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Direzione e sceneggiatura di Erlingur Thoroddsen.
Rökkur è il nome del luogo e della casa dove i protagonisti si trovano e dove si svolge la vicenda del film. In islandese rökkur significa “crepuscolo” (come dire twilight), ben lontano dal titolo inglese “Rift” (fenditura, crepaccio) con il quale circola comunemente. Rift comunque fa riferimento al campo di lava vulcanica prossimo alla casa, pieno di insidiose fenditure, ma anche alla frattura avvenuta nella relazione fra i due protagonisti, Gunnar ed Einar: mentre Gunnar dopo la rottura sembra aver recuperato con facilità iniziando una nuova storia d’amore, Einar invece si sente perso e alcuni mesi dopo decide di trasferirsi in un cottage isolato di proprietà dei genitori, per cercare di superare il dolore.
I due protagonisti, autentici attori di teatro, reggono il film quasi da soli e in modo molto convincente, interpretando una coppia tormentata dagli spettri del passato e del presente, persi in un mistero avvolto da ombre maligne, rivelazioni dolorose e dubbi senza risposta. A questo contribuisce fortemente il paesaggio islandese, spettrale e ricco di scenari quasi alieni. Una visione ipnotica e misterica che sembra trasportare in un’altra dimensione, ancestrale e selvaggia, dove niente è quello che sembra e tutto può essere il contrario di tutto.
La storia non risolve mai l’ambiguità di fondo: potrebbe essere un’allegoria psicologica tutta interiore, basata su demoni del passato che i protagonisti non hanno ancora elaborato e che ancora li perseguitano, ma potrebbe anche essere un terribile fatto di cronaca nera, di omofobia. In ogni caso è un coinvolgente thriller psicologico con venature orrorifiche, dall’atmosfera ambigua e sfuggente.













