Archivi categoria: Gay

Priest (Inghilterra, 1994)

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Priest è un film del 1994 della regista Antonia Bird. Penso che molti via via lo abbiano visto, ma da un po’ di tempo si rintraccia sul web solo la versione che venne a suo tempo tagliata di ben 7 minuti per farla uscire sul mercato USA, e questa è rimasta. Per fortuna la versione originale è stata ripubblicata dal fantastico sito Cinema of the world  (che consiglio tutti di visitare), e credo di fare un buon servizio mettendola a disposizione con una traduzione rivista (da OpenSubtitles.com) e completata dai dialoghi tagliati e dalle canzoni.
Ho trovato questo film incredibilmente commovente, specialmente negli ultimi 10 minuti. Descrive la lotta di un uomo allo stesso tempo cattolico, gay e prete, che attraversa una immane sofferenza e sopravvivendo alle difficoltà torna aiutare gli altri.
Le enormi polemiche alla sua uscita non hanno permesso di far emergere le grandi qualità artistiche del film, che è rimasto un misconosciuto capolavoro del cinema. La Chiesa Cattolica soprattutto ha portato una guerra spietata contro la sua diffusione, in Irlanda, USA e altrove. In USA la “Catholic League for Religious and Civil Rights” è stata così indignata dall’argomento del film e dalla sua uscita nel fine settimana di Pasqua che ha invitato tutti i membri a boicottare qualsiasi cosa legata alla Disney.
Fra i protagonisti da notare la presenza di Robert Carlyle, già allora attore preferito dal regista Ken Loach, che lo userà in seguito in molti suoi film.

(Nota: un affezionato utente del blog ha scritto queste considerazioni, che sono felice di condividere con voi.)
Un quarto di secolo è passato dall’uscita del film, ma lo scontro tra le due modalità di essere chiesa (più sociale o più clericale) non è scomparso, anche se oggi – al di là di estremi comunque presenti – le posizioni sembrano più sfumate. Particolarmente interessante è la presentazione della tematica del Secolarismo (visione della vita che prescinde da ogni riferimento al Divino) e del suo risvolto di agnosticismo (disinteresse globale e a-problematico a un riferimento/discorso religioso).
Circa la discussione teologica sull’omosessualità nella Chiesa cattolica purtroppo, da allora, temi e approcci non sembrano particolarmente evoluti. Da un punto di vista pastorale oggi le cose sono cambiate E una serie di realtà indicano il cambiamento: gruppi di omosessuali credenti, gruppi credenti per genitori, famigliari e amici di persone omosessuali, l’atteggiamento di buona parte dei preti è più conciliante, secondo la frase di Papa Francesco “Chi sono io per giudicare…”.
Ma il blocco persiste tuttora a livello teologico, vale ancora il documento con firma Ratzinger nel 1986, sotto Giovanni Paolo II. In quel documento, ancora in vigore, c’è la definizione dell’omosessualità come ontologicamente disordinata già a livello di tendenza. Di conseguenza a livello morale, di comportamento non si dà alcuna possibilità che gli atti omosessuali abbiano un valore, nemmeno in una coppia monogama e fedele. Una corrente teologica minoritaria ha iniziato da tempo percorsi per un superamento di tale documento, proponendo una nuova visione dell’omosessualità, ma siamo ancora lontani da una sua accoglienza a livello teologico.

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Something like summer (USA, 2017)

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Proseguo con la linea consolatoria dei film gay sentimentali ai tempi del virus.
Something Like Summer è un film musicale drammatico del 2017 basato sul romanzo del 2011 Something Like Summer scritto da Jay Bell, e primo romanzo della serie Something Like… (Summer, Autumn, Winter, Spring). Già nel 2015 è uscita l’edizione italiana, reperibile su Amazon o su Hawk legend .
Dato il tipo di vicende ed i colpi di scena di cui il film è generoso non non esiterei ad attribuirlo al genere del melodramma, tipica specialità italiana, essendo per di più ricco di numerosi intermezzi musicali. Se l’intero film sembra insinuarsi più volte nel territorio della soap opera, il colpo di scena finale rimuove infine tutti i dubbi.
Con qualche azzardo, questo piacevole film musicale è stato definito la versione gay di “La La Land”. In effetti troviamo nel film momenti sinceri e coinvolgenti, accompagnati da brani musicali originali e assai efficaci che accompagnano una storia d’amore giovanile vissuta tra una vasta gamma di emozioni: la scoperta della propria identità, il primo grande amore, subito perso ma poi ritrovato non senza passare attraverso una serie di difficili e tragici momenti che sono poi le sfide della vita, il viaggio verso la maturità. La lotta di Ben per la sua felicità sembra apparentemente non avere mai fine, come le sfide della vita.

Il film è il secondo diretto dal regista David Barry, già autore dell’apprezzato “Judas kiss”. Fra gli attori è da segnalare la cantante Ajiona Alexus, che ricopre il ruolo di Allison, l’amica di Ben, e che interpreta nel film varie sue canzoni.

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The thing about Harry (USA, 2020)

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La Grande Epidemia ci ha sorpresi un po’ tutti intenti alle nostre solite faccende, costringendoci bene o male a ripensare a quello che stavamo facendo. Nel nostro modesto caso, a parte il chiedersi cosa sta facendo tutta quella gente nei film così ammucchiata, ho interrotto i progetti a carattere drammatico-impegnato per ripiegare velocemente su una commedia americana leggera e spensierata, più adatta ad aiutarci ad evadere le angosce quotidiane.
The thing about Harry è un film TV prodotto dal network americano Freeform di proprietà della Disney. La rete, nell’esplorare in maniera avanzata tutte le sfumature della nostra contemporaneità, sta affrontando con successo la tematica dell’omosessualità, sia maschile che femminile.
Il film è una romantica commedia d’amore la cui programmazione sul canale TV è stata prevista durante la settimana di San Valentino, protagonista il celebre Jake Borelli, il dottor Levi nella serie tv Grey’s Anatomy, e attore dichiaratamente gay.

Il regista Peter Paige ha affermato che uno dei suoi obiettivi nel realizzare il film era quello di mettere in evidenza il fatto che i giovani LGBT vivono oggi le loro identità sessuali in modi differenziati rispetto alle generazioni passate. Harry per esempio è pansessuale, piuttosto che gay o bisessuale, perché “l’ipotesi che due giovani uomini gay sotto i 25 anni si identifichino entrambi come tali sembra stare stretta a questa generazione.”

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Luciérnagas (Messico, 2018)

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Luciérnagas (Lucciole) potrebbe sembrare una storia d’amore tra uomini sullo sfondo dell’immigrazione, ma l’omosessualità non è il principale argomento della storia. Esilio, sradicamento, adattamento a una nuova vita, ricerca di identità, omofobia, solitudine, speranza di qualcos’altro… tanti temi affrontati con grande delicatezza e sensibilità da parte di Bani Khoshnoudi, giovane regista originario dell’Iran, paese che ha lasciato dall’età di 2 anni.
Tra i problemi che portano ad abbandonare la terra di origine è spesso presente l’omofobia di regimi oscurantisti quale quello dei fanatici preti fondamentalisti iraniani, che va ad aggravare una situazione già di per sé tragica.
Luciérnagas è il ritratto di Ramin, uno di questi esiliati che si ritrova in Messico suo malgrado, dopo essere stato imprigionato e maltrattato in Iran. Difficilmente potremo sapere più su di lui, tranne il fatto che ha lasciato l’amato nel suo paese e che vive, come meglio può, di strani lavori.

Il ritmo è abbastanza lento, con pochi dialoghi, dove tutto è detto tra gesti e sguardi, ma non risulta mai noioso. Luciérnagas è un film magnifico, pieno di finezza e della saudade di chi desidera solo tornare.

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Morrer como um homem (Portogallo, 2009)

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João Pedro Rodrigues è uno dei più importanti registi portoghesi in attività, e omosessuale, ha affrontato il tema dell’omosessualità in molti dei film che ha finora ha firmato:

Parabéns! (short movie, 1997) un compleanno particolare
O fantasma (2000) la storia di uno spazzino
Odete (2005) l’amore oltre la morte
O Ornitólogo (2016) le tentazioni di S. Antonio da Lisbona (ovv. da Padova)

In “Morrer como um homem“, film proiettato nella sezione Un Certain Regard del festival di Cannes del 2009, il regista racconta la storia di un transessuale di nome Tonia.
Un dramma ispirato alla vera storia di Ruth Bryden (o Joaquim Centúrio de Almeida), un famoso transessuale delle notti di Lisbona, e del suo compagno Paulo Oliveira, che vissero come moglie e marito per nove anni e furono sepolti insieme (come due uomini) nel 1999.

Il linguaggio di João Pedro Rodrigues è impegnato e intriso di riferimenti religiosi e culturali, tipico di un cinema che esige la libertà di fare arte senza compromessi. Il film inizialmente è visione un po’ difficile a causa di un ritmo piuttosto lento, inframmezzato da lunghe pause musicali, ma cambia negli ultimi 45 minuti quando diventa più onirico e vengono aggiunti personaggi che contribuiscono ad aumentare l’interesse.

Personalmente comunque l’ho trovato molto intenso e commuovente, a patto di farsi prendere dalla ritmo delle scene e delle musiche. Si tratta di un film piuttosto divisivo, che alcuni troveranno noioso e altri affascinante: l’audacia dei momenti sperimentali aiuterà senz’altro a mettere in secondo piano alcuni punti deboli.

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Parabéns! (Buon compleanno) (Portogallo, 1997)

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Uno short movie del regista João Pedro Rodrigues, che come altri gli è servito a raffinare il suo linguaggio cinematografico, in vista dei successivi grandi film a tematica omosessuale:

O fantasma (2000) la storia di uno spazzino
Odete (2005) l’amore oltre la morte
Morrer como um homem (2009) vita e morte di una trans
O Ornitólogo (2016) le tentazioni di S. Antonio da Lisbona (ovv. da Padova)

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My beautiful laundrette (Inghilterra, (1985)

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My Beautiful Laundrette, film del 1985 con la sceneggiatura del famoso scrittore Hanif Kureishi e la regia di Stephen Frears, ritrae un giovane asiatico di origine pakistana che gestisce una lavanderia (ing.: laundrette) con un ex compagno di scuola inglese, e la relazione romantica tra i due. Uno dei primi film di successo internazionale che rappresenta senza pregiudizi una relazione omosessuale, per di più fra appertenenti a culture ed etnie diverse.
A suo tempo (chi ne ha l’età) penso che tutti lo abbiamo visto in una eccellente versione doppiata in italiano, sia pure ogni tanto a scapito del senso letterale dei dialoghi.
Volendo riproporre il film a chi non lo può aver visto, ho pensato di seguire la mia propensione agli audio originali con sottotitoli, avendo per di più verificato che una sottotitolazione in italiano sembra non essere reperibile dalle fonti web.

Il film a suo tempo ha segnato un radicale allontanamento dalle precedenti rappresentazioni di asiatici immigrati nella cultura britannica. Fra gli anni ’70 e ’80, quando Hanif Kureishi ha iniziato la sua attività letteraria, gli asiatici britannici erano raramente presenti nei teatri, sullo schermo o sulle pagine della narrativa letteraria. Erano culturalmente invisibili e ampiamente considerati come una minoranza passiva e mansueta.

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Tale of the lost boys (Taiwan – Philippines, 2017)

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Tale of the lost boys (Storie di ragazzi perduti), film di coproduzione filippino-taiwanese del regista filippino Joselito Altarejos, affronta questioni di identità e appartenenza, incarnate dalle storie di un meccanico filippino e di uno studente aborigeno di Taiwan. La multiculturalità del film è confermata dall’uso di tre-quattro linguaggi differenti: il cinese mandarino, l’inglese, il linguaggio della tribù Atayal e il tagalog, lingua originale delle filippine, che nell’uso corrente prevede l’inserimento in apparenza casuale di termini inglesi e spagnoli!

L’isola di Taiwan, chiamata Formosa dai portoghesi per la sua bellezza, è stata abitata per migliaia di anni da popolazioni tribali imparentate geneticamente e linguisticamente con i gruppi etnici polinesiani, delle Filippine, Indonesia e Malesia. Oggi i popoli ex aborigeni taiwanesi rappresentano appena il 2-3 % della popolazione di Taiwan, cercando di conservare quanto possono delle loro culture e lingue di fronte alla preponderanza della popolazione cinese han, giunta sull’isola a ondate successive fino alla definitiva occupazione nel 1945 da parte del Kuomintang e del generale Chiang Kai-shek.

Aborigeni Atayal (inizio ‘900)

Gli Atayal, di cui fa parte uno dei protagonisti del film, sono una delle principali tribù aborigene di Taiwan. Si ritiene che il popolo Atayal sia anticamente emigrato a Taiwan da varie zone dell’Asia, ma studi genetici hanno anche trovato somiglianze tra Atayal e abitanti delle Filippine.
Proprio l’appartenenza a due etnie così vicine come la Filippina e l’Atayal costituisce il motore narrativo del film, la profonda amicizia che si sviluppa fra un filippino in visita a Taiwan e un barista gay proveniente dalla tribù Atayal.
Alex (il filippino) non riesce a recuperare un senso di identità dopo l’abbandono da parte dei genitori, mentre Jerry (atayal Ta Su) si sforza di venire a patti con le responsabilità tribali e la sua identità sessuale di fronte ai genitori. Divisi tra famiglia e identità, i due giovani trovano conforto l’uno nell’altro.

Una sentenza della Corte Suprema di Taiwan del maggio 2019 autorizza i matrimoni gay per la prima volta in Asia. Nonostante le persistenti difficoltà per le persone gay, il clima culturale e sociale di Taiwan ha permesso per la prima volta di affrontare tali problematiche anche dal punto di vista della comunità aborigena di Taiwan.

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Tropical malady (Thailandia, 2004)

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Tropical Malady (titolo originale: S̄ạtw̒ prah̄lād – Mostro) è un film del 2004 scritto e diretto dal regista thailandese Apichatpong Weerasethakul, beniamino dei festival internazionali quanto misconosciuto e avversato in patria per le sue posizioni politiche avverse ai vari regimi di natura militare-autoritaria succedutisi in Thailandia in questi anni.
Il film ha vinto il Premio della giuria al Festival di Cannes del 2004, ed è stato il primo film thailandese a partecipare alla competizione principale a Cannes. È anche il primo film thailandese a vincere un premio in uno dei 3 principiali festival del cinema. Successivamente Apichatpong Weerasethakul nel 2010 ha vinto la Palma d’oro a Cannes per il suo film “Lo zio Boonmee che si ricorda delle sue vite precedenti“.
In tutti i suoi film il regista cerca di rappresentare il bivio di fronte al quale si trova oggi la società thailandese, incapace di perdere il vincolo con la superstizione, ma pronta a lasciarsi abbagliare dal capitalismo e dalla sua miriade di oggetti in apparenza indispensabili. In Tropical Malady si incarna la quintessenza dello spirito thai – o per meglio dire ciò che appare come l’anima di tali radici culturali. Così la struttura del film si articola in due parti che non sono semplicemente due episodi, ma la rappresentazione della doppiezza dell’animo umano e nello stesso tempo l’ambiguità della società thailandese.


La prima metà di Tropical Malady, con una dolce storia d’amore gay tra un soldato e un contadino, si sviluppa tra il caos cittadino e la pace atavica della foresta, in un contrasto portato alle estreme conseguenze, mentre la seconda metà del film è tutta pervasa dalla lotta tra uomo e bestia, tra ragione e mostruosità.
Nella parte finale dell’opera, attraverso la rilettura di un mito locale – quello di uno sciamano capace di incarnarsi in una tigre e assetato di sangue umano – avviene l’accettazione dell’io da parte del protagonista: la lotta tra uomo e bestia è in realtà la lotta dell’uomo con la sua stessa parte animale per giungere ad accettarsi ed a purificarsi, rapportandosi con il carico delle memorie e delle perdite subite.

Nota: una collaboratrice e allieva del regista, Anucha Boonyawatana, ha firmato la regia di due film che ho già segnalato su questo blog: The blue hour e Malila, the farewell flower.

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Theory of Love episodi 12 (Thailandia, 2019)

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EPISODI

01 Best Friends (Migliori amici)
02 Love Actually (L’amore, davvero)
03 Friends with Benefits (Amici con benefici)
04 Crazy, Stupid, Love (Pazzo, stupido, amore)
05 10 things I Hate About You (10 cose che odio di te)
06 Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello)
07 Flipped (Fuori di testa)
08 The Proposal (La proposta)
09 Love Triangle (Triangolo d’amore)
10 Begin again (Un nuovo inizio)
11 He’s Just Not That Into You (Lui non ti ama poi tanto)
12 My Dear (Mio amato)

Le pene di un amore non corrisposto e gli incerti confini tra amicizia e amore nell’età dell’adolescenza.
Theory of Love è una serie thailandese prodotta dalla GMMTV, una società di produzione televisiva che produce programmi TV, serie TV, canzoni e video musicali.
La serie è iniziata nel giugno 2019 e si è sviluppata su 12 episodi con cadenza settimanale. È tratta dal racconto originale thailandese scritto da JittiRain, scrittrice specializzata nei racconti Boys Love (BL).

Pur rientrando sempre nel genere, la serie è probabilmente una delle più riuscite dell’anno. Attori, registi e sceneggiatori stanno visibilmente migliorando rispetto ai prodotti thai di qualche anno fa, ed i protagonisti hanno acquistato una loro fama soprattutto presso le fans asiatiche, e anche nel resto del mondo. Come ultima notizia, a conferma della qualità, sembra che Netflix stia trattando per inserire Theory of love nella sua programmazione.

Fanmeeting a Taiwan fra i due attori protagonisti e le loro fans.

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