della gioventù olandese sul finire degli anni Settanta, tra sommovimenti politici, sociali e sessuali. La storia di Eef, Hans e Rien, e del loro desiderio di trovare una via nella violenta e slabbrata Rotterdam, è quella di una generazione europea che rivendicava le illusioni del Sessantotto ma si deve scontrare con una società che si è già rinchiusa in se stessa. Da riscoprire.
La città delle carogne Eef, Hans e Rien sono tre amici che vivono in un sobborgo degradato di Rotterdam. Oltre alla comune passione per il motocross, sport nel quale idolatrano il carismatico campione Gerrit Witkamp, sono attratti da Fientje, una procace ed energica proprietaria di un chiosco ambulante di friggitoria, per la quale i tre si sfidano. Ma molte cose devono ancora venire a galla…
– La Bibbia ci parla anche di Dio. Ma chi è Dio? – Lo so io chi è. È un tizio che mi ha fatto un brutto scherzo. – Non cedere a Satana! Chi è Satana? – È un medico, quello stronzo che m’ha tenuto in vita. – Satana sparge il male, Dio guarisce. – E a che ora riceve? Dialogo tra Rien e un predicatore
Al momento della sua uscita, prima in patria e poi nel resto del mondo, Spetters scioccò il popolo dei benpensanti, che lo accusarono un po’ di tutto, dalla misoginia all’omofobia, dalla messa alla berlina dei portatori di handicap alla ghettizzazione del proletariato. Il punto, con ogni probabilità, è che Verhoeven, nel mostrare le vicessitudini dei propri personaggi, non sposa mai un punto di vista scopertamente critico. Mette in scena, pone di fronte alla macchina da presa, e si pone come unico obiettivo l’assoluta, totale mancanza di reticenza.
Spetters può ambire senza dubbio ad assurgere al ruolo di opera “maledetta”, sempre che questo termine possa davvero acquisire un senso logico. Nella storia dei tre amici Rien, Eef e Hans non si cela solo la volontà di spostare lo sguardo verso i bassifondi di Rotterdam (il significato del nome della città è “Diga sulla Rotte”, con riferimento all’affluente della Nieuwe Maas, ma da solo il termine rotter è traducibile con “carogna”, “mascalzone”), ma anche di mostrare microcosmi che sul finire degli anni Settanta rappresentavano ancora un tabù.
Se la comunità gay trovò insultante il modo in cui Eef scopre la propria omosessualità, vale a dire in seguito a uno stupro subito da un gruppo di ragazzi che voleva ricattare e derubare, il mondo femminile accusò Verhoeven di aver destinato il ruolo più amorale a Fientje, l’avvenente bionda che gestisce con il fratello – uno degli stupratori di Eef, per di più – una friggitoria ambulante, e che tutti e tre i protagonisti cercano di circuire. A distanza di quasi quaranta anni dalla sua uscita nelle sale, perfino in Italia (dove ovviamente venne censurato, data anche la volontà di Verhoeven di mostrare il più possibile, fino a sfiorare territori all’epoca prossimi alla pornografia), è possibile rendersi conto di quanto quelle accuse fossero attribuibili a uno sguardo umorale e profondamente superficiale. Una volta di più il regista olandese non si interessa solo al destino dei suoi protagonisti, destinati in ogni caso a un ridimensionamento delle proprie ambizioni iniziali, ma cerca di inserirli in un contesto sociale più grande, che inevitabilmente li condiziona. La scelta di puntare su ragazzi provenienti dalla periferia di Rotterdam, sospesi tra un destino da operai e meccanici e il sogno di diventare campioni di motocross, eguagliando il loro idolo Gerrit Witkamp (un superbo Rutger Hauer, che divide il suo cameo con Jeroen Krabbé, entrambi reduci da Soldato d’Orange), non partecipa al supposto verismo di gran parte del cinema borghese europeo degli anni Settanta, ma appare quasi il punto d’incrocio tra uno sguardo antropologico ed entomologico – nella visione scientifica degli umori grondanti dallo schermo – e una tensione narrativa e spettacolare non troppo distante da Hollywood, come testimonia ad esempio la prima sequenza di corsa in moto, dagli evidenti echi classici.
Gli spunti suggeriti dal periodo olandese di Paul Verhoeven sono molteplici. Si tratta dei primi passi cinematografici costituiti da una manciata di pellicole che serviranno come trampolino di lancio per la sua brillante carriera hollywoodiana iniziata durante gli anni ottanta (“RoboCop” e “Atto Di Forza” non hanno certo bisogno di presentazioni). Ma cosa ricordiamo degli esordi di Verhoeven? Spesso si tende a focalizzare l’attenzione su “Fiore Di Carne” (1973) con Rutger Hauer giovane protagonista, un lavoro considerato in patria come la migliore produzione orange dello scorso secolo. Ci dimentichiamo però di “Spetters”, il suo vero film scandalo, un cupo affresco giovanile ambientato nei sobborghi di Rotterdam. Eef, Hans e Rien sono tre amici con la passione comune per il motocross e per la bella Fientje, la procace ed energica proprietaria di un chiosco ambulante di friggitoria, per la quale i tre si sfidano (“facciamo così, se la scopa chi ce l’ha più grosso”). Ma se la prima parte dell’opera riesce a mantenersi su toni leggeri quasi da commedia, il resto della pellicola offre allo spettatore un panorama davvero desolante che culmina con un epilogo amaro e per nulla consolatorio. “Spetters” (in Italia uscì solo nel 1982, presentato da una locandina in stile biker movie metropolitano!) è un film tremendamente drammatico. Il destino dei tre protagonisti, inizialmente identico, prende strade completamente diverse: il regista olandese ci mostra la competizione sportiva come metafora della competizione sessuale tra maschi, una gara dove chi primeggia rischia improvvisamente di finire all’ultimo posto della graduatoria. Verhoeven ci sbatte in faccia la crudeltà dell’attimo fatale (l’incidente con successiva paralisi o la scena devastante dello stupro omosessuale) senza mai scadere nel buonismo, anzi l’entusiasmo di questa gioventù ancora inconsapevole presto ritorna indietro come il più infimo dei boomerang. Ce ne accorgiamo pure nei dialoghi, intrisi di disillusione e di profondo cinismo (“l’amore non può risolvere tutto e la compassione fa brutti scherzi, è forte all’inizio ma poi se ne va in fretta”). “Spetters” è un film realistico che rispecchia pienamente le contraddizioni di un’epoca agli albori (gli anni ottanta), qui ben rappresentata sia dai personaggi che dalle atmosfere, score musicale incluso. In Olanda però la critica massacrò la pellicola: Verhoeven fu accusato di aver realizzato un lavoro anti-gay, anti-invalidi, fortemente ateo e addirittura misogino, un titolo effettivamente esplicito e scabroso ma proprio per questo motivo sincero e degno della migliore tradizione indipendente europea. Cinema del dolore duro e crudo, lo shock di una qualunque esistenza ai margini della società, come un “American Graffiti” (1973) trapassato dalla disperazione più nera.
La pellicola viene rilasciata in un formato .AVI, doppiato in italiano. Si consiglia la visualizzazione con il lettore universale VLC onde evitare problemi.
Nota: alcuni passaggi sono in lingua originale, probabilmente a causa della censura di cui il film fu oggetto in Italia. Questo fatto non pregiudica la comprensione generale del film. Trattasi di una copia assai rara, e riteniamo cosa pregevole poterla condividere.
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La locandina del film Spetters
Il Cast e la scheda di Spetters
Hans van Tongeren è Rien Renée Soutendijk è Fientje Toon Agterberg è Eef Maarten Spanjer è Hans Regia di: Paul Verhoeven Sceneggiatura: Gerard Soeteman, Jan Wolkers Data di uscita del film: 28 febbraio 1980 Paesi Bassi Paese di origine: Paesi Bassi Lingua: olandese Durata: 2 ore
Siamo lieti di annunciarvi che arricchiamo l’archivio del Blog Caprenne con una nuova sezione.
La nuova sezione si chiamerà:
Film d’altri tempi – Vintage – Cult.
Iniziamo con un film che non ha bisogno di presentazione o recensione, ma che ha fatto la storia del cinema. Querelle de Brest. Buona visione, buona estate dal Blog Caprenne.
La pellicola viene rilasciata in un formato .AVI, doppiato in italiano. Si consiglia la visualizzazione con il lettore universale VLC onde evitare problemi.
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La locandina del film Querelle De Brest
Il Cast e la scheda di Querelle De Brest
Brad Davis è Querelle Franco Nero è il luogotenente Seblon Jeanne Moreau è Lysiane Laurent Malet è Roger Bataille Regia di: Rainer Werner Fassbinder Sceneggiatura: Jean Genet, Rainer Werner Fassbinder, Burkhard Driest Data di uscita: 8 settembre 1982 (Francia) Pese di origine: Germania Occidentale – Francia Lingua: inglese Durata: 1 ora e 48 minuti
Dopo il film Kanarie, qui pubblicato quasi un anno fa, proponiamo un altro film sudadricano, sempre con l’esercito nei panni del protagonista. Questa volta Vi proponiamo Moffie. Tornato alla Mostra del Cinema quattro anni dopo la presentazione in Concorso del deludente The Endless River, Oliver Hermanus partecipa alla sezione Orizzonti di Venezia 76 con Moffie. Il regista sudafricano, al suo quarto film, torna ad affrontare, da un diverso punto di vista, quelle tematiche lgbt già al centro di Beauty – con il quale vinse la Queer Palm a Cannes nel 2011 – realizzando in questo caso la trasposizione dell’omonimo romanzo autobiografico del connazionale André Carl van der Merwe. Moffie – termine dispregiativo usato nel gergo Afrikaans per definire uomini gay o effeminati – è una storia ambientata nel Sudafrica del 1981, governato dalla minoranza bianca e impegnato in una guerra con la confinante Angola. Come tutti i ragazzi della sua età, il sedicenne Nicholas deve prestare servizio di leva per due anni. Ma oltre alla durezza della vita militare, si troverà ad affrontare i turbamenti causati dall’attrazione per un’altra recluta: sentimento che, nella società dell’Apartheid, che classifica gli omosessuali come nemici della nazione al pari dei neri e dei comunisti, viene considerato alla stregua di una malattia mentale e, come tale, trattato con metodi disumani. Mettendo in scena la maturazione sotto le armi del protagonista, che acquista consapevolezza del proprio orientamento sessuale ma, al tempo stesso, della necessità di mantenerlo segreto per proteggerlo dalla crudeltà di superiori e commilitoni, Hermanus dà prova di una certa sensibilità di sguardo, che lo porta a raccontare la storia d’amore gay in maniera delicata e con sincera partecipazione emotiva. Al tempo stesso, però, tende a perdere di vista le altre tematiche trattate nel romanzo, a cominciare da quella dell’odio razziale nei confronti dei neri e della fobia anticomunista con cui vengono educate le giovani reclute. Efficace nel mostrare il feroce machismo della società Afrikaans, con il procedere della vicenda il film perde di mordente, e gli stessi contrasti fra soldati sembrano cedere in maniera troppo meccanica a un generico cameratismo, sacrificando così la caratterizzazione dei singoli personaggi. Il risultato finale sembra quasi una rivisitazione di Full Metal Jacket in terra sudafricana, a cominciare dalla struttura narrativa nettamente divisa in due parti – l’addestramento e la guerra, più un prologo e un epilogo – e dalla riproposizione di personaggi e meccaniche tipiche del genere, dal sergente istruttore carogna al bullismo fra commilitoni, con tanto di crollo nervoso della recluta più fragile.
È decisamente calda la fotografia di Jamie D. Ramsay. Calda come il sole che colora fino ad arrossire il viso dei giovani soldati, calda come i loro corpi sudati, martoriati, che riescono a trovare il tempo di svagarsi tra una partita a pallavolo e una lotta greco-romana improvvisata. Ma è il calore interiore che Ramsay e il suo regista Oliver Hermanus vogliono ricercare, che nasce primariamente dai raggi di quella regione e che finisce per avvolgere la crescita forzata e vessata dei suoi personaggi. Una luce che sporca la pellicola del cineasta sudafricano, per riportane il temperamento selvaggio pressante nella caserma, che può però nascondere una carezza inaspettata, palpitante come un raggio di sole.
E, a sottolineare i cambiamenti d’animo e di tono della pellicola, è la continua presenza della colonna sonora di Braam du Toit, sempre diversa in ogni sua nota, composta per adattarsi a ogni stravolgimento piccolo o grande della condizione del protagonista. Melodie inserite con sicurezza per affrontare momento per momento, anche quando il film, proseguendo, perde un po’ della sua attitudine, confondendo più di una volta sul punto a cui voler arrivare. Tanto l’omosessualità quanto la crudeltà banale dell’esercito si protraggono, infatti, sfibrandosi nei propri intenti, pur soddisfando comunque con il loro epilogo, che avrebbe dovuto forse avere più coraggio dei suoi stessi soldati.
Non è, comunque, una sorta di fiacchezza finale a fare di Moffie un film senza un proprio senso narrativo, estetico, morale. Un’opera che si contiene per dar voce alle musiche e ai sottotesti ben più significativi delle punizioni dei sergenti. Per ribadire l’assurdità di una violenza che rivolgiamo verso gli altri, ma nella quale rimaniamo allo stesso tempo incastrati, tentando il modo di non lasciarci sopraffare, ma rischiando di dover portare dentro delle ferite che è quasi impossibile rimarginare. Buona visione.
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La locandina del film Moffie
Il Cast e la scheda di Moffie
Kai Luke Brummer è Nicholas van der Swart Barbara-Marié Immelman è Suzie van der Swart Michael Kirch è Miles Remano De Beer è Peet van der Swart Regia di Oliver Hermanus Sceneggiatura Oliver Hermanus, Jack Sidey, André Carl van der Merwe Data di uscita: 13 marzo 2020 in Sud Africa Lingua: Afikaans – Inglese Durata: 1 ora e 44 minuti. Premi: 2 vittorie.
Oggi Vi proponiamo un film del regista finlandese Mikko Makela, per questa coproduzione finnica anglo belga. Attenzione: la recensione sotto riportata contiene spoileraggio ovvero parti della trama del film. Buona visione.
Il protagonista del film, il 25enne Max Williamson, interpretato da Ruaridh Mollica
Un protagonista importante del film, Nicholas, interpretato da Jonathan Hyde
La recensione del film
Un bel ragazzo di Edinburgo, 25 anni, Max Williamson, interpretato da Ruaridh Mollica, lavora presso una rivista come free lance. Commentano libri. Intervistano personaggi famosi come Brett Easton Ellis. Il mondo moderno, di squali, tutti contro tutti, dietro alla finta facciata di collaborazione. Londra dei single di oggi, dove tutti sono soli. Ricorda in questo “all of us strangers”, tutti stranieri in questa metropoli. La totale evanescenza della famiglia. La figura paterna non si vede per nulla. Si intravede ad un certo punto una madre preoccupata, per un figlio solo, a Londra, che da questi viene rassicurata, “ho degli amici, comunque mi devo focalizzare nel lavoro”. Il lavoro. La carriera. I soldi. La competizione. La solitudine. Il sesso compulsivo. La anaffettività. Questo è ciò che traspare da tutto il film. Max vorrebbe scrivere un libro, spronato dall’ambiente letterario dove lavora. E’ intrippato dal lavoro sessuale, onlyfans, gli escort. Per capire come funziona l’ambiente ci si immerge. Letteralmente. Si iscrive su una piattaforma, DreamGuys, e và ad appuntamenti al buio, in casa di persone, dove fa sesso, in maniera attiva o passiva, a seconda della richiesta, e si fa pagare. E comincia a scrivere, di queste esperienze, in maniera dettagliata. Prima dei racconti brevi. Che fa leggere nella redazione ai suoi colleghi ed alla sua responsabile, nella agenzia dove lavora. Poi, spronata dalla sua collega, più che reale amica, Amna, e da Claudia, la sua responsabile, comincia a scrivere un romanzo. Ma non è totalmente autonomo. Viene più volto consigliato, quando non reindirizzato, in ciò che vorrebbe scrivere, dai desideri di Amna e di Claudia. Rendendo il suo lavoro sempre più difficile e complicato. Eh sì, perchè non si tratta di fantasia o di romanzare l’esito di “interviste”, come fa credere Max, ma di esperienze dirette nelle quali il protagonista si deve calare in prima persona. E gli va pure bene, secondo me. Con gli appuntamenti al buio non sai mai che cosa ti potrebbe capitare. Anche senza arrivare a episodi incresciosi, la violenza è sempre dietro l’angolo. Ma nel caso di Max questo non avviene, se non quando, per raggrannellare un po’ di denaro, è stato licenziato dalla rivista in quanto non ritenuto più necessario (non si presenta ad una riunione molto importante dopo una serata passata in una orgia a cinque), Max accetta di fare da escort a Daniel, un facoltoso ed arrogante uomo di affari, accompagnandolo a Bruxelles. E’ a Bruxelles che Max capisce quanto quel mondo, quel percorso possa essere pericoloso. Rientrato faticosamente a Londra Max sembra decidere di chiudere con quel mondo, si riconcilia con Nicholas, e riesce a presentare il suo nuovo romanzo. Il personaggio di Max ci risulta problematico. Seppur accettato come omosessuale, non accetta quel tipo di discorso su cui vuole scrivere il libro. Appare evidente quando ad un evento a cui partecipa insieme ai colleghi della rivista, intravede da lontano Nicholas. Comincia a farfugliare, è in palese disagio, e con una scusa scappa in bagno, dove cancella frettolasamente le tracce del suo passaggio su DreamGuys. Nicholas è un signore attempato, di buon livello culturale, sociale, e l’unico che si dimostra umanamente empatico nei confronti di Max. Tutti gli altri lo avevano praticamente trattato come un oggetto puramente sessuale. Con Nicholas è diverso. I due cominciano un percorso di conoscenza reciproca, di stima e pare anche di affetto. Ma questo aspetto non viene esplorato, possiamo solo immaginarlo. Ma resta il fatto che nel momento del bisogno, solo e senza un soldo a Bruxelles, abbandonato dal facoltoso e brutale Daniel come un cane, l’unica persona ad aiutarlo ad uscire da quella scabrosa situazione, sarà proprio lui. Nicholas. Nicholas è lo spartiacque del film. L’unico personaggio del film che salvo. E’ lui la chiave di volta, lui che lo salva, lui che fà la differenza. Non lo odia nonostante tutto. Lo accetta e alla fine lo supporta. La persona che tutti vorremmo accanto nella nostra vita. Nicholas è l’ antitesi di Max. Il suo alter-ego opposto in positivo, per tutto. Profondo, corretto, empatico, sensibile e gentile, e molto più avanti di Max come umanità e apertura mentale. Non a caso è con lui che Max fa un salto di qualità come empatia e “connessione”, volendo restare a dormire da lui oltre i suoi tempi e “tariffe” da escort. Cosa mai fatta con gli altri. È un passaggio breve, ma importante del film. Il personaggio di Max è ambiguo. Insicuro. Anafettivo. Senza amici. Tutto preso dalla brama del successo. Ha un rigurgito con Nicholas, ma non sappiamo se abbia intenzione di andare avanti, li lasciamo con Nicholas che gli chiede quando si rivedranno, ma Max sta vago, e Nicholas rimane con lo sguardo triste, e l’occhio lucido. Mentre max riprende a fare sesso a pagamento, e mi pare rientrare nel gorgo iniziale. Max che per quasi tutto il film “sfugge” continuamente via da tutto e tutti: dagli impegni di lavoro, dalle conoscenze non siano dalla app per incontri (vedi l’ approccio in disco), dalla madre, in un deserto di anafettività e solitudine (vedi il dialogo con l’ altro ragazzo scrittore sulla sua poesia sulla solitudine urbana e la madre di Max che aveva percepito la sua solitudine, che lui minimizza)…. scappa continuamente, perdendo il focus sulle cose importanti della sua vita. Al film dò 8. Ma il personaggio di Max mi ha intristito moltissimo. Non è un personaggio positivo. Anzi. Dà una pessima impressione della comunità, ma la darebbe a qualunque comunità egli appartenesse. Viene da dire che purtroppo la comunità gay personaggi così li include. Per quello il regista deve aver realizzato un film così. Poi che non piacciano (a noi) e non ci identifichiamo in essi (per fortuna) ci sta tutto.
La pellicola viene rilasciata in un formato .MP4 con i sotto titoli sovra impressi (i cosiddetti hardcoded), ed è visualizzabile direttamente in streaming o su qualunque tipo di lettore.
Ringraziamo Alex per i sotto titoli.
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La locandina del film Sebastian
Il Cast e la scheda di Sebastian
Ruaridh Mollica è Max Hiftu Quasem è Amna Jonathan Hyde è Nicholas Ingvar Sigurdsson è Daniel Regia e sceneggiatura di : Mikko Mäkelä Data di uscita: 21 gennaio 2024, U.S.A. Lingua: inglese / francese Durata: 1 ora e 50 minuti
Un incontro tra generazioni, culture e punti di vista diversi. Un viaggio sentimentale raccontato dal regista di “Yossi & Jagger”. La storia tra Michael e Tomer, i due protagonisti di Sublet, è qualcosa di più di un incontro fugace ma anche della solita storia d’amore. Il film non è infatti un classico film sentimentale. Certo, ci si commuove e si sorride, ma diversi elementi gli fanno prendere le distanze dalla commedia romantica più convenzionale. E non solo perché si basa sull’incontro tra due uomini, appartenenti tra l’altro a due generazioni diverse. Intanto va detto che esiste un terzo elemento protagonista, fondamentale, rappresentato da Tel Aviv. Qui atterra Michael, interpretato da un soffertissimo John Benjamin Hickey,
acclamato attore statunitense di teatro, cinema e tv che qui veste i panni di un editorialista del New York Times specializzato in viaggi. Il giornalista deve scrivere una guida alternativa alla città israeliana, ma i presupposti non sono esaltanti. In piena crisi esistenziale, è un uomo di mezza età, ancora affascinante ma affaticato dalla vita, che pare osservare il mondo da dietro a un vetro, oltre il quale non intende spingersi. Volendo tener fede ai principi della sua rubrica, anziché prendere alloggio in uno dei grandi hotel del centro città, affitta la casa di Tomer, interpretato dall’esordiente e adorabile attore israeliano Niv Nissim,
che vive in un quartiere popolare. Come si può immaginare, il rapporto tra i due non si risolve con la consegna delle chiavi di casa, ma si sviluppa in una relazione leggera e profonda insieme. Gli elementi in gioco sono tanti, alcuni solo sfiorati, altri ribaditi dalla macchina da presa, che si sofferma insieme agli occhi di Michael sull’intonaco scrostato delle facciate delle case come sullo splendore del mare o la dolcezza dei bambini che giocano per strada. A poco a poco, il dramma, anzi i drammi antichi e recenti che hanno segnato la vita dell’uomo vengono a galla. Perché questo avvenga, e perché il pubblico non sprofondi nella stessa cupa malinconia del protagonista, il regista e sceneggiatore Eytan Fox, già autore tra gli altri di Yossi & Jagger, storia d’amore tra due soldati dell’esercito israeliano, e del sequel Yossi, sulla crisi di mezza età di uno dei due, inserisce l’elemento apparentemente agli antipodi di Tomer. Aspirante regista di improbabili film horror-erotici, il giovane cede la sua casa per bisogno di soldi, ma finisce poi con l’accettare la proposta del suo affittuario di dormire sul suo stesso divano. In cambio, gli farà da guida alla scoperta della vera Tel Aviv, anche perché ha bocciato senza mezzi termini il piano di visita dell’ospite, definito più adatto a «una principessa ebrea in un tour per diritto di nascita».
Tra una spremuta on the road e un pranzo a base di hummus e insalata israeliana, i due iniziano a conoscersi, confrontando più che scontrando le diverse vedute sul mondo e sulla vita. Idealista e disilluso al tempo stesso, Michael manca da Tel Aviv dall’unico viaggio fatto in Israele da ragazzino e resta colpito dall’effervescenza della città e dei suoi abitanti, dallo stesso Tomer, vorace di vita e di incontri, alla sua migliore amica, ballerina reduce da una storia complicata con un ragazzo arabo e desiderosa di andare in Germania, a Berlino, che per lei, semplicemente, è «la città più cool del momento». Colpito dal punto di vista di Tomer sulla vita in Israele («Siamo in Medio Oriente, ma volevamo essere trattati come se fossimo in Occidente»), si confronta con lui anche sulle questioni di cuore, aprendosi a poco a poco e rivelando le proprie ferite. Tra queste, la morte per Aids del suo primo fidanzato, al quale Michael aveva dedicato il proprio bestseller ambientato nella New York di fine anni Ottanta. Ma anche il giovane è più complesso di quanto appaia. E se da una parte sostiene risoluto di non volere fidanzamenti né legami stabili perché la vita va assaporata per tutto quello che può offrire ed è sconvolto della monogamia (perlopiù casta) del maturo amico, dall’altra si lascia andare all’esaltazione romantica del bacio davanti allo sguardo sornione di Michael. Favoriti dall’energia che pervade la città, fotografata in una luce chiarissima che la avvolge e quasi trasfigura, i due uomini scoprono di poter comunicare nonostante le evidenti distanze culturali e caratteriali, oltre che geografiche e anagrafiche. Quello che colpisce è che la disponibilità del giovane israeliano si allarga a tutto campo, quindi non solo verso gli amanti reclutati online, ma anche all’ascolto di quest’uomo che lui riconosce come più grande, ma non per questo fuori portata. Tenerissima la scena in cui i due fanno visita alla straordinaria madre di Tomer presso il kibbutz dove il ragazzo è nato e cresciuto. Calda e generosa come il figlio, e incapace come lui di moderare parole ed entusiasmi, la donna darà modo a Michael di confidare la propria ferita più recente, facendo un passo in più verso l’intimità con Tomer. La conclusione del viaggio, così come quella del film, metterà dunque i sentimenti, e se vogliamo anche la morale, al primo posto, pur senza cedere a sentimentalismi o a moralismi. Lasciando un retrogusto agrodolce che è insieme nostalgia per i due personaggi come per la città che ne ha segnato e accompagnato le vicende. Gustatevi questo film e buona visione!
La pellicola viene rilasciata in un formato .MP4 con i sotto titoli sovra impressi (i cosiddetti hardcoded), ed è visualizzabile direttamente in streaming o su qualunque tipo di lettore.
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La locandina del film Sublet
Il Cast e la scheda tecnica di Sublet
John Benjamin Hickey è Michael Niv Nissim è Tomer Miki Kam è Malka, la mamma di Tomer Peter Spears è David, il compagno di Michael Lihi Kornowski è Daria, l’amica di Tomer Regia di Eytan Fox Sceneggiatura di Eytan Fox, Itay Segal Data di uscita: 10 giugno 2021, Israele Lingua: inglese / ebraico Durata: 1 ora e 29 minuti
Oggi Vi facciamo una bella sorpresa e riteniamo anche un bel regalo. Non possiamo astenerci dal proporre quello che secondo molti è il film “queer” dell’anno: All of us strangers, in italiano Estranei, il lavoro di Andrew Haigh. A mio personale parere, il film più bello del 2023/2024, visto nella stagione del CineForum Esse Vu. Ed uno dei più bei film di sempre. E’ già stato definito un film “cult”. Semplicemente strepitosi i due protagonisti, Adam, interpretato da uno straordinario Andrew Scott
e da Harry, interpretato da un altrettanto bravissimo Paul Mescal.
Assolutamente straordinarie anche le interpretazioni da parte di Claire Foy, nei panni della mamma di Adam
e di Jamie Bell nei panni del babbo di Adam.
Adattamento dell’omonimo romanzo giapponese di Taichi Yamada, Estranei narra la storia di Adam (Andrew Scott), uno scrittore gay sulla quarantina che vive da solo in un grattacielo quasi vuoto di Londra. Perseguitato dal passato, Adam deve affrontare il trauma mai superato della morte dei genitori (interpretati da Jamie Bell e Claire Foy) avvenuta quando lui aveva soli dodici anni, mentre inizia una relazione romantica con Harry (Paul Mescal).Raccontata così, la trama di Estranei sembra un classico racconto sulla vita e l’accettazione del lutto, ma in realtà ci troviamo di fronte a un film tutt’altro che lineare, accompagnato da un senso di morte che aleggia per tutta la durata della pellicola e che ci porta pian piano a scoprire che non tutto è come sembra e che la storia di Adam è molto più complessa di quanto possa apparire in un primo momento. Che cosa significa il finale di Estranei? Quando Harry si rende conto di essere morto, capisce anche che fino a quel momento nessuno aveva trovato il suo corpo, neanche i suoi genitori. A questo proposito, il regista Andrew Haigh ha dichiarato: “Penso che quello che succede a Harry, il fatto che fosse morto e che nessuno avesse trovato il suo corpo, dice molto della tragedia insita in quel tipo di solitudine. È a dir poco straziante, ma parla anche molto del significato del film, ossia che l’amore consiste nel prendersi cura di qualcun altro e, soprattutto, capire quando l’altro ha davvero bisogno di te”. Alla fine, Harry è stato trovato … e da qualcuno che lo conosce davvero e lo ama più di chiunque altro potrebbe fare,inclusi i suoi genitori. Adam e Harry sono ora una famiglia: nei minuti finale del film, la loro connessione non è soltanto fisica, ma diventa tangibile anche allo spettatore. Mentre scende l’oscurità e la macchina da presa si allontana, la luce che cresce tra i due ragazzi diventa lentamente una tra le tante in un cielo notturno pieno di stelle, una sorta di forza cosmica che si unisce a quella di tante altre anime in cerca di conforto. Adam e Harry hanno finalmente trovato la pace nelle braccia l’uno dell’altro. Non c’è più paura. Harry è ora in grado di andare avanti, di “passare oltre” grazie all’amore di Adam, proprio come Adam è stato in grado di superare emotivamente il suo trauma grazie all’aiuto di Harry. L’amore che condividono è talmente forte da colmare qualsiasi distanza possa esistere tra la vita e la morte: rafforza e protegge entrambi dalla paura del vuoto. Il film sembra suggerire che senza un legame così forte come quello tra due persone che si amano, siamo soltanto esseri lasciati alla deriva nell’oscurità, “estranei” persi nel dolore e nella solitudine. E questo vale tanto se la relazione tra Adam e Harry fosse stata o solo fisica o solo spirituale, quanto se fosse stata o reale o immaginata. Harry era morto fin dall’inizio? No, non esattamente. È probabile che Harry sia morto dopo che lo abbiamo incontrato per la prima volta, sulla porta di Adam. Sconvolto da quel rifiuto, Harry è tornato nel suo appartamento e ha perso la vita quella sera stessa. “Quella notte ero così spaventato. Avevo solo bisogno di non sentirmi solo”, ricorda il fantasma di Harry alla fine del film, il che sembra confermare che la sua morte è legata intrinsecamente a quell’incontro iniziale. Inoltre, non è una coincidenza che quando si rende conto di essere un fantasma, il suo spirito indossi lo stesso maglione rosa che gli abbiamo visto sfoggiare all’inizio, fuori dall’appartamento di Adam. Ancora, la bottiglia vuota di whiskey accanto al suo cadavere è la stessa che Harry aveva offerto ad Adam quella fatidica notte. Se consideriamo il livello di decomposizione del corpo, è evidente che fosse passato un po’ di tempo dalla morte di Harry al ritrovamento del suo cadavere. Tornando ancora più indietro, ci sono altri indizi a supporto di questa teoria che diventano palesi solo ad una seconda visione. Perché non abbiamo mai visto l’appartamento di Harry fino alla fine del film? Perché Harry poteva vedere i genitori di Adam attraverso la finestra e, cosa ancora più importante, come potevano vederlo anche loro? Tutti questi elementi acquistano senso solo una volta che si conosce l’esito della storia e che, naturalmente, il regista Andrew Haigh ha dovuto sempre tener presente, sapendo che Harry era morto fin dall’inizio. “Il pubblico potrebbe avere opinioni diverse su questo aspetto della storia”, ha dichiarato Haigh. “Ma per me, in quel momento, in quel primo incontro con Adam, Harry è ancora vivo. Per me, quella è la notte in cui muore”. E per quanto riguarda Adam, invece? Se ogni personaggio che incontriamo nel film è morto, è possibile che anche Adam lo sia? Il misterioso edificio condominiale – vuoto – in cui risiede (situazione apparentemente unica per una città come Londra), potrebbe tranquillamente essere la rappresentazione fisica del purgatorio, il che renderebbe la scena finale – quando lui e Harry salgono verso l’aldilà dopo aver trovato l’amore reciproco – ancora più toccante. Naturalmente, ciò pone la domanda su come Adam possa essere morto. Da quello che ci viene raccontato nel film, la sensazione di vergogna ha sempre trattenuto Adam nella sua vita: di conseguenza, la sua omofobia interiorizzata potrebbe averlo spinto a suicidarsi, collegando così la sua morte alle sofferenze patite da Harry nel finale. Naturalmente, si tratta di una mera speculazione … Un evento che accade nel film e che potrebbe essere preso a sostegno di questa teoria – ossia che anche Adam sia effettivamente morto – è quando all’inizio scatta un allarme antincendio: ciò potrebbe suggerire che un incendio ha effettivamente ucciso Adam quel giorno, intrappolando il suo spirito in una sorta di limbo insieme a quello di Harry. Ciò spiegherebbe anche perché l’edificio è praticamente vuoto per l’intero film, senza contare la strana atmosfera eterea dal quale sembra essere circondato. Sulla presunta morte di Adam è stata piuttosto vago lo stesso Andrew Haigh. A tal proposito, infatti, il regista ha dichiarato: “So che molte persone pensano che Adam non sia vivo e posso capire perché lo pensano. In realtà, mi piace quest’idea. Ci sono delle volte in cui anche io penso che non sia vivo”. I fantasmi dei genitori di Adam sono reali? La trama di Estranei è composta da due storie di fantasmi che si intersecano in una. Naturalmente, è possibile che queste presenze soprannaturali siano soltanto frutto dell’immaginazione di Adam. Fin dall’inizio, ci viene raccontato che Adam sta scrivendo una sceneggiatura basata sulla storia dei suoi genitori, cercando cosi di collegare il passato al presente. La domanda sorge dunque spontanea: e se tutto ciò che viviamo è solo immaginato in quanto parte di questo progetto? In effetti, i genitori di Adam non vengono menzionati fino a quando il ragazzo non apre un nuovo documento e scrive le parole “EST. CASA DI PERIFERIA 1987”, che porteranno poi a quella prima visita alla sua casa d’infanzia. Anche la versione spettrale di Harry che incontriamo dopo la scena dell’ascensore ci viene presentata attraverso un’immagine di Adam riflessa nel suo laptop, anche se questa volta ciò che sta scrivendo non ci viene mostrato. Tuttavia, ciò non spiega del tutto perché Adam sembra incapace di capire che Harry è un fantasma, mentre ha istintivamente capito che lo erano i suoi genitori. Che questi spiriti siano fantasmi o figure immaginarie, la verità che collega entrambe le interpretazioni è che Adam ha voluto che entrambi esistessero attraverso il suo senso di solitudine e il suo disperato desiderio di un legame forte. Inoltre, il personaggio di Adam non può di certo considerarsi un narratore affidabile: in tal senso, la sequenza della ketamina ne è una testimonianza lampante; neanche il suo punto di vista è ancorato ad una realtà oggettiva e fattuale. “Il film parte dalla premessa che la brama di Adam ha portato qualunque cosa a sembrare reale, a spostarsi sul piano dell’esistenza”, ha spiegato il regista Andrew Haigh. “Potrebbe essere tutto nella sua testa o potrebbe trattarsi davvero di fantasmi. Lascio che sia il pubblico a decidere quanto quello che Adam vede sia soltanto una manifestazione del suo desiderio di sentirsi meno solo oppure no. A me piace pensare che da un forte desiderio di connessione e di comprensione, tutto può essere spostato sul piano dell’esistenza”. Alla fine, è chiaro quanto Estranei si apra a chiavi di lettura differenti. In questo senso, la scena in cui Adam chiede a sua madre se il suo ritorno sia davvero reale ci dice molte più cose sull’essenza della scrittura di Haigh rispetto persino a quanto non faccia il finale del film. La risposta della madre: “Ti sembra reale?” è, di per sé, tutto ciò che conta veramente: qualunque sia l’interpretazione che si voglia dare al film in riferimento ai concetti di spazio e tempo, alla fine ciò che conta sono le emozioni che lo stesso è in grado di suscitare in noi … emozioni che siamo certi risuoneranno durante e dopo la visione, probabilmente ad ogni nuova visione, forse per sempre. La scelta della canzone “The Power of Love”. Dal punto di vista narrativo, aveva senso che Harry chiedesse di ascoltare “The Power of Love” alla fine del film. È proprio quella canzone, infatti, che risuonava dalla tv quando Harry ha bussato per la prima volta alla porta di Adam. Harry ne ha persino citato il testo prima che Adam lo respingesse, quando ha detto: “Ci sono i vampiri fuori dalla mia porta”. Quei “vampiri” sono, ovviamente, i demoni che affliggono Harry, quelli che lo hanno spinto all’alcol e alle droghe e che lo hanno portato alla morte. Non è un caso che i Frankie Goes to Hollywood, uno degli unici gruppi apertamente gay degli anni ’80, siano stati scelti per fare da colonna sonora ad alcuni momenti chiave. Durante tutto il film, Adam ha cercato di liberarsi dalle sofferenze subite durante quel decennio in particolare, imparando finalmente ad accettare il potere letterale dell’amore senza paura del dolore o della morte (per via dell’AIDS). “The Power of Love” una canzone che ha significato molto per il regista Andrew Haigh, il quale ha dichiarato: “I Frankie Goes to Hollywood, gli Housemartins, gli Erasure, sono state tutte band molto importanti per me durante la mia adolescenza. Le canzoni della colonna sonora sono quasi tutte abbastanza malinconiche. Come se volessero suggerire qualcosa che sta bollendo al di sotto … qualcosa di inquietante e sconvolgente”. Nel finale, “The Power of Love” assume un nuovo significato tanto per Adam quando per Harry: aiuta i ragazzi a perdonarsi per non essersi amati e, soprattutto, per non essersi sentiti mai degni dell’amore quando erano più giovani.Buona visione!
La pellicola viene rilasciata in un formato .mkv doppiato in italiano. Si consiglia la visualizzazione tramite il lettore universale VLC.
Per qualsiasi domanda, suggerimento, o se voleste partecipare al progetto di questo Blog, di cui sareste i benvenuti, potete scrivere a: caprenne23@outlook.com
La locandina del film All of Us Strangers
Il Cast e la scheda di All of Us Strangers
Andrew Scott è Adam Paul Mescal è Harry Carter John Grout è Adam da giovane Jamie Bell è il babbo Claire Foy è la mamma Regia di : Andrew Haigh Sceneggiatura di : Andrew Haigh e Taichi Yamada Data di uscita : 29 febbraio 2024 Italia Paese di origine : U.K. Lingua : inglese Durata : 1h e 45 minuti