Archivi categoria: Europa

Fiertés – episodio 1 (Francia, 2018)

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Dopo il Victor della Disney ecco ora un altro Victor, protagonista di una miniserie in 3 episodi da 50 minuti dalla TV ARTE, trasmesso la prima volta in televisione il 3 maggio 2018.
In Fiertés (Orgoglio) il creatore e regista Philippe Faucon ha cercato di narrare la storia dell’omosessualità maschile in Francia, seguendo il filo della vita di un personaggio in tre date fondamentali: nel 1981-1982 durante la depenalizzazione dell’omosessualità, nel 1999 con l’adozione dei Pacs, e nel 2013 con l’apertura del matrimonio alle coppie omosessuali.
Dalla tardiva depenalizzazione dell’omosessualità nel 1982, in seguito all’elezione di François Mitterrand, fino all’adozione nel 2013 della legge Taubira sul matrimonio per tutti, Philippe Faucon ripercorre attraverso il destino di Victor la lotta in Francia delle minoranze sessuali per il riconoscimento dei loro diritti. Una storia raccontata in modo piano, con una analisi quasi calma, che non cancella però la violenza simbolica e concreta subita dagli omosessuali nel corso dei decenni.

Come ha dichiarato il regista Philippe Faucon non si tratta però solo di un film militante: “Fiertés racconta trent’anni di lotta per i diritti dei gay, ma non è un film militante. È anche, e soprattutto, una grande storia d’amore, insieme agli interrogativi sui rapporti di parentela”.
Ma il titolo Fiertés (Orgoglio) fa ovviamente riferimento alla conquista di sentirsi liberi di essere quello che siamo, e di vivere di conseguenza, senza la paura di essere giudicati.

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Priest (Inghilterra, 1994)

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Priest è un film del 1994 della regista Antonia Bird. Penso che molti via via lo abbiano visto, ma da un po’ di tempo si rintraccia sul web solo la versione che venne a suo tempo tagliata di ben 7 minuti per farla uscire sul mercato USA, e questa è rimasta. Per fortuna la versione originale è stata ripubblicata dal fantastico sito Cinema of the world  (che consiglio tutti di visitare), e credo di fare un buon servizio mettendola a disposizione con una traduzione rivista (da OpenSubtitles.com) e completata dai dialoghi tagliati e dalle canzoni.
Ho trovato questo film incredibilmente commovente, specialmente negli ultimi 10 minuti. Descrive la lotta di un uomo allo stesso tempo cattolico, gay e prete, che attraversa una immane sofferenza e sopravvivendo alle difficoltà torna aiutare gli altri.
Le enormi polemiche alla sua uscita non hanno permesso di far emergere le grandi qualità artistiche del film, che è rimasto un misconosciuto capolavoro del cinema. La Chiesa Cattolica soprattutto ha portato una guerra spietata contro la sua diffusione, in Irlanda, USA e altrove. In USA la “Catholic League for Religious and Civil Rights” è stata così indignata dall’argomento del film e dalla sua uscita nel fine settimana di Pasqua che ha invitato tutti i membri a boicottare qualsiasi cosa legata alla Disney.
Fra i protagonisti da notare la presenza di Robert Carlyle, già allora attore preferito dal regista Ken Loach, che lo userà in seguito in molti suoi film.

(Nota: un affezionato utente del blog ha scritto queste considerazioni, che sono felice di condividere con voi.)
Un quarto di secolo è passato dall’uscita del film, ma lo scontro tra le due modalità di essere chiesa (più sociale o più clericale) non è scomparso, anche se oggi – al di là di estremi comunque presenti – le posizioni sembrano più sfumate. Particolarmente interessante è la presentazione della tematica del Secolarismo (visione della vita che prescinde da ogni riferimento al Divino) e del suo risvolto di agnosticismo (disinteresse globale e a-problematico a un riferimento/discorso religioso).
Circa la discussione teologica sull’omosessualità nella Chiesa cattolica purtroppo, da allora, temi e approcci non sembrano particolarmente evoluti. Da un punto di vista pastorale oggi le cose sono cambiate E una serie di realtà indicano il cambiamento: gruppi di omosessuali credenti, gruppi credenti per genitori, famigliari e amici di persone omosessuali, l’atteggiamento di buona parte dei preti è più conciliante, secondo la frase di Papa Francesco “Chi sono io per giudicare…”.
Ma il blocco persiste tuttora a livello teologico, vale ancora il documento con firma Ratzinger nel 1986, sotto Giovanni Paolo II. In quel documento, ancora in vigore, c’è la definizione dell’omosessualità come ontologicamente disordinata già a livello di tendenza. Di conseguenza a livello morale, di comportamento non si dà alcuna possibilità che gli atti omosessuali abbiano un valore, nemmeno in una coppia monogama e fedele. Una corrente teologica minoritaria ha iniziato da tempo percorsi per un superamento di tale documento, proponendo una nuova visione dell’omosessualità, ma siamo ancora lontani da una sua accoglienza a livello teologico.

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Morrer como um homem (Portogallo, 2009)

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João Pedro Rodrigues è uno dei più importanti registi portoghesi in attività, e omosessuale, ha affrontato il tema dell’omosessualità in molti dei film che ha finora ha firmato:

Parabéns! (short movie, 1997) un compleanno particolare
O fantasma (2000) la storia di uno spazzino
Odete (2005) l’amore oltre la morte
O Ornitólogo (2016) le tentazioni di S. Antonio da Lisbona (ovv. da Padova)

In “Morrer como um homem“, film proiettato nella sezione Un Certain Regard del festival di Cannes del 2009, il regista racconta la storia di un transessuale di nome Tonia.
Un dramma ispirato alla vera storia di Ruth Bryden (o Joaquim Centúrio de Almeida), un famoso transessuale delle notti di Lisbona, e del suo compagno Paulo Oliveira, che vissero come moglie e marito per nove anni e furono sepolti insieme (come due uomini) nel 1999.

Il linguaggio di João Pedro Rodrigues è impegnato e intriso di riferimenti religiosi e culturali, tipico di un cinema che esige la libertà di fare arte senza compromessi. Il film inizialmente è visione un po’ difficile a causa di un ritmo piuttosto lento, inframmezzato da lunghe pause musicali, ma cambia negli ultimi 45 minuti quando diventa più onirico e vengono aggiunti personaggi che contribuiscono ad aumentare l’interesse.

Personalmente comunque l’ho trovato molto intenso e commuovente, a patto di farsi prendere dalla ritmo delle scene e delle musiche. Si tratta di un film piuttosto divisivo, che alcuni troveranno noioso e altri affascinante: l’audacia dei momenti sperimentali aiuterà senz’altro a mettere in secondo piano alcuni punti deboli.

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Parabéns! (Buon compleanno) (Portogallo, 1997)

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Uno short movie del regista João Pedro Rodrigues, che come altri gli è servito a raffinare il suo linguaggio cinematografico, in vista dei successivi grandi film a tematica omosessuale:

O fantasma (2000) la storia di uno spazzino
Odete (2005) l’amore oltre la morte
Morrer como um homem (2009) vita e morte di una trans
O Ornitólogo (2016) le tentazioni di S. Antonio da Lisbona (ovv. da Padova)

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My beautiful laundrette (Inghilterra, (1985)

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My Beautiful Laundrette, film del 1985 con la sceneggiatura del famoso scrittore Hanif Kureishi e la regia di Stephen Frears, ritrae un giovane asiatico di origine pakistana che gestisce una lavanderia (ing.: laundrette) con un ex compagno di scuola inglese, e la relazione romantica tra i due. Uno dei primi film di successo internazionale che rappresenta senza pregiudizi una relazione omosessuale, per di più fra appertenenti a culture ed etnie diverse.
A suo tempo (chi ne ha l’età) penso che tutti lo abbiamo visto in una eccellente versione doppiata in italiano, sia pure ogni tanto a scapito del senso letterale dei dialoghi.
Volendo riproporre il film a chi non lo può aver visto, ho pensato di seguire la mia propensione agli audio originali con sottotitoli, avendo per di più verificato che una sottotitolazione in italiano sembra non essere reperibile dalle fonti web.

Il film a suo tempo ha segnato un radicale allontanamento dalle precedenti rappresentazioni di asiatici immigrati nella cultura britannica. Fra gli anni ’70 e ’80, quando Hanif Kureishi ha iniziato la sua attività letteraria, gli asiatici britannici erano raramente presenti nei teatri, sullo schermo o sulle pagine della narrativa letteraria. Erano culturalmente invisibili e ampiamente considerati come una minoranza passiva e mansueta.

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Happy endings sleepover (USA, 2019)

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Una deliziosa commedia noir prodotta negli USA ma interamente girata in Danimarca. Anche se non strettamente di genere, adatto al periodo natalizio, in quanto la “felice conclusione” è contenuta già nel titolo!
È basato sull’omonimo romanzo di Cade Jay Hathaway uscito nel 2015, primo di una serie di 7 romanzi che nelle intenzioni dell’autore dovrebbero uscire nei prossimi anni. Lo stesso autore ha scritto la sceneggiatura per il film.

Il film è anche la prima produzione della compagnia indipendente WOLF PUPPY FILMS , a favore del quale è stata lanciato un crowfunding sul sito Indiegogo.
Il protagonista Johnnie è un giovane agente della CIA alla sua prima missione in Europa, dove si imbatte nelle spie di Putin: Johnny è gay, ma non esita ad usare le armi contro gli omofobi agenti segreti russi: uno dei momenti più esaltanti del film!

Anche se non esplicitato, è molto interessante il contrasto fra le culture, da una parte quella american-trumpiana e dall’altra la tolleranza del piccolo regno di Danimarca, e comunque dell’Europa in genere.

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SWAN LAKE – Il lago dei cigni (Inghilterra, 1995)

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Balletto in un prologo e quattro atti
coreografia: Matthew Bourne
musica: Petr Ill’ic Cajkovskij

Per Natale, al posto dell’abusato Schiaccianoci, un balletto più consono all’indirizzo di questo blog, il Lago dei cigni nella celebre versione 1995 del coreografo e danzatore Matthew Bourne, un balletto che ancora oggi dopo 24 anni mantiene il primato di spettacolo di danza di maggior successo al mondo.
Anche chi non ama o non conosce la danza classica non può non essere coinvolto emotivamente da questa pièce, che oltre alla danza ha le caratteristiche di uno spettacolo teatrale, in cui i danzatori sono anche gli attori protagonisti del dramma narrato.
La radicale rivisitazione del Lago dei cigni di Bourne è famosa soprattutto per la sostituzione del corpo di ballo femminile con un corpo di ballo interamente maschile, nonché per aver sostituito la figura femminile della fragile Odette con quella di un Cigno sensuale, forte e misterioso, da cui la lettura omosessuale dell’amore tra il Principe e il Cigno.
Il registro predominante del balletto rimane comunque quello poetico e drammatico. Al suo centro c’è la figura del Cigno che rappresenta il mezzo attraverso il quale Bourne, prima ancora che narrare una storia trasgressiva, intende rendere le sensazioni che questi animali suscitano in lui: un ideale di bellezza, ma anche di aggressività e di forza, che ha suggerito a Bourne l’immagine della muscolatura maschile piuttosto che quella di aggraziate ballerine vestite di romantici tutù: ed ecco dunque che il corpo di ballo del Lago, si trasforma in un gruppo di creature selvagge, sensuali e capaci di improvvisa e inarrestabile violenza.


Bourne sostiene che questa storia già si celasse nella partitura di Tchaikovsky del Lago dei Cigni, la cui melodia rimanda naturalmente ad una potente e drammatica storia d’amore. Per Bourne quella di un giovane uomo che, non trovando affetto e comprensione in chi gli sta accanto, arriva a rincorrerlo in un ideale sfuggente, irraggiungibile, ma che gli dà il conforto e la forza necessari per sopravvivere. La morte dell’ideale coincide necessariamente con la morte del giovane.
Inevitabile anche il riferimento alla storia personale di Cajkovskij, sulla cui omosessualità permangono oramai pochi dubbi, e sul fatto che il compositore abbia adombrato nella tragicità della musica il dramma della sua vita intima.

 

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A Moment in the reeds (Finlandia, 2017)

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Opera prima di Mikko Mäkelä, che ha scritto la sceneggiatura e diretto il film. Realizzato a basso budget per mantenere al massimo la libertà di espressione, con la stessa logica il regista ha deciso di scegliere attori gay per i 2 ruoli principali, decidendo anche di non scrivere quasi nessun dialogo prima delle riprese. In tal modo ha lasciano volutamente una grande libertà agli attori, che improvvisano il testo nella maggior parte delle scene, il che conferisce al film un naturalismo e una semplicità sorprendenti. Il naturalismo è rafforzato dalla lingua scelta: Leevi e Tareq, uno finlandese e l’altro immigrato siriano, si parlano con un inglese approssimativo che non è la loro lingua madre. Questo riflette una realtà forse poco presente sullo schermo: l’utilizzo di un inglese internazionale come lingua comune ai giovani di tutto il mondo.
Il film trova tutta la sua forza e la sua vitalità nel ritratto di questa gioventù: vediamo due ragazzi del nostro tempo che, malgrado le origini diverse, si comprendono, condividono le stesse preoccupazioni, le stesse inquietudini, e lo stesso modo di vivere la loro sessualità in seno alla famiglia e sul web.

Malgrado la distanza, culturale prima che geografica, che separa i due giovano protagonisti, le preoccupazioni di Tareq e quelle di Leevi sono simili: un ambiente conservatore molto vincolante, e un’omosessualità che fatica a farsi spazio all’interno della famiglia.

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Aus der haut – Shed my skin (Germania, 2016)

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Prosegue la linea dei film tedeschi con Aus der haut, film che mi è stato consigliato dall’amico Marco Calcinelli, il quale ha curato anche la revisione dei sottotitoli a partire dal tedesco, lingua per me ignota.
Aus der haut è una storia di coming out, un film dolce e tutt’altro che perfetto, ma certamente da vedere.
Fondamentalmente è la storia di Milan, un adolescente che a 17 anni si trova a scoprire una sua sospetta omosessualità, e le conseguenze per lui e la famiglia. E naturalmente questa, come qualunque altra ragione, è l’occasione per il protagonista per entrare in una tipica fase adolescenziale di depressione e ribellione.
Mentre è ubriaco, Milan distrugge l’auto del padre ed i genitori immaginano il peggio, pensando che il figlio sia affetto da disturbi dell’attenzione, che prenda droghe o che abbia qualche altro problema da cui debba essere salvato. Quindi sono sollevati nello scoprire che il figlio è “solo” gay: non è un problema per genitori moderni e ben adattati come loro, e in una scena fra le più esilaranti del film possono tornare come se niente fosse ai loro problemi di coppia.

Alla fine si giunge a capire che per un adolescente la cosa più difficile può non essere un coming out, in un contesto sociale abbastanza tollerante, ma forse la necessità di crescere e diventare maggiorenne.

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Pihalla (Finlandia, 2017)

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Pihalla (titolo internazionale: Screwed), una storia nella strana estate del nord, per dimenticare le attuali vampe dell’estate mediterranea, una storia d’amore estiva senza eccessi sentimentali ma piena di pensieri ed emozioni.
Un film delicato e divertente che affronta in modo originale una delle tematiche più visitate dal cinema gay: il coming out, prima con se stessi poi con la famiglia ed il resto del mondo.
Il titolo originale del film, Pihalla, significa letteralmente “cortile“, e in senso metaforico indica l’esser fuori da sé stessi, dunque una traduzione approssimata dalla astrusa lingua finlandese potrebbe essere “confuso“, anche se non rende esattamente l'”esser fuori” di praticamente tutti i personaggi: dal protagonista Miku, che si fissa ad ascoltare la natura immaginando la musica che la potrebbero accompagnare, al padre narcolessico, il fratello drogato, la madre interessata unicamente a sé stessa ed al suo lavoro e il co-protagonista Elias, che vive in un mondo immaginario per sfuggire alla realt di una madre fuori di testa. E l’elenco non finisce qui, disegnando un panorama di disfunzionalità individuali e sociali con le quali si scontra l’insicurezza adolescenziale di Miku, la difficoltà di non sapere ancora come confrontarsi col mondo che lo circonda.

Questa storia di crescita ha un carattere tipicamente nordico, con un eccentrico senso dell’umorismo e una celebrazione spudorata sia del sesso, ma anche di quanto viene prima e dopo. Ottima la sceneggiatura (e la regia) che sapientemente alleggerisce i momenti più drammatici con uno spirito leggero e quasi divertito che rende il tutto sempre molto accattivante.

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