Balletto in un prologo e quattro atti
coreografia: Matthew Bourne
musica: Petr Ill’ic Cajkovskij
Per Natale, al posto dell’abusato Schiaccianoci, un balletto più consono all’indirizzo di questo blog, il Lago dei cigni nella celebre versione 1995 del coreografo e danzatore Matthew Bourne, un balletto che ancora oggi dopo 24 anni mantiene il primato di spettacolo di danza di maggior successo al mondo.
Anche chi non ama o non conosce la danza classica non può non essere coinvolto emotivamente da questa pièce, che oltre alla danza ha le caratteristiche di uno spettacolo teatrale, in cui i danzatori sono anche gli attori protagonisti del dramma narrato.
La radicale rivisitazione del Lago dei cigni di Bourne è famosa soprattutto per la sostituzione del corpo di ballo femminile con un corpo di ballo interamente maschile, nonché per aver sostituito la figura femminile della fragile Odette con quella di un Cigno sensuale, forte e misterioso, da cui la lettura omosessuale dell’amore tra il Principe e il Cigno.
Il registro predominante del balletto rimane comunque quello poetico e drammatico. Al suo centro c’è la figura del Cigno che rappresenta il mezzo attraverso il quale Bourne, prima ancora che narrare una storia trasgressiva, intende rendere le sensazioni che questi animali suscitano in lui: un ideale di bellezza, ma anche di aggressività e di forza, che ha suggerito a Bourne l’immagine della muscolatura maschile piuttosto che quella di aggraziate ballerine vestite di romantici tutù: ed ecco dunque che il corpo di ballo del Lago, si trasforma in un gruppo di creature selvagge, sensuali e capaci di improvvisa e inarrestabile violenza.

Bourne sostiene che questa storia già si celasse nella partitura di Tchaikovsky del Lago dei Cigni, la cui melodia rimanda naturalmente ad una potente e drammatica storia d’amore. Per Bourne quella di un giovane uomo che, non trovando affetto e comprensione in chi gli sta accanto, arriva a rincorrerlo in un ideale sfuggente, irraggiungibile, ma che gli dà il conforto e la forza necessari per sopravvivere. La morte dell’ideale coincide necessariamente con la morte del giovane.
Inevitabile anche il riferimento alla storia personale di Cajkovskij, sulla cui omosessualità permangono oramai pochi dubbi, e sul fatto che il compositore abbia adombrato nella tragicità della musica il dramma della sua vita intima.
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