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The Lost language of cranes (U.K., 1992)

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Altro film che arricchisce la sezione – bacheca dei film <<Vintage – Cult>> : The lost language of cranes (traduzione: il linguaggio perduto delle gru). Un uomo di mezza età che è stato sposato per più di venti anni, trova sempre più difficile nascondere il suo vero orientamento sessuale a sua moglie e al figlio cresciuto. Quando sta per rivelare il suo segreto, suo figlio annuncia ai genitori di essere gay! La moglie in questa occasione si rivela come una volgare megera, cosa che rende ancora più difficile il coming out del marito. A dispetto di come sembri a raccontarlo, il film è invece straordinario, penetrante e avvincente e tutti gli interpreti sono superbi. John Schlesinger e Rene Auberjonis fanno due meravigliosi camei interpretando una vecchia coppia gay (qualcosa che non abbiamo mai visto). Tratto dal libro di David Leavitt , The lost language of cranes è un magnifico film del 1992 prodotto dalla BBC. E’ uno dei rari casi in cui il travaso da libro a film ha dato un risultato eccellente , aiutato dagli attori in stato di grazia e da una regia (Nigel Finch) particolarmente efficace. Il regista è lo stesso di Stonewall (sempre del 1992) ma qui mi sembra più acuto e introspettivo, scontando ovviamente la diversità dei temi trattati. Il coming-out del figlio e del padre gay sono descritti in modo superbo , sopratutto quello del padre (da sempre abituato ad avventure sessuali nei cinema porno) così contorto e sofferto. La madre che reagisce così duramente a tutte queste rivelazioni è una superba Eileen Atkins , esempio vivente dell’eccellenza (direi primato) della recitazione britannica. Film da vedere.
Il libro, da cui è tratto il film, La lingua perduta delle gru, di David Leavitt (Pittsburgh, 1961), l’esponente più noto di quella corrente che negli anni ’80 venne definita “minimalista”. Primo romanzo di Leavitt dopo i racconti di Ballo in famiglia, che avevano dato all’autore una grande notorietà sia in America che in Europa, il libro, uscito nel 1986, è al tempo stesso uno specchio della condizione omosessuale in quegli anni – abbondano quindi temi come il coming out, il “dichiararsi” ai propri genitori o amici, ma anche i club, i cinema porno, la minaccia dell’Aids e così via – e uno splendido romanzo sull’amore e la famiglia, così, senza ulteriori aggettivi.
Il titolo scelto da Leavitt si riferisce non alla gru come specie animale, ma ai mezzi meccanici e prende spunto da una piccola “leggenda metropolitana” riportata da uno dei personaggi (non direttamente collegata alla trama, ma che funge da possibile chiave di lettura): un bambino di due anni allevato in un casamento popolare di New York, circondato da cantieri, con una madre che non si curava di lui, aveva imparato ad imitare i movimenti e i rumori delle gru che vedeva affacciandosi alla finestra, e che erano di fatto i suo unici interlocutori. Il senso è: “Ciascuno, a suo modo, trova ciò che deve amare, e lo ama”, e rimanda al relativismo implicito in tutte le scelte, condizionate come sono dall’ambiente e dalle circostanze: “come dovevano essere parse meravigliose e grandiose quelle gru a Michael, in confronto alle piccole e goffe creature che lo circondavano”. Sembra di sentire i Velvet Undeground che sullo sfondo intonano Some Kinda Love, con quel verso definitivo: “Nessuna specie d’amore è migliore di altre”.
Leavitt non racconta una storia di degrado sociale e urbano, alla Hubert Selby jr. Come osserva Fernanda Pivano nella prefazione all’edizione italiana del romanzo, è uno scrittore romantico. La vicenda narrata rispecchia questa sua inclinazione e contiene diverse situazioni veramente indimenticabili, in cui la psicologia dei personaggi viene rivelata non da un monologo interiore o dall’occhio onnisciente del narratore, ma dai fatti in sé. E quando questo avviene, la scrittura narrativa dà veramente il suo meglio. I minimalisti vennero definiti tali sia per lo stile – piano, conciso, privo di barocchismi o sperimentazioni esasperate – sia per i temi trattati, orientati all’esplorazione della dimensione familiare ed in generale affettiva (al “privato”, avremmo detto in Italia).
In questo libro la protagonista principale è proprio una famiglia: Rose Bejamin, editor, qualche velleità accademica nel suo passato, presto abbandonata, un matrimonio di quieta insoddisfazione; il marito Owen, insegnante, tormentato dai suoi demoni privati; il figlio della coppia, Philip, personaggio principale, che rivelando ai genitori la sua omosessualità costringe il padre a fronteggiare la propria, che ha governato tutta la vita per lo più con la rimozione e le fantasie. Ci sono poi diversi personaggi minori, a partire da Jerene, afroamericana, esperta di “linguaggi perduti”, messa alla porta dalla famiglia – molto meno tollerante di quella di Philips – dopo il suo coming out. Ed inoltre, i due amori di Philip, attraverso i quali il ragazzo impara a conoscersi e a conoscere la vita, delusioni comprese. Sono ben più che semplice contorno e danno spessore alla storia. Facendo un paragone con altri romanzi del periodo, come ad esempio Altri libertini di Tondelli, la materia dell’omosessualità qui viene trattata con delicatezza, pur se in maniera pienamente realista. Numerose le situazioni da sottolineare, come l’invito a cena che Owen rivolge a un suo collega insegnante che presume essere gay, dal quale si sente attratto, ma che intende al tempo stesso presentare al figlio come un possibile partner, in uno slancio di liberalità genitoriale. Rose, sulla quale si scaricano tutte le tensioni esistenziali della famiglia, compreso un imminente sfratto, assiste con muta sofferenza allo “spettacolo” del marito e del figlio che cercano entrambi di entrare nelle grazie dell’ospite.
Libro dove il mondo gay non viene dipinto come un universo pacificato, attraversato com’è da tensioni, sensi di colpa, segreti che faticano ad uscire e che quando escono mandano in crisi equilibri consolidati, La lingua perduta delle gru regge, mi pare, gli anni passati dalla sua uscita (che per certi romanzi sono un’inezia, ma che per altri, sociologicamente molto caratterizzati, rischiano di essere fatali). Un libro neanche tanto minimalista, considerati i temi senza tempo che affronta: l’amore, la sincerità, la solitudine coniugale, il diritto ad essere felici e ad esprimere liberamente la propria affettività/sessualità, ma anche quello di non accettare necessariamente tutto dagli altri, che è in fondo il diritto che rivendica Rose. Vi auguro che possiate gustarvelo come me lo sono gustato io. Buona visione.

Rilasciamo il film in formato .AVI con i sotto titoli separati in formato .ASS per una migliore visione. Si consiglia la visualizzazione con il lettore universale VLC onde evitare problemi.

Per qualsiasi domanda, suggerimento, od altro, potete scrivere a: caprenne23@outlook.com

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La locandina del film The lost language of cranes

Il Cast e la scheda di The lost language of cranes

Brian Cox è Owen
Angus Macfadyen è Philip
Eileen Atkins è Rose
Corey Parker è Elliot
Richard Warwick è Frank
Cathy Tyson è Jerene
René Auberjonois è Geoffrey
John Schlesinger è Derek
Regia di Nigel Finch
Sceneggiatura di Sean Mathias
Data di uscita: 9 febbraio 1992
Paese di origine: United Kingdom
Lingua: Inglese
Durata: 1 ora e 27 minuti

Alcune immagini tratte dalle scene del film

         

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The sum of us (Australia, 1994)

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Oggi aggiungiamo una ulteriore chicca nella sezione – bacheca dei film <<Vintage – Cult>> : The sum of us (traduzione: tutto ciò che siamo), con nientepopodimeno protagonista un giovane Russel Crowe ! Accanto a lui un bravissimo Jack Thompson. Il film vinse 6 premi. Film incredibilmente pro-gay, con un padre assolutamente ideale (Jack Thompson) che accetta l’omosessualità del figlio fino a comperargli riviste porno-gay. Scopriamo poi che la nonna era lesbica e che ha avuto una relazione con un’altra donna durata parecchi anni. La storia, raccontata con una sequenza di flashback, è altamente gradevole nonostante contenga anche momenti di grande malinconia. Da notare la prima (formidabile) interpretazione come protagonista di Russel Crowe. Imperdibile.
Buona visione.

La pellicola viene rilasciata in un formato .AVI, con i sotto titoli in italiano hardcoded (sovra impressi). Si consiglia la visualizzazione con il lettore universale VLC onde evitare problemi.

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La locandina del film The sum of us

Il Cast e la scheda di The sum of us

Jack Thompson è Harry Mitchell
Russell Crowe è Jeff Mitchell
John Polson è Greg
Deborah Kennedy è Joyce Johnson
Regia di Geoff Burton e Kevin Dowling
Sceneggiatura di David Stevens
Data di uscita: 28 luglio 1994 in Australia
Paese di origine: Australia
Lingua: inglese
Durata: 1 ora e 40 minuti

Alcune scene del film The sum of us

         

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Amici, Complici, Amanti (U.S.A., 1988)

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Per la nuova sezione Film d’altri tempi – Cult, oggi un’altra vera chicca:
Amici, Complici, Amanti. Titolo originale: Torch Song Trilogy.
Un film che non può mancare nella nostra cineteca, anche se non ha vinto molto, ma ha rappresentato tanto per la comunità. Ritratto dell’omosessuale ebreo Alan, alla ricerca di una famiglia e sempre incompreso e ostacolato dalla madre, che a New York lavora in teatro come drag queen, in tre momenti della sua vita, contrassegnati dalle tre canzoni cui allude il titolo originale. Prima la relazione con l’insegnante bisessuale Ed (B. Kerwin) poi la convivenza felice col giovane Alan (M. Broderick) e infine la scoperta della sua omosessualità da parte di sua madre (A. Bancroft) mentre convive con Ed e il figlio adottivo David. Harvey Fierstein ha scritto e interpretato la commedia omonima (vincitrice di due Tony Award nel 1983) e curato, nonché interpretato, la trasposizione cinematografica. Non dramma o scandalo ma stimolo intelligente verso un problema sociale e di solitudine. Film cult in cima alle preferenze degli spettatori gay. “Difficoltà quotidiane nella vita di un gay newyorkese, fra lavoro (travestito professionista in un locale), amori (prima un insegnante bisessuale che decide di sposarsi, poi un giovane marchettaro che viene ucciso da una banda di teppisti) e rapporti familiari (una terribile matriarca ebrea che sembra uscita dalla penna di Woody Allen, un figlio adottivo incerto sulla propria identità). L’ideale anello di congiunzione tra Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970) e Philadelphia (1993): perfetto equilibrio di comico e tragico (salvo qualche eccesso caricaturale relativo ai personaggi di contorno nella prima parte) e grande serietà di fondo, un protagonista che parla in macchina allo spettatore sfoderando battute degne di Oscar Wilde, un giocoso cinismo che serve a mascherare la disperazione, un sincero anelito alla normalità, infine la dedica a chi sta lottando contro l’AIDS. Ottimamente scritto e interpretato, con una matrice teatrale che si fa sentire nei dialoghi in interni ma non esclude scene più ariose (la casa di campagna in ristrutturazione, le strade del quartiere malfamato).” (Jonas, FilmTv.it)

La pellicola viene rilasciata in un formato .AVI doppiata in italiano.

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La locandina del film Amici Complici Amanti

Il Cast e la scheda di Amici Complici Amanti

Anne Bancroft è Ma
Matthew Broderick è Alan
Harvey Fierstein è Arnold
Brian Kerwin è Ed
Regia di Paul Bogart
Sceneggiatura di Harvey Fierstein
Data di uscita del film: 14 dicembre 1988 (U.S.A.)
Paese di origine: U.S.A.
Lingua: Inglese, Ebraico, Francese, Lingua dei segni americana, Spagnolo
Durata: 2 ore

I protagonisti del film

Alcune immagini tratte dal film

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Contracorriente (Perù, 2009)

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Della serie nulla di nuovo sotto il sole, molti anni prima di All of us strangers, era uscito un film che toccava già certe tematiche affrontate dal più blasonato film di Andrew Haigh. Il film che vi propongo oggi è Contracorriente. Anche lui, nel suo piccolo, si difende bene: 13 vittorie e 13 candidature. Questo primo lungometraggio del regista Javier Fuentes-León è una insolita storia di fantasmi ambientata sulle spiagge peruviane, con alcune similitudini alla vicenda di Brokeback Mountain, e con delle affinità con All of us strangers. E’ la storia di Miguel, un pescatore che nasconde la sua omosessualità dietro il paravento di un matrimonio felice con una moglie che lo ama e che sta aspettando un figlio. Segretamente Miguel porta avanti una intensa storia d’amore con Santiago, un artista bohémien, che non pubblicizza la sua omosessualità ma nemmeno la vuole nascondere del tutto. La storia, ambientata in un piccolo villaggio di pescatori, prende una piega fantastica dopo la morte per annegamento di Santiago quando questi ritorna come fantasma per chiedere a Miguel di cercare il suo corpo e di seppellirlo secondo le tradizioni locali in modo che la sua anima possa riposare in pace. Miguel si trova ora davanti ad un dilemma: dovrà ammettere pubblicamente di avere avuto una storia d’amore con Santiago, rovinando così il suo matrimonio e la sua vita, ma esaudendo le richieste del suo amato, oppure deve continuare la sua vita come se nulla fosse successo portandosi dentro il peso e la responsabilità della dannazione eterna del suo amante rimasto insepolto. Deve essere molto difficile continuare a vivere con un tale peso sulla coscienza, tentando di dimenticare la persona che avete tanto amato, solo per salvarvi la faccia.

La pellicola viene rilasciata in un formato .MP4 vecchia maniera, con i sotto titoli rilasciati separatamente

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La locandina del film Contracorriente

Il Cast e la scheda di Contracorriente

Cristian Mercado è Miguel
Tatiana Astengo è Mariela
Manolo Cardona è Santiago
Regia di Javier Fuentes-León
Sceneggiatura di Javier Fuentes-León
Data di uscita del film: 16 aprile 2010 in Colombia
Paese di origine: Perù
Lingua: spagnolo
Durata: 1 ora e 37 minuti

I protagonisti del film

Alcune immagini tratte dal film

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The Judgement (Egitto, 2023)

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Una coppia gay egiziana torna dagli Stati Uniti in Egitto a causa di un’emergenza familiare. Per rimanere al sicuro in un ambiente fortemente omofobico, i due fingono di essere semplici amici, ma il ritorno in Egitto mette già Mo in uno stato di ansia e inquietudine. Qualcuno conosce il segreto di Mo e gli lascia un oggetto legato alla stregoneria davanti alla porta, come una sorta di minaccia e vergogna. Mo, che finge di essere un ateo moderno, libero dalle superstizioni della sua religione e cultura, cade nel terrore dopo aver calpestato il manufatto. Le sue paure d’infanzia e i profondi timori religiosi riaffiorano, rivelando al suo fidanzato una vergogna che Mo non ha mai superato, mostrando come Mo consideri ancora la loro relazione peccaminosa. Questa esperienza spaventosa costringerà Mo ad affrontare ciò che ha sempre temuto, ma alla fine combatterà e troverà la sua libertà. Una sorta di “Suspiria” in salsa gay egizia. Storie di omofobia e stregoneria avvinghiate su se stesse, dove non si capisce dove comincia l’una e dove finisce l’altra. Sullo sfondo:
il problema dell’oscurantismo che ancora avvolge l’Egitto, come tanti altri paesi di quella zone, purtroppo.
Il caso, reale, di una attivista per i diritti LGBTQI, Sara Hegazi.
https://www.ilpost.it/2020/06/17/sarah-hegazi/
Due madri. Una si affida alla stregoneria per far “guarire” il figlio dall’omosessualità.
L’altra si affida alla preghiera per proteggere il figlio.

Ed un po’ tutto il corollario di usi e costumi di un paese islamico come l’Egitto.
Un po’ horror, un po’ drammatico, un po’ commedia, il regista ci accompagna verso la liberazione di questi tabù, raccontando due modi diversi di affrontare argomenti che in Egitto sono ancora appunto dei tabù e che sono condannati, l’omosessualità e la stregoneria.
Tenendo presente che “non tutto è quello che sembra”. E che nessuna stregoneria ha mai avuto il potere di fare nulla in realtà, salvo quello che le viene dato da noi. “ci maledicono da sempre, ma siamo comunque sempre andati avanti con le nostre vite”, dice alla fine Mo a Hisham.

La pellicola viene rilasciata in un formato .MP4 con i sotto titoli sovra impressi (i cosiddetti hardcoded), ed è visualizzabile direttamente in streaming o su qualunque tipo di lettore.

Si consiglia la visualizzazione con il lettore universale VLC onde evitare problemi.

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La locandina del film The Judgement

Il Cast e la scheda di The Judgement

Junes Zahdi è Mo
Freddy Shahin è Hisham
Regia: Marwan Mokbel
Sceneggiatura: Marwan Mokbel
Data di uscita del film: 22 settembre 2023 U.S.A.
Paese di origine: Egitto – Libano – U.S.A.
Lingua: inglese – arabo
Durata: 1 ora e 51 minuti

I protagonisti del film

Junes Zahdi è Mo da adulto

Mo da piccolo

Freddy Shahin è Hisham         

Alcune immagini tratte dal film

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Spetters (Paesi Bassi, 1980)

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Oggi rilasciamo un altro film da non perdere, inerente la nuova sezione “Film d’altri tempi – cult”. Spetters, di Paul Verhoeven.

Passato alla storia, suo malgrado, come il film che “impedì” a Paul Verhoeven di dirigere <>, Spetters è uno scandaglio doloroso e nervoso della gioventù olandese sul finire degli anni Settanta, tra sommovimenti politici, sociali e sessuali. La storia di Eef, Hans e Rien, e del loro desiderio di trovare una via nella violenta e slabbrata Rotterdam, è quella di una generazione europea che rivendicava le illusioni del Sessantotto ma si deve scontrare con una società che si è già rinchiusa in se stessa. Da riscoprire.

La città delle carogne
Eef, Hans e Rien sono tre amici che vivono in un sobborgo degradato di Rotterdam. Oltre alla comune passione per il motocross, sport nel quale idolatrano il carismatico campione Gerrit Witkamp, sono attratti da Fientje, una procace ed energica proprietaria di un chiosco ambulante di friggitoria, per la quale i tre si sfidano. Ma molte cose devono ancora venire a galla…

– La Bibbia ci parla anche di Dio. Ma chi è Dio?
– Lo so io chi è. È un tizio che mi ha fatto un brutto scherzo.
– Non cedere a Satana! Chi è Satana?
– È un medico, quello stronzo che m’ha tenuto in vita.
– Satana sparge il male, Dio guarisce.
– E a che ora riceve?
Dialogo tra Rien e un predicatore

Al momento della sua uscita, prima in patria e poi nel resto del mondo, Spetters scioccò il popolo dei benpensanti, che lo accusarono un po’ di tutto, dalla misoginia all’omofobia, dalla messa alla berlina dei portatori di handicap alla ghettizzazione del proletariato. Il punto, con ogni probabilità, è che Verhoeven, nel mostrare le vicessitudini dei propri personaggi, non sposa mai un punto di vista scopertamente critico. Mette in scena, pone di fronte alla macchina da presa, e si pone come unico obiettivo l’assoluta, totale mancanza di reticenza.

Spetters può ambire senza dubbio ad assurgere al ruolo di opera “maledetta”, sempre che questo termine possa davvero acquisire un senso logico. Nella storia dei tre amici Rien, Eef e Hans non si cela solo la volontà di spostare lo sguardo verso i bassifondi di Rotterdam (il significato del nome della città è “Diga sulla Rotte”, con riferimento all’affluente della Nieuwe Maas, ma da solo il termine rotter è traducibile con “carogna”, “mascalzone”), ma anche di mostrare microcosmi che sul finire degli anni Settanta rappresentavano ancora un tabù.

Se la comunità gay trovò insultante il modo in cui Eef scopre la propria omosessualità, vale a dire in seguito a uno stupro subito da un gruppo di ragazzi che voleva ricattare e derubare, il mondo femminile accusò Verhoeven di aver destinato il ruolo più amorale a Fientje, l’avvenente bionda che gestisce con il fratello – uno degli stupratori di Eef, per di più – una friggitoria ambulante, e che tutti e tre i protagonisti cercano di circuire. A distanza di quasi quaranta anni dalla sua uscita nelle sale, perfino in Italia (dove ovviamente venne censurato, data anche la volontà di Verhoeven di mostrare il più possibile, fino a sfiorare territori all’epoca prossimi alla pornografia), è possibile rendersi conto di quanto quelle accuse fossero attribuibili a uno sguardo umorale e profondamente superficiale. Una volta di più il regista olandese non si interessa solo al destino dei suoi protagonisti, destinati in ogni caso a un ridimensionamento delle proprie ambizioni iniziali, ma cerca di inserirli in un contesto sociale più grande, che inevitabilmente li condiziona.
La scelta di puntare su ragazzi provenienti dalla periferia di Rotterdam, sospesi tra un destino da operai e meccanici e il sogno di diventare campioni di motocross, eguagliando il loro idolo Gerrit Witkamp (un superbo Rutger Hauer, che divide il suo cameo con Jeroen Krabbé, entrambi reduci da Soldato d’Orange), non partecipa al supposto verismo di gran parte del cinema borghese europeo degli anni Settanta, ma appare quasi il punto d’incrocio tra uno sguardo antropologico ed entomologico – nella visione scientifica degli umori grondanti dallo schermo – e una tensione narrativa e spettacolare non troppo distante da Hollywood, come testimonia ad esempio la prima sequenza di corsa in moto, dagli evidenti echi classici.

Gli spunti suggeriti dal periodo olandese di Paul Verhoeven sono molteplici. Si tratta dei primi passi cinematografici costituiti da una manciata di pellicole che serviranno come trampolino di lancio per la sua brillante carriera hollywoodiana iniziata durante gli anni ottanta (“RoboCop” e “Atto Di Forza” non hanno certo bisogno di presentazioni). Ma cosa ricordiamo degli esordi di Verhoeven? Spesso si tende a focalizzare l’attenzione su “Fiore Di Carne” (1973) con Rutger Hauer giovane protagonista, un lavoro considerato in patria come la migliore produzione orange dello scorso secolo. Ci dimentichiamo però di “Spetters”, il suo vero film scandalo, un cupo affresco giovanile ambientato nei sobborghi di Rotterdam.
Eef, Hans e Rien sono tre amici con la passione comune per il motocross e per la bella Fientje, la procace ed energica proprietaria di un chiosco ambulante di friggitoria, per la quale i tre si sfidano (“facciamo così, se la scopa chi ce l’ha più grosso”). Ma se la prima parte dell’opera riesce a mantenersi su toni leggeri quasi da commedia, il resto della pellicola offre allo spettatore un panorama davvero desolante che culmina con un epilogo amaro e per nulla consolatorio.
“Spetters” (in Italia uscì solo nel 1982, presentato da una locandina in stile biker movie metropolitano!) è un film tremendamente drammatico. Il destino dei tre protagonisti, inizialmente identico, prende strade completamente diverse: il regista olandese ci mostra la competizione sportiva come metafora della competizione sessuale tra maschi, una gara dove chi primeggia rischia improvvisamente di finire all’ultimo posto della graduatoria. Verhoeven ci sbatte in faccia la crudeltà dell’attimo fatale (l’incidente con successiva paralisi o la scena devastante dello stupro omosessuale) senza mai scadere nel buonismo, anzi l’entusiasmo di questa gioventù ancora inconsapevole presto ritorna indietro come il più infimo dei boomerang. Ce ne accorgiamo pure nei dialoghi, intrisi di disillusione e di profondo cinismo (“l’amore non può risolvere tutto e la compassione fa brutti scherzi, è forte all’inizio ma poi se ne va in fretta”).
“Spetters” è un film realistico che rispecchia pienamente le contraddizioni di un’epoca agli albori (gli anni ottanta), qui ben rappresentata sia dai personaggi che dalle atmosfere, score musicale incluso. In Olanda però la critica massacrò la pellicola: Verhoeven fu accusato di aver realizzato un lavoro anti-gay, anti-invalidi, fortemente ateo e addirittura misogino, un titolo effettivamente esplicito e scabroso ma proprio per questo motivo sincero e degno della migliore tradizione indipendente europea. Cinema del dolore duro e crudo, lo shock di una qualunque esistenza ai margini della società, come un “American Graffiti” (1973) trapassato dalla disperazione più nera.

La pellicola viene rilasciata in un formato .AVI, doppiato in italiano. Si consiglia la visualizzazione con il lettore universale VLC onde evitare problemi.

Nota: alcuni passaggi sono in lingua originale, probabilmente a causa della censura di cui il film fu oggetto in Italia. Questo fatto non pregiudica la comprensione generale del film. Trattasi di una copia assai rara, e riteniamo cosa pregevole poterla condividere.

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La locandina del film Spetters

Il Cast e la scheda di Spetters

Hans van Tongeren è Rien
Renée Soutendijk è Fientje
Toon Agterberg è Eef
Maarten Spanjer è Hans
Regia di: Paul Verhoeven
Sceneggiatura: Gerard Soeteman, Jan Wolkers
Data di uscita del film: 28 febbraio 1980 Paesi Bassi
Paese di origine: Paesi Bassi
Lingua: olandese
Durata: 2 ore

         

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Querelle De Brest (Germania Occidentale, 1982)

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Siamo lieti di annunciarvi che arricchiamo l’archivio del Blog Caprenne con una nuova sezione.

La nuova sezione si chiamerà:

Film d’altri tempi – Vintage – Cult.

Iniziamo con un film che non ha bisogno di presentazione o recensione, ma che ha fatto la storia del cinema.
Querelle de Brest.
Buona visione, buona estate dal Blog Caprenne.

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La locandina del film Querelle De Brest

Il Cast e la scheda di Querelle De Brest

Brad Davis è Querelle
Franco Nero è il luogotenente Seblon
Jeanne Moreau è Lysiane
Laurent Malet è Roger Bataille
Regia di: Rainer Werner Fassbinder
Sceneggiatura: Jean Genet, Rainer Werner Fassbinder, Burkhard Driest
Data di uscita: 8 settembre 1982 (Francia)
Pese di origine: Germania Occidentale – Francia
Lingua: inglese
Durata: 1 ora e 48 minuti

         

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Moffie (Sud Africa, 2020)

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Dopo il film Kanarie, qui pubblicato quasi un anno fa, proponiamo un altro film sudadricano, sempre con l’esercito nei panni del protagonista. Questa volta Vi proponiamo Moffie. Tornato alla Mostra del Cinema quattro anni dopo la presentazione in Concorso del deludente The Endless River, Oliver Hermanus partecipa alla sezione Orizzonti di Venezia 76 con Moffie. Il regista sudafricano, al suo quarto film, torna ad affrontare, da un diverso punto di vista, quelle tematiche lgbt già al centro di Beauty – con il quale vinse la Queer Palm a Cannes nel 2011 – realizzando in questo caso la trasposizione dell’omonimo romanzo autobiografico del connazionale André Carl van der Merwe. Moffie – termine dispregiativo usato nel gergo Afrikaans per definire uomini gay o effeminati – è una storia ambientata nel Sudafrica del 1981, governato dalla minoranza bianca e impegnato in una guerra con la confinante Angola. Come tutti i ragazzi della sua età, il sedicenne Nicholas deve prestare servizio di leva per due anni. Ma oltre alla durezza della vita militare, si troverà ad affrontare i turbamenti causati dall’attrazione per un’altra recluta: sentimento che, nella società dell’Apartheid, che classifica gli omosessuali come nemici della nazione al pari dei neri e dei comunisti, viene considerato alla stregua di una malattia mentale e, come tale, trattato con metodi disumani. Mettendo in scena la maturazione sotto le armi del protagonista, che acquista consapevolezza del proprio orientamento sessuale ma, al tempo stesso, della necessità di mantenerlo segreto per proteggerlo dalla crudeltà di superiori e commilitoni, Hermanus dà prova di una certa sensibilità di sguardo, che lo porta a raccontare la storia d’amore gay in maniera delicata e con sincera partecipazione emotiva. Al tempo stesso, però, tende a perdere di vista le altre tematiche trattate nel romanzo, a cominciare da quella dell’odio razziale nei confronti dei neri e della fobia anticomunista con cui vengono educate le giovani reclute. Efficace nel mostrare il feroce machismo della società Afrikaans, con il procedere della vicenda il film perde di mordente, e gli stessi contrasti fra soldati sembrano cedere in maniera troppo meccanica a un generico cameratismo, sacrificando così la caratterizzazione dei singoli personaggi. Il risultato finale sembra quasi una rivisitazione di Full Metal Jacket in terra sudafricana, a cominciare dalla struttura narrativa nettamente divisa in due parti – l’addestramento e la guerra, più un prologo e un epilogo – e dalla riproposizione di personaggi e meccaniche tipiche del genere, dal sergente istruttore carogna al bullismo fra commilitoni, con tanto di crollo nervoso della recluta più fragile.

È decisamente calda la fotografia di Jamie D. Ramsay. Calda come il sole che colora fino ad arrossire il viso dei giovani soldati, calda come i loro corpi sudati, martoriati, che riescono a trovare il tempo di svagarsi tra una partita a pallavolo e una lotta greco-romana improvvisata. Ma è il calore interiore che Ramsay e il suo regista Oliver Hermanus vogliono ricercare, che nasce primariamente dai raggi di quella regione e che finisce per avvolgere la crescita forzata e vessata dei suoi personaggi. Una luce che sporca la pellicola del cineasta sudafricano, per riportane il temperamento selvaggio pressante nella caserma, che può però nascondere una carezza inaspettata, palpitante come un raggio di sole.

E, a sottolineare i cambiamenti d’animo e di tono della pellicola, è la continua presenza della colonna sonora di Braam du Toit, sempre diversa in ogni sua nota, composta per adattarsi a ogni stravolgimento piccolo o grande della condizione del protagonista. Melodie inserite con sicurezza per affrontare momento per momento, anche quando il film, proseguendo, perde un po’ della sua attitudine, confondendo più di una volta sul punto a cui voler arrivare. Tanto l’omosessualità quanto la crudeltà banale dell’esercito si protraggono, infatti, sfibrandosi nei propri intenti, pur soddisfando comunque con il loro epilogo, che avrebbe dovuto forse avere più coraggio dei suoi stessi soldati.

Non è, comunque, una sorta di fiacchezza finale a fare di Moffie un film senza un proprio senso narrativo, estetico, morale. Un’opera che si contiene per dar voce alle musiche e ai sottotesti ben più significativi delle punizioni dei sergenti. Per ribadire l’assurdità di una violenza che rivolgiamo verso gli altri, ma nella quale rimaniamo allo stesso tempo incastrati, tentando il modo di non lasciarci sopraffare, ma rischiando di dover portare dentro delle ferite che è quasi impossibile rimarginare. Buona visione.

La pellicola viene rilasciata in un formato .MP4 vecchia maniera, con i sotto titoli rilasciati separatamente. Si consiglia la visualizzazione con il lettore universale VLC onde evitare problemi.

Per qualsiasi domanda, suggerimento, o se voleste partecipare al progetto di questo Blog, di cui sareste i benvenuti, potete scrivere a: caprenne23@outlook.com

La locandina del film Moffie

Il Cast e la scheda di Moffie

Kai Luke Brummer è Nicholas van der Swart
Barbara-Marié Immelman è Suzie van der Swart
Michael Kirch è Miles
Remano De Beer è Peet van der Swart
Regia di Oliver Hermanus
Sceneggiatura Oliver Hermanus, Jack Sidey, André Carl van der Merwe
Data di uscita: 13 marzo 2020 in Sud Africa
Lingua: Afikaans – Inglese
Durata: 1 ora e 44 minuti.
Premi: 2 vittorie.

Alcune scene tratte dal film Moffie

         

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Sebastian (U.K., 2024)

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Oggi Vi proponiamo un film del regista finlandese Mikko Makela, per questa coproduzione finnica anglo belga. Attenzione: la recensione sotto riportata contiene spoileraggio ovvero parti della trama del film. Buona visione.

Il protagonista del film, il 25enne Max Williamson, interpretato da Ruaridh Mollica

Un protagonista importante del film, Nicholas, interpretato da Jonathan Hyde

La recensione del film

Un bel ragazzo di Edinburgo, 25 anni, Max Williamson, interpretato da Ruaridh Mollica, lavora presso una rivista come free lance. Commentano libri. Intervistano personaggi famosi come Brett Easton Ellis. Il mondo moderno, di squali, tutti contro tutti, dietro alla finta facciata di collaborazione. Londra dei single di oggi, dove tutti sono soli. Ricorda in questo “all of us strangers”, tutti stranieri in questa metropoli. La totale evanescenza della famiglia. La figura paterna non si vede per nulla. Si intravede ad un certo punto una madre preoccupata, per un figlio solo, a Londra, che da questi viene rassicurata, “ho degli amici, comunque mi devo focalizzare nel lavoro”. Il lavoro. La carriera. I soldi. La competizione. La solitudine. Il sesso compulsivo. La anaffettività. Questo è ciò che traspare da tutto il film. Max vorrebbe scrivere un libro, spronato dall’ambiente letterario dove lavora. E’ intrippato dal lavoro sessuale, onlyfans, gli escort. Per capire come funziona l’ambiente ci si immerge. Letteralmente. Si iscrive su una piattaforma, DreamGuys, e và ad appuntamenti al buio, in casa di persone, dove fa sesso, in maniera attiva o passiva, a seconda della richiesta, e si fa pagare. E comincia a scrivere, di queste esperienze, in maniera dettagliata. Prima dei racconti brevi. Che fa leggere nella redazione ai suoi colleghi ed alla sua responsabile, nella agenzia dove lavora. Poi, spronata dalla sua collega, più che reale amica, Amna, e da Claudia, la sua responsabile, comincia a scrivere un romanzo. Ma non è totalmente autonomo. Viene più volto consigliato, quando non reindirizzato, in ciò che vorrebbe scrivere, dai desideri di Amna e di Claudia. Rendendo il suo lavoro sempre più difficile e complicato. Eh sì, perchè non si tratta di fantasia o di romanzare l’esito di “interviste”, come fa credere Max, ma di esperienze dirette nelle quali il protagonista si deve calare in prima persona. E gli va pure bene, secondo me. Con gli appuntamenti al buio non sai mai che cosa ti potrebbe capitare. Anche senza arrivare a episodi incresciosi, la violenza è sempre dietro l’angolo. Ma nel caso di Max questo non avviene, se non quando, per raggrannellare un po’ di denaro, è stato licenziato dalla rivista in quanto non ritenuto più necessario (non si presenta ad una riunione molto importante dopo una serata passata in una orgia a cinque), Max accetta di fare da escort a Daniel, un facoltoso ed arrogante uomo di affari, accompagnandolo a Bruxelles. E’ a Bruxelles che Max capisce quanto quel mondo, quel percorso possa essere pericoloso. Rientrato faticosamente a Londra Max sembra decidere di chiudere con quel mondo, si riconcilia con Nicholas, e riesce a presentare il suo nuovo romanzo. Il personaggio di Max ci risulta problematico. Seppur accettato come omosessuale, non accetta quel tipo di discorso su cui vuole scrivere il libro. Appare evidente quando ad un evento a cui partecipa insieme ai colleghi della rivista, intravede da lontano Nicholas. Comincia a farfugliare, è in palese disagio, e con una scusa scappa in bagno, dove cancella frettolasamente le tracce del suo passaggio su DreamGuys. Nicholas è un signore attempato, di buon livello culturale, sociale, e l’unico che si dimostra umanamente empatico nei confronti di Max. Tutti gli altri lo avevano praticamente trattato come un oggetto puramente sessuale. Con Nicholas è diverso. I due cominciano un percorso di conoscenza reciproca, di stima e pare anche di affetto. Ma questo aspetto non viene esplorato, possiamo solo immaginarlo. Ma resta il fatto che nel momento del bisogno, solo e senza un soldo a Bruxelles, abbandonato dal facoltoso e brutale Daniel come un cane, l’unica persona ad aiutarlo ad uscire da quella scabrosa situazione, sarà proprio lui. Nicholas.
Nicholas è lo spartiacque del film. L’unico personaggio del film che salvo. E’ lui la chiave di volta, lui che lo salva, lui che fà la differenza. Non lo odia nonostante tutto. Lo accetta e alla fine lo supporta. La persona che tutti vorremmo accanto nella nostra vita. Nicholas è l’ antitesi di Max. Il suo alter-ego opposto in positivo, per tutto. Profondo, corretto, empatico, sensibile e gentile, e molto più avanti di Max come umanità e apertura mentale. Non a caso è con lui che Max fa un salto di qualità come empatia e “connessione”, volendo restare a dormire da lui oltre i suoi tempi e “tariffe” da escort. Cosa mai fatta con gli altri. È un passaggio breve, ma importante del film. Il personaggio di Max è ambiguo. Insicuro. Anafettivo. Senza amici. Tutto preso dalla brama del successo. Ha un rigurgito con Nicholas, ma non sappiamo se abbia intenzione di andare avanti, li lasciamo con Nicholas che gli chiede quando si rivedranno, ma Max sta vago, e Nicholas rimane con lo sguardo triste, e l’occhio lucido. Mentre max riprende a fare sesso a pagamento, e mi pare rientrare nel gorgo iniziale. Max che per quasi tutto il film “sfugge” continuamente via da tutto e tutti: dagli impegni di lavoro, dalle conoscenze non siano dalla app per incontri (vedi l’ approccio in disco), dalla madre, in un deserto di anafettività e solitudine (vedi il dialogo con l’ altro ragazzo scrittore sulla sua poesia sulla solitudine urbana e la madre di Max che aveva percepito la sua solitudine, che lui minimizza)…. scappa continuamente, perdendo il focus sulle cose importanti della sua vita.
Al film dò 8. Ma il personaggio di Max mi ha intristito moltissimo. Non è un personaggio positivo. Anzi. Dà una pessima impressione della comunità, ma la darebbe a qualunque comunità egli appartenesse. Viene da dire che purtroppo la comunità gay personaggi così li include. Per quello il regista deve aver realizzato un film così. Poi che non piacciano (a noi) e non ci identifichiamo in essi (per fortuna) ci sta tutto.

La pellicola viene rilasciata in un formato .MP4 con i sotto titoli sovra impressi (i cosiddetti hardcoded), ed è visualizzabile direttamente in streaming o su qualunque tipo di lettore.

Ringraziamo Alex per i sotto titoli.

Per qualsiasi domanda, suggerimento, o se voleste partecipare al progetto di questo Blog, di cui sareste i benvenuti, potete scrivere a: caprenne23@outlook.com

La locandina del film Sebastian

Il Cast e la scheda di Sebastian

Ruaridh Mollica è Max
Hiftu Quasem è Amna
Jonathan Hyde è Nicholas
Ingvar Sigurdsson è Daniel
Regia e sceneggiatura di : Mikko Mäkelä
Data di uscita: 21 gennaio 2024, U.S.A.
Lingua: inglese / francese
Durata: 1 ora e 50 minuti

         

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Sublet – Subaffitto (Israele, 2021)

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Un incontro tra generazioni, culture e punti di vista diversi. Un viaggio sentimentale raccontato dal regista di “Yossi & Jagger”. La storia tra Michael e Tomer, i due protagonisti di Sublet, è qualcosa di più di un incontro fugace ma anche della solita storia d’amore. Il film  non è infatti un classico film sentimentale. Certo, ci si commuove e si sorride, ma diversi elementi gli fanno prendere le distanze dalla commedia romantica più convenzionale. E non solo perché si basa sull’incontro tra due uomini, appartenenti tra l’altro a due generazioni diverse. Intanto va detto che esiste un terzo elemento protagonista, fondamentale, rappresentato da Tel Aviv. Qui atterra Michael, interpretato da un soffertissimo John Benjamin Hickey,

acclamato attore statunitense di teatro, cinema e tv che qui veste i panni di un editorialista del New York Times specializzato in viaggi. Il giornalista deve scrivere una guida alternativa alla città israeliana, ma i presupposti non sono esaltanti. In piena crisi esistenziale, è un uomo di mezza età, ancora affascinante ma affaticato dalla vita, che pare osservare il mondo da dietro a un vetro, oltre il quale non intende spingersi. Volendo tener fede ai principi della sua rubrica, anziché prendere alloggio in uno dei grandi hotel del centro città, affitta la casa di Tomer, interpretato dall’esordiente e adorabile attore israeliano Niv Nissim,

che vive in un quartiere popolare. Come si può immaginare, il rapporto tra i due non si risolve con la consegna delle chiavi di casa, ma si sviluppa in una relazione leggera e profonda insieme. Gli elementi in gioco sono tanti, alcuni solo sfiorati, altri ribaditi dalla macchina da presa, che si sofferma insieme agli occhi di Michael sull’intonaco scrostato delle facciate delle case come sullo splendore del mare o la dolcezza dei bambini che giocano per strada. A poco a poco, il dramma, anzi i drammi antichi e recenti che hanno segnato la vita dell’uomo vengono a galla. Perché questo avvenga, e perché il pubblico non sprofondi nella stessa cupa malinconia del protagonista, il regista e sceneggiatore Eytan Fox, già autore tra gli altri di Yossi & Jagger, storia d’amore tra due soldati dell’esercito israeliano, e del sequel Yossi, sulla crisi di mezza età di uno dei due, inserisce l’elemento apparentemente agli antipodi di Tomer. Aspirante regista di improbabili film horror-erotici, il giovane cede la sua casa per bisogno di soldi, ma finisce poi con l’accettare la proposta del suo affittuario di dormire sul suo stesso divano. In cambio, gli farà da guida alla scoperta della vera Tel Aviv, anche perché ha bocciato senza mezzi termini il piano di visita dell’ospite, definito più adatto a «una principessa ebrea in un tour per diritto di nascita».

Tra una spremuta on the road e un pranzo a base di hummus e insalata israeliana, i due iniziano a conoscersi, confrontando più che scontrando le diverse vedute sul mondo e sulla vita. Idealista e disilluso al tempo stessoMichael manca da Tel Aviv dall’unico viaggio fatto in Israele da ragazzino e resta colpito dall’effervescenza della città e dei suoi abitanti, dallo stesso Tomer, vorace di vita e di incontri, alla sua migliore amica, ballerina reduce da una storia complicata con un ragazzo arabo e desiderosa di andare in Germania, a Berlino, che per lei, semplicemente, è «la città più cool del momento». Colpito dal punto di vista di Tomer sulla vita in Israele («Siamo in Medio Oriente, ma volevamo essere trattati come se fossimo in Occidente»), si confronta con lui anche sulle questioni di cuore, aprendosi a poco a poco e rivelando le proprie ferite. Tra queste, la morte per Aids del suo primo fidanzato, al quale Michael aveva dedicato il proprio bestseller ambientato nella New York di fine anni Ottanta. Ma anche il giovane è più complesso di quanto appaia. E se da una parte sostiene risoluto di non volere fidanzamenti né legami stabili perché la vita va assaporata per tutto quello che può offrire ed è sconvolto della monogamia (perlopiù casta) del maturo amico, dall’altra si lascia andare all’esaltazione romantica del bacio davanti allo sguardo sornione di Michael. Favoriti dall’energia che pervade la città, fotografata in una luce chiarissima che la avvolge e quasi trasfigura, i due uomini scoprono di poter comunicare nonostante le evidenti distanze culturali e caratteriali, oltre che geografiche e anagrafiche. Quello che colpisce è che la disponibilità del giovane israeliano si allarga a tutto campo, quindi non solo verso gli amanti reclutati online, ma anche all’ascolto di quest’uomo che lui riconosce come più grande, ma non per questo fuori portata. Tenerissima la scena in cui i due fanno visita alla straordinaria madre di Tomer presso il kibbutz dove il ragazzo è nato e cresciuto. Calda e generosa come il figlio, e incapace come lui di moderare parole ed entusiasmi, la donna darà modo a Michael di confidare la propria ferita più recente, facendo un passo in più verso l’intimità con Tomer. La conclusione del viaggio, così come quella del film, metterà dunque i sentimenti, e se vogliamo anche la morale, al primo posto, pur senza cedere a sentimentalismi o a moralismi. Lasciando un retrogusto agrodolce che è insieme nostalgia per i due personaggi come per la città che ne ha segnato e accompagnato le vicende. Gustatevi questo film e buona visione!

La pellicola viene rilasciata in un formato .MP4 con i sotto titoli sovra impressi (i cosiddetti hardcoded), ed è visualizzabile direttamente in streaming o su qualunque tipo di lettore.

Per qualsiasi domanda, suggerimento, o se voleste partecipare al progetto di questo Blog, di cui sareste i benvenuti, potete scrivere a: caprenne23@outlook.com

La locandina del film Sublet

Il Cast e la scheda tecnica di Sublet

John Benjamin Hickey è Michael
Niv Nissim è Tomer
Miki Kam è Malka, la mamma di Tomer
Peter Spears è David, il compagno di Michael
Lihi Kornowski è Daria, l’amica di Tomer
Regia di Eytan Fox
Sceneggiatura di Eytan Fox, Itay Segal
Data di uscita: 10 giugno 2021, Israele
Lingua: inglese / ebraico
Durata: 1 ora e 29 minuti

Alcune immagini tratte da Sublet

Il trailer di Sublet

Pellicola    MEGA link

 

Author: Dino Sauro Stupazzoni, 2024-06-12