Archivi categoria: Europa

Hjartasteinn – Heartstone (Islanda, 2016)

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Queer Lion alla Mostra del Cinema di Venezia 2016, Hjartasteinn di Guðmundur Arnar Guðmundsson è un malinconico racconto di scoperta.
Un film di grande qualità proveniente ancora una volta dall’Islanda, una storia di formazione in cui la crudeltà della natura si riflette nel comportamento degli uomini e dei ragazzi. In un remoto paesino di pescatori lontano dalla capitale Reykjavik si svolgono gli svaghi quotidiani di due inseparabili amici, Thor e Christian. I due ragazzi protagonisti iniziano a percepire la propria sessualità mentre la natura del piccolo centro islandese la fa da padrona, madre e matrigna di una società ancora troppo cieca per accettare il fiorire di una sessualità diversa. Il film ci racconta di un amore puro, indimenticabile, nascosto, un sentimento a cui si ripensa con lieve dolore nostalgico, quell’amore che malinconicamente resta coperto dai primi fiocchi di neve. Alla fine l’estate lascerà il posto all’inverno e la neve delle battute finali cancellerà le ultime tracce della loro spensieratezza per accoglierli nella cruda realtà del mondo adulto.
Hjartasteinn è stato il primo film islandese a ricevere l’onore di un’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, nel settembre 2016. Da allora il film ha vinto 30 premi internazionali e 9 Edda Awards in Islanda. È quindi uno dei film islandesi più premiati di tutti i tempi.

La traduzione del titolo (Heartstone) fa riferimento alla pietra del focolare, ma forse allude anche al “pesce pietra” (stonefish) la cui presenza apre e chiude il film, metafora della pesante presenza/assenza delle famiglie. I genitori dei giovani protagonisti sono quasi assenti e quando partecipano alla vita dei figli si impongono come modelli negativi: la madre di Thor non ha alcuna autorità in casa e dimostra di non conoscere per niente la vita del figlio e delle sue due sorelle, mentre il padre di Christian lo terrorizza e lo brutalizza a più riprese.

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Familie verpflichtet – Obbligo di famiglia (Germania, 2015)

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Per aiutarci a superare la coda avvelenata della pandemia una commedia TV leggera dalla Germania, con tutti gli ingredienti del caso: principalmente il conflitto storico e religioso fra ebrei e arabi il quale però, trasferito in terra tedesca, assume caratteristiche molto meno drammatiche e irresolvibili. Si tratta, insomma, di un gradevole racconto di tentativi, più o meno riusciti, di integrazione tra gay ed etero, musulmani ed ebrei, sciiti e sunniti.

Delle famiglie dei due protagonisti si mettono in evidenza soprattutto i rispettivi difetti, preludio ad una attesa pacificazione: da un lato la famiglia di Khaled con un padre profondamente omofobo, che non sa nulla dell’omosessualità del figlio ma non è affatto antisemita e ricorda, quasi con nostalgia, il tempo in cui musulmani ed ebrei vivevano in pace nella stessa terra. Dall’altro la famiglia di David con una tipica madre ebra, molto presente e ossessiva, che non è omofoba ma piena di pregiudizi nei confronti dei musulmani.

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The long day closes (Inghilterra, 1992)

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Il lungo giorno finisce (The Long Day Closes, 1992) è un film del regista inglese Terence Davies, seguito ideale del suo primo lungometraggio, Voci lontane… sempre presenti (Distant Voices, Still Lives, 1988), che ho già messo a disposizione su questo blog.
Mentre Voci lontane… racconta l’infanzia del protagonista nella città Liverpool fra gli anni ’40 e ’50, Il lungo giorno finisce racconta, sempre con accenti ampiamente autobiografici, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza del giovane Bud. È un anno della sua vita,vtra il 1955 e il 1956, nel quale affronta le tempeste emotive e le scoperte tipiche dell’adolescenza: l’amore per la madre e per il cinema, il bullismo dei compagni di scuola e la crudeltà degli insegnanti, la religione, i primi segnali della propria omosessualità, tutto narrato con il tipico stile di Davies, che induce lo spettatore a seguirlo nelle frequeti digressioni temporali e oniriche, insieme alle numerose parentesi musicali.

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La canzone che da il titolo al film, inserita per intero nella parte finale, è la più famosa fra quelle pubblicate da Sir Arthur Sullivan nel 1868, prima dell’inizio della celebre collaborazione con W. S. Gilbert.
The Long Day Closes utilizza una versione a cappella della canzone eseguita da Pro Cantione Antiqua (https://www.youtube.com/watch?v=ikdHR9xhq3A).
Altra canzone guida è Stardust (Polvere di stelle) cantata da Nat King Cole nell’omonimo film hollywoodiano.

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Cammina sull’acqua (Israele, 2004)

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Cammina sull’acqua” (titolo originale ebraico: ללכת על המים – Lalekhet Al HaMayim) è un film del 2004 diretto dal regista Eytan Fox, del quale su questp blog ho già presentato Yossi & Jagger (2002) e Yossi (2012). Ho visto Cammina sull’acqua per la prima volta molti anni fa, in versione doppiata, e mi ha fatto subito una enorme impressione, tanto da rivederlo più volte in seguito, sempre con grande trasporto e partecipazione. Tornandoci sopra di recente, mi sono accorto che stranamente non sono mai stati tradotti i sottotitoli in italiano, impedendo così di godere dell’audio originale, realizzato in forma mutilingue: inglese, molto ebraico e tedesco, e anche arabo. Forse farà piacere vederlo a qualcuno che ancora non lo conosce, e ai tanti che già l’hanno visto nella versione doppiata.
Il film è basato su una sceneggiatura scritta da Gal Uchovsky, compagno di Eytan Fox.

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Il titolo ovviamente fa riferimento all’episodio fantastico del Vangelo, quando Cristo cammina sull’acqua del Mare di Galilea, ed è una trasparente metafora della speranza di vedere un giorno i popoli della zona, così aspramente divisi, raggiungere una volta una pacifica convivenza.
La colonna sonora del film include un’interpretazione del classico successo di Esther e Avi Ofarim “Cinderella Rockefella” cantata da Rita Kleinstein e Ivri Lider , nonché un remix di “Mary La’Netzach” (“Mary Forever” di Lider).

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Gewoon vrienden – Solo amici (Olanda, 2018)

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Gewoon vrienden è un film olandese per la televisione a tema LGBT, diretto dalla regista Ellen Smit (nome d’arte). Da notare che a film finito la regista ha voluto prendere le distanze dall’opera, troppo rimaneggiata in post produzione, firmandosi con un nome diverso dal suo vero nome: Annemarie van de Mond.
Il film è stato proiettato nella serata inaugurale del Perth International Queer Film Festival e ha vinto il Premio del Pubblico dopo essere stato presentato al MIX Milano International Lesbian and Gay Film Festival .

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Una bella storia multiculturale, quasi senza cliché, in questo film girato per la televisione, parte di una serie di film sul tema dell’amore. Qui abbiamo l’amore gay che nasce spontaneo ed immediato tra due ragazzi assai diversi, sia nel carattere che nel retroterra culturale, capaci però di esprimere una fantastica e contagiosa chimica. Il punto forte del film, una commedia romantica gay, è proprio questa storia d’amore, espressa bene in alcune deliziose scene, come quando vediamo Yad dare lezioni di surf a Joris o quando giocano ad avvicinarsi mentre sono sulla giostra.

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And then we danced (Svezia – Georgia, 2019)

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Titolo originale Da chven vitsekvet

Bellissimo film del regista Levan Akin, svedese ma di origine georgiana, presentato al Festival di Cannes 2019. Presentato anche al Lovers Film Festival di Torino nell’ottobre 2020. Il film è stato scelto come candidatura per la Svezia agli Oscar 2020.
Il film inizia con Merab, il protagonista, in una sala prove di ballo mentre, di fronte ai compagni ed al rigido insegnate, sta eseguendo l’Adjarian duet, uno stile della danza folk georgiana che si esegue in coppia. Il ballo però viene interrotto bruscamente: per l’insegnate Merab è ancora troppo soft, nei suoi movimenti non c’è abbastanza vigore, potenza e virilità, come vuole la danza tradizionale. “La danza georgiana è lo spirito della nostra nazione”. E ancora: “Devi sembrare un monumento”, redarguisce il maestro.
La Georgia, situata nel Caucaso fra Europa e Asia, è un piccolo stato dell’ex blocco sovietico divenuto dipendente nel 1991, ma risentendo tuttora dell’oppressione politica e culturale post URSS. Nonostante il forte controllo esercitato da una Chiesa Ortodossa particolarmente retriva, ad oggi la Georgia conservatrice aspira a far parte della Comunità Europea. Non è dunque affatto facile in uno stato così immobile e reazionario, raccontare ciò che non è ammesso: la storia d’amore tra Merab, un giovane ballerino del Georgian National Ensemble e Irakli, danzatore giunto nella capitale Tbilisi per sostituire un membro del corpo di ballo.

La tradizionale danza georgiana ha origini medioevali. Raffigurando i due momenti del corteggiamento e della battaglia, si esprime attraverso movimenti eseguiti in coppia, dove però i corpi, non si sfiorano quasi mai. In “And then we danced” il divieto di sfiorarsi viene capovolto, riportando al centro il linguaggio universalmente riconosciuto e riconoscibile del corpo, e restituendo valore alla tenerezza maschile come possibilità opposta a un machismo imperante e nocivo.

Polizia in Georgia all’anteprima del film

La Chiesa Ortodossa Georgiana ha condannato “And then we danced” anche prima che arrivasse sul grande schermo, rilasciando dichiarazioni contrarie anche durante le sue riprese. Quando è stato proiettato in anteprima a Tbilisi e nella città costiera di Batumi l’8 novembre 2019, i protestanti di estrema destra, sempre con il supporto della chiesa, hanno impedito agli spettatori di entrare nei cinema. Ma questa volta il governo ha reagito mandando la polizia a difendere gli spettatori e ad arrestare i protestatari, quindi permettendo lo svolgimento dell’anteprima. Qui un utile approfondimento sulla situazione LGBT in Georgia (https://it.globalvoices.org/2020/09/in-georgia-il-cinema-e-lultimo-punto-di-rottura-nella-lotta-per-i-diritti-lgbtq/)

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Distant voices, still lives (Inghilterra, 1988)

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Distant voices, still lives è un film britannico del 1988 diretto e scritto da Terence Davies . Evoca la vita di una famiglia della classe operaia a Liverpool durante gli anni ’40 e inizio anni ’50, ma è anche una semi-autobiografia del regista. Terence Davies è notoriamente omosessuale ma ha espresso costantemente disagio per la sua sessualità (“Ho sempre avuto la più grande difficoltà ad accettare di essere gay”, ha così dichiarato), essendo cresciuto durante un’era particolarmente oppressiva nella storia britannica. Negli anni ’50 il governo stava ancora reprimendo gli uomini sospettati di omosessualità (si pensi al caso di Alan Turing), e alcuni personaggi famosi come il politico Lord Montagu e l’attore John Gielgud finirono arrestati, confermando nelle famiglie proletarie quali quella di Davies il concetto della omosessualità come corruzione e depravazione. È per questo che il personaggio del film che rappresenta il regista (Tony, interpretato da Dean Williams), tiene lontano da sé ogni sospetto di omosessualità mascherandosi in un curriculum di normalità. A Davies, passato il periodo quasi felice dell’infanzia, la vita sembra che abbia riservato solo giorni di dolore: “La mia adolescenza ed i miei vent’anni sono stati tra i più disgraziati della mia vita, la vera disperazione. La disperazione è peggio di qualsiasi dolore.”

Davies era il più giovane di dieci figli, durante il cosiddetto baby boom, nato in una famiglia cattolica della classe operaia nella Liverpool del dopoguerra. Suo padre è morto quando aveva solo sei anni e mezzo, ma i ricordi di lui come un uomo potente, prepotente e violento sono vividi e, insieme all’amore e al sostegno della madre, formano l’elemento portante di Distant voices, still lives.
Il film è composto da due film separati, girati a due anni di distanza, ma con lo stesso cast e la stessa troupe. La prima sezione, “Voci lontane”, racconta i primi anni di vita di una famiglia cattolica della classe operaia che vive sotto un padre prepotente. La seconda sezione, “Ancora presenti”, vede i bambini cresciuti emergere nella Gran Bretagna degli anni ’50, a pochi anni dal rock and roll e dai Beatles , ma in qualche ancora lontani nel ricordo.
Il meccanismo della memoria viene attivato da Davies attraverso l’uso del canto a cappella: cantano tutti, canzoni leggere, popolari o sacre, fino al song sui titoli di chiusura “O Waly, Waly” di Benjamin Britten, al pianoforte con il tenore Peter Pears, meravigliosa chiusa per un film indimenticabile.
Per chi è interessato si trova qui  l’elenco completo della canzoni.

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Strikers and defenders (Inghilterra, 2020)

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Il film è disponibile a questo link: https://vimeo.com/ondemand/strikersanddefenders           

 

NQV Media, acronimo di New Queer Visions, è una compagnia inglese specializzata nel proporre raccolte di cortometraggi di tematica gay, incentrate ognuna su un determinato argomento. Nel caso di Strikers and Defenders, il filo conduttore dei film corti è il campo di calcio. I quattro cortometraggi esplorano il raggiungimento della maggiore età, il desiderio e la mascolinità aggressiva. Ogni racconto approfondisce esperienze che possono iniziare negli spogliatoi, ma espandersi oltre le sue porte. Sono storie su menti e corpi in mutamento, su anni formativi e prime esperienze, sull’essere apparentemente all’esterno e guardarsi dentro, sentirsi diversi e superare la normalità.

Partendo dalla tematica sportiva ogni cortometraggio affronta in maniera diversa temi sociali più ampi quali l’amicizia, l’abuso, la confusione e la perdita di fiducia, mettendo allo stesso tempo in evidenza la difficoltà nella formazione di una identità dei giovani ragazzi e la pressione dei pari.

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Fiertés – episodio 3 (Francia, 2018)

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Dopo il Victor della Disney ecco ora un altro Victor, protagonista di una miniserie in 3 episodi da 50 minuti dalla TV ARTE, trasmesso la prima volta in televisione il 3 maggio 2018.
In Fiertés (Orgoglio) il creatore e regista Philippe Faucon ha cercato di narrare la storia dell’omosessualità maschile in Francia, seguendo il filo della vita di un personaggio in tre date fondamentali: nel 1981-1982 durante la depenalizzazione dell’omosessualità, nel 1999 con l’adozione dei Pacs, e nel 2013 con l’apertura del matrimonio alle coppie omosessuali.
Dalla tardiva depenalizzazione dell’omosessualità nel 1982, in seguito all’elezione di François Mitterrand, fino all’adozione nel 2013 della legge Taubira sul matrimonio per tutti, Philippe Faucon ripercorre attraverso il destino di Victor la lotta in Francia delle minoranze sessuali per il riconoscimento dei loro diritti. Una storia raccontata in modo piano, con una analisi quasi calma, che non cancella però la violenza simbolica e concreta subita dagli omosessuali nel corso dei decenni.

Come ha dichiarato il regista Philippe Faucon non si tratta però solo di un film militante: “Fiertés racconta trent’anni di lotta per i diritti dei gay, ma non è un film militante. È anche, e soprattutto, una grande storia d’amore, insieme agli interrogativi sui rapporti di parentela”.
Ma il titolo Fiertés (Orgoglio) fa ovviamente riferimento alla conquista di sentirsi liberi di essere quello che siamo, e di vivere di conseguenza, senza la paura di essere giudicati.

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Fiertés – episodio 2 (Francia, 2018)

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Dopo il Victor della Disney ecco ora un altro Victor, protagonista di una miniserie in 3 episodi da 50 minuti dalla TV ARTE, trasmesso la prima volta in televisione il 3 maggio 2018.
In Fiertés (Orgoglio) il creatore e regista Philippe Faucon ha cercato di narrare la storia dell’omosessualità maschile in Francia, seguendo il filo della vita di un personaggio in tre date fondamentali: nel 1981-1982 durante la depenalizzazione dell’omosessualità, nel 1999 con l’adozione dei Pacs, e nel 2013 con l’apertura del matrimonio alle coppie omosessuali.
Dalla tardiva depenalizzazione dell’omosessualità nel 1982, in seguito all’elezione di François Mitterrand, fino all’adozione nel 2013 della legge Taubira sul matrimonio per tutti, Philippe Faucon ripercorre attraverso il destino di Victor la lotta in Francia delle minoranze sessuali per il riconoscimento dei loro diritti. Una storia raccontata in modo piano, con una analisi quasi calma, che non cancella però la violenza simbolica e concreta subita dagli omosessuali nel corso dei decenni.

Come ha dichiarato il regista Philippe Faucon non si tratta però solo di un film militante: “Fiertés racconta trent’anni di lotta per i diritti dei gay, ma non è un film militante. È anche, e soprattutto, una grande storia d’amore, insieme agli interrogativi sui rapporti di parentela”.
Ma il titolo Fiertés (Orgoglio) fa ovviamente riferimento alla conquista di sentirsi liberi di essere quello che siamo, e di vivere di conseguenza, senza la paura di essere giudicati.

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