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Theory of Love episodi 12 (Thailandia, 2019)

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EPISODI

01 Best Friends (Migliori amici)
02 Love Actually (L’amore, davvero)
03 Friends with Benefits (Amici con benefici)
04 Crazy, Stupid, Love (Pazzo, stupido, amore)
05 10 things I Hate About You (10 cose che odio di te)
06 Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello)
07 Flipped (Fuori di testa)
08 The Proposal (La proposta)
09 Love Triangle (Triangolo d’amore)
10 Begin again (Un nuovo inizio)
11 He’s Just Not That Into You (Lui non ti ama poi tanto)
12 My Dear (Mio amato)

Le pene di un amore non corrisposto e gli incerti confini tra amicizia e amore nell’età dell’adolescenza.
Theory of Love è una serie thailandese prodotta dalla GMMTV, una società di produzione televisiva che produce programmi TV, serie TV, canzoni e video musicali.
La serie è iniziata nel giugno 2019 e si è sviluppata su 12 episodi con cadenza settimanale. È tratta dal racconto originale thailandese scritto da JittiRain, scrittrice specializzata nei racconti Boys Love (BL).

Pur rientrando sempre nel genere, la serie è probabilmente una delle più riuscite dell’anno. Attori, registi e sceneggiatori stanno visibilmente migliorando rispetto ai prodotti thai di qualche anno fa, ed i protagonisti hanno acquistato una loro fama soprattutto presso le fans asiatiche, e anche nel resto del mondo. Come ultima notizia, a conferma della qualità, sembra che Netflix stia trattando per inserire Theory of love nella sua programmazione.

Fanmeeting a Taiwan fra i due attori protagonisti e le loro fans.

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HIStory3 – Make Our Days Count ep. 10 (Taiwan, 2019)

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Tradotti i sottotitoli di 10 episodi su 10

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La serie si è così conclusa e, nonostante l’episodio finale, penso sia la più riuscita di tutte le serie intitolate a HiStory.
Nell’episodio conclusivo (per l’appunto il n.10), c’è stata inopinatamente una svolta inaspettata e del tutto gratuita, frutto di una scelta incomprensibile degli sceneggiatori, che contraddice clamorosamente l’impostazione leggera (soft) della vicenda, come si era svolta sino ad allora. La cosa non ha mancato di suscitare la rabbia e la delusione dei moltissimi fan che in tutto il mondo hanno seguito la serie.   
Da un certo punto di vista si può ritenere che la serie si sia conclusa con un happy end all’episodio 9, mentre la 10 si potrebbe forse considerare una sorta di finale alternativo dark, al quale alcune voci vogliono che seguirà un secondo finale che uscirebbe su DVD, vedremo.

 

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Malila, the farewell flower (Thailandia, 2017)

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Malila: The farewell flower (Gelsomino, il fiore del congedo), è il terzo film diretto dalla geniale regista thailandese Anucha Boonyawatana, dopo Down the river (2004) e The blue hour (su questo blog, 2015). Il film è stato presentato in anteprima al Busan International Film Festival 2017 dove ha vinto il Kim Jiseok Award. Con i suoi paesaggi allucinati e l’abile mescolanza di sacro e profano, Malila si avvicina molto al lavoro del maestro thailandese Apichatpong Weerasethakul di Tropical Malady.

Anucha Boonyawatana

Malila: The farewell flower è un film stupendo, una meditazione contemplativa e piena di sentimento sulla bellezza, l’effimero e la perdita, racconto elegiaco e malinconico in bilico tra il dolore esistenziale e la sua contemplazione. Il film segue i 2 ex amanti Shane e Pich mentre si ritrovano per lottare contro la malattia di Pich: la mortalità viene esplorata attraverso la filosofia buddista e il Bai Sri, un ornamento devozionale di fiori di gelsomino la cui creazione è indissolubilmente legata alla sua dissoluzione. I delicati fiori di gelsomino iniziano a deteriorarsi non appena sono piegati e attorcigliati alle foglie, divenendo simbolo della caducità del mondo e delle cose.

Il rito del Bai Sri Kwun è una cerimonia di benvenuto che si celebra quando qualcuno di importante arriva o si congeda.
Lo scopo del rituale è di riunire al corpo lo spirito che, per un motivo o per l’altro, vorrebbero andarsene, lasciando la persona in preda a malattie e disturbi. Quindi il Bai Sri oltre che una forma di saluto simboleggia anche una forma di guarigione.

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Eternal summer (Taiwan, 2006)

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Di recente Netflix ha presentato una bella serie taiwanese, The nowhere man. Rivedere l’interprete principale, Joseph Chang (Hsiao-chuan Chang), mi ha portato a ripercorrere le occasioni nelle quali mi era capitato di vederlo come attore, a cominciare dalla serie Crystal Boys (su questo blog), ma soprattutto l’indimenticabile Eternal summer (2006). Il film l’ho visto allora con i sottotitoli di Asianworld (a cura di Shonenbat) e oggi, a 10 anni di distanza, penso sia venuto il momento di riproporlo con adeguata revisione dei sottotitoli, a cominciare dall’uso di sciocchi nomi inglesi al posto degli originali cinesi, probabilmente per aiutare il film a circolare in ambito occidentale.

Nota: nella lezione della maestra all’inizio del film, che parla dei corpi celesti, c’è una allusione al significato astrologico dei nomi cinesi dei tre ragazzi protagonisti:

Shou Heng 守恒 rappresenta il sole: 恒星 heng xing (stella)
Zheng Xing 正行 rappresenta la terra: 行星 xing xing (pianeta)
Hui Jia 慧嘉 rappresenta la cometa: 彗星 hui xing (cometa)

– Il sole brilla ininterrottamente.
– La terra segue la sua orbita attorno al sole, senza potersi avvicinare.
– La cometa porta la sorpresa nel sistema solare.
Il quadro è incompleto senza ognuno di loro.

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HIStory3 – Make our days count (Taiwan, 2019)

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Episodi: 10       Episodi usciti:  9

 

Sono appena iniziati ad uscire gli episodi di una nuova serie di HiStory, contenitore taiwanese di storie TV del genere B.L., alla sua terza edizione (HiStory3). Alcune delle precedenti serie – HIStory1 e HIStory2 – si trovano già tradotte su questo blog.
Stavolta la storia riguarda due studenti liceali con i caratteri agli antipodi: mentre Xiang Hao Ting è estremamente estroverso e un po’ prepotente, Yu Xi Gu, gracile e quasi anoressico, preferisce mantenere un profilo basso e concentrarsi sui suoi studi. I due sembrano destinati a futuri totalmente diversi: il libresco Yu Xi Gu sembra destinato al successo accademico, mentre per Xiang Hao Ting la vita è solo una lunga gara di popolarità. Ma le stranezze del destino – a cui dà una mano una compagna di scuola – porteranno ad incrociarsi i percorsi dei due giovani.

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Reincarnate (Thailandia, 2010-2017)

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Reincarnate è un film del 2010 del regista thailandese Thunska Pansittivorakul (wikipedia.org/wiki/Thunska_Pansittivorakul), il quale nel 2017 ne ha prodotto una versione revisionata soprattutto nelle immagini e nei colori. Questa versione, da lui pubblicata su Vimeo, è quella che ho usato per la traduzione dei sottotitoli, impressi in inglese sul video.
Thunska Pansittivorakul si è diplomato in educazione artistica all’Università di Bangkok e ben presto ha allargato la sua attività artistica all’uso della telecamera, iniziando nel 1997 a fare piccoli film autoprodotti e partecipando con questi a dei concorsi. In uno di questi era presente nella giuria Apichatpong Weerasethakul (wikipedia.org/wiki/Apichatpong_Weerasethakul), il più famoso regista thailandese a livello internazionale. Apichatpong ha apprezzato molto il lavoro di Thunska e in seguito lo ha molto supportato, soprattutto nei festival internazionali che sono l’unico spazio nel quale Thunska Pansittivorakul ha la possibilità di presentare i suoi lavori: un regista invisibile in patria ma apprezzato nelle grandi manifestazioni internazionali.
In una recente intervista all’Asia Film Festival in Italia, Tunska ha dichiarato: “Anche se nella situazione attuale non posso far vedere i miei lavori in Thailandia, spero che in futuro possano essere utili almeno come testimonianza di quello che succede oggi”.

Thunska attraverso Reincarnate si oppone ad una legge della Thailandia che va ben oltre la censura; con questa legge mostrare certe cose (ad esempio atti sessuali) non è solo vietato, ma diviene anche reato. Il film inizia con un testo che è anche una presa di posizione: “Act 2008: in Thailandia è vietata la proiezione di tutti i film che mostrano rapporti sessuali o contengano scene che mostrano l’organo sessuale. Inoltre, l’Ufficio di censura può ordinare tagli o vietare film contro la moralità, che sovvertano la nazione o influenzino la sicurezza della nazione“.
Per un regista che nei suoi film sente impellente il bisogno di concentrarsi sulla passione fisica, c’è quindi un problema. Thunska sostiene che avrebbe rinunciare al cinema se non fosse stato in grado di seguire le sue motivazioni (artistiche e sessuali). Una proiezione pubblica di Reincarnate in un cinema in Thailandia è fuori discussione, il regista verrebbe subito arrestato.

Una storia d’amore gay. Una storia sotto forma di ricerca sperimentale, a metà strada fra il documentario e la finzione, probabilmente soprattutto un film politico.
Ma anche un film molto personale, con lo stesso regista che condivide con noi la sua vita e i suoi sentimenti, la sua passione personale nei confronti dell’attore protagonista, Panuwat Wisessiri. In varie scene Thunska mostra l’amore omosessuale tra maestro e allievo in maniera più esplicita che mai, mentre diverse scene criptiche rimandano alla oppressiva situazione politica thailandese.

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One last order – short film (Corea, 2019)

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Trasmesso in anteprima il giorno 30 marzo 2019 sul canale Youtube
Regia: Gustavo Kawashita, Thais Lima
Produzione: Hanyang University, Sud Corea

Un breve film intriso del caratteristico sentimentalismo asiatico, luci soffuse e romantiche, ambientazione a tarda notte con musica soft in sottofondo, una trama dolce e protagonisti carini. Prodotto dalla Università Hanyang (l’antico nome di Seoul), è stato realizzato con mezzi tecnici ridotti, ma il risultato sembra abbastanza buono, anche per merito della buona recitazione degli attori.


(Se non altro ne vale la pena per quanto è carino il protagonista!)

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Kiss of the Rabbit God (Taiwan-USA, 2019)

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Sceneggiatura e regia: Andrew Thomas Huang
Durata: 15 minuti
Presentato al Tribeca Film Festival’s N.O.W. di New York, aprile 2019.

 

Kiss of the Rabbit God (Il bacio del Dio Coniglio) è la storia altamente stilizzata del risveglio sessuale di un gay sino-americano combinata con la mitologia cinese. Matt si innamora di un dio della dinastia Qing del 18 ° secolo che lo visita di notte e lo conduce in un viaggio di risveglio sessuale alla scoperta di sé.
Il regista Huang racconta, durante un viaggio a Città del Messico, di aver visto una mostra su Xōchipilli, il dio azteco dei fiori e patrono dell’amore gay. La storia di Xōchipilli lo ha ispirato ad approfondire l’eredità culturale cinese, nella quale ha rinvenuto la storia della dinastia Qing di Tu’er Shen, 兔兒 神, noto come Dio Coniglio. Nella storia, riportata dal poeta del XVIII secolo Yuan Mei, Hu Tianbao, un soldato della provincia del Fujian, si innamora del suo ufficiale comandante e professa il suo affetto per lui.
Come punizione, l’ufficiale comandante condanna a morte Hu Tianbao. Ma gli dei degli inferi, nella loro infinita saggezza, perdonano Hu per il suo “crimine di passione” e lo trasformano nel Dio Coniglio, il salvatore degli uomini che amano gli uomini.
Oggi, Tu’er Shen è ancora adorato in un tempio a lui dedicato nella città di Taipei, Taiwan, dove si svolgono cerimonie religiose per coppie gay.

Nel film di Huang, Rabbit God funge da liberatore di Matt, sfidandolo ad abbracciare la sua sessualità. Permette così a Matt di impegnarsi nell’intimità fisica che fino a quel momento si è vergognato troppo di esprimere. Per il regista stesso, Kiss of the Rabbit God ha offerto l’opportunità di conciliare una educazione religiosa con la sua sessualità.

“Sono gli uomini a dare forma a Dio”, dice Huang. “Noi pensiamo a Dio come a un legislatore sopra di noi, ma è il nostro pensiero di uomini a formare l’immagine degli dei.
Se Tu’er Shen è un vero dio, allora io, come gay, asiatico e cinese ho il diritto di reinventare questo dio come il dio dell’amore queer.”

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Œdipus Rex di I. Stravinskij (Giappone, 1992)

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Saito Kinen Festival di Matsumoto 1992
regia Julie Taymor
scene George Tsypin
maschere Emy Wada

Œdipus Rex (Edipo re) è un’opera-oratorio in due atti con musica di Igor Stravinskij, composta tra il 1926 e il 1927. Il testo originale in francese di Jean Cocteau, ispirato all’omonima tragedia di Sofocle, per l’opera di Stravinskij venne tradotto da Jean Daniélou in un latino ciceroniano costellato di arcaismi: come si pensava in quel momento, le consonanti “C” e “G” dovevano essere pronunciate dure, “C” ad es. diventa “K”, “caecinit” diventa (kekinit”. L’uso di questa lingua venne giustificato dal compositore dalla necessità di dare al lavoro un tono arcaico e sottolineare la tragedia dell’impotenza umana di fronte al fato ineluttabile.
Gli abitanti di Tebe sono ricoperti di terra come le statue dell’esercito cinese di Xi’an e i personaggi principali hanno mani di terracotta e la testa sormontata da una maschera stilizzata che si rifà sia alla scultura cicladica sia all’antica scultura giapponese Haniwa. Le maschere senza occhi e bocca sottolineano l’impotenza dei personaggi di fronte alle forze del fato e danno loro una dimensione più grande del reale facendone in tal modo delle icone monumentali. Allo stesso tempo lasciano il viso scoperto ai cantanti, esigenza imprescindibile di cui alcuni registi non sembrano talora essere consapevoli.
Questa edizione in forma scenica è stata rappresentata nel settembre 1992 al Saito Kinen Festival di Matsumoto, in Giappone, e le riprese sono servite ben 10 anni dopo alla produzione di un DVD di qualità video e audio non eccellente, ma musicalmente e scenicamente di altissimo livello.


Nell’allestimento giapponese l’idea di fondo dei costumi e della scenografia è il deterioramento, la corruzione che intacca i sudditi di Edipo. Così la pioggia finale significherà la loro purificazione. I movimenti sono lenti e ieratici e si fa uso di marionette e pupazzi per sottolineare ancora di più l’impotenza umana.
In Œdipus Rex i personaggi non dialogano tra loro, ma piuttosto espongono la propria vicenda in maniera antirappresentativa, come raccontata da un estraneo. Nei due atti l’azione è ripartita nei consueti numeri chiusi dell’opera – arie, cori, anche un duetto – secondo un principio di stilizzazione che si rivela nella vocalità modellata ora su stili settecenteschi ora su prosodie arcaicizzanti, il tutto riconducibile al cosiddetto periodo neoclassico di Stravinskij.

Un narratore introduce e collega le varie scene con i suoi interventi parlati e nel prologo ci comunica che stiamo per ascoltare una versione in latino di Edipo Re. In questa versione il narratore è un’attrice giapponese in abiti tradizionali, e la sua furente recitazione aggiunge una ulteriore nota di estraneità alla rappresentazione.

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